29 giugno: Pietro, Paolo, la forza del simbolo e i Segni dei Tempi

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di Massimo Selis

L’uomo è un essere calato nel tempo, è “fatto di tempo”, ma esso lascia che la sua storia – e ancor più la storia dell’umanità tutta – si sbiadisca, poiché il tempo ha per lui soltanto un connotato quantitativo. E così, la melior pars, gli sfugge. La storia si riduce ad anagrafica e storicismo.

Il 29 giugno la Chiesa celebra la Solennità dei Santi Pietro e Paolo. Qualche giorno prima, il 24 di giugno si ricorda invece San Giovanni Battista. La data della morte dei due apostoli, però, non coincide con quella della loro commemorazione.

Il 29 giugno nell’antica Roma si celebravano i Quirinalia, una festa in onore del Dio Quirino. Festa che l’imperatore Augusto aveva spostato dal 17 febbraio, proprio al 29 di giugno. E a Quirino era associato Romolo, assunto al rango di divinità. Alla gemellarità di Romolo e Remo, la Chiesa così sostituisce quella di Pietro e Paolo, fondatori spirituali della “nuova Roma”.  Tutto questo ci apre già ad un significato più profondo, che noi vogliamo qui ulteriormente puntellare mettendo questa ricorrenza in collegamento con altre dell’Anno Liturgico.

Si provi a raffigurare l’anno solare come un quadrante in cui abbiamo dall’alto verso il basso la linea solstiziale Nord-Sud e da destra verso sinistra la linea equinoziale Est-Ovest. Attorno al solstizio d’estate abbiamo quindi le Solennità del Battista (il Precursore) e dei Santi Pietro e Paolo. Al solstizio d’inverno si celebrano invece la nascita del Cristo e la solennità di S. Giovanni Evangelista (27 dicembre). In corrispondenza dell’equinozio di primavera (Est), si ha l’Annunciazione dell’Arcangelo Gabriele a Maria (25 marzo), mentre in corrispondenza di quello autunnale (Ovest) si festeggia S. Michele Arcangelo (29 settembre).

Anche il Natale del Signore, se ci attenessimo al piano della storicità, non dovrebbe essere festeggiato a dicembre, ma in primavera. San Clemente Alessandrino, secondo una tradizione orale a lui giunta, farebbe cadere il “celeste evento” intorno al 21 di marzo. Partendo da tale data, la vita di Gesù sulla terra coprirebbe un ciclo perfetto di 33 anni, ovvero il tempo necessario affinché un ciclo solare e un ciclo lunare si allineino. La scelta della data del 25 dicembre, la quale anche in questo caso era in precedenza legata ad una festività romana – il Sol Invictus – non è arbitrio, ma fa compiere, invero, un salto di qualità. Il Cristianesimo viene così ancorato all’asse solstiziale (si leggano così anche le feste dei Santi Apostoli). Cristo è il nuovo Polo dell’Umanità e il Cristianesimo così si ricollega – poteva forse darsi altrimenti? – ai misteri nordici dell’Iperboride, centro originario della civiltà del presente Ciclo umano-terrestre.

Il dinamismo del simbolo orienta la storia rendendola così storia sacra. È l’albero vivo della Tradizione che cresce e porta i suoi frutti.

Così, i due grandi Apostoli, celebrati insieme il 29 di giugno, simbolicamente riuniscono l’Urbe (Pietro), con l’Orbe (Paolo). In un abbraccio che ha il suo Centro celeste in Cristo, al Polo opposto dell’asse solstiziale. E sono per l’appunto questi due apostoli, che insieme a Giovanni, ci parlano non solo di “gnosis”, ma di “epì-gnosis”, di conoscenza mistica, o ancor meglio di “conoscenza suprema”. Di cosa?  Della realtà cosmotenadrica: Dio, Cosmo, Uomo, e in modo particolare dei misteri cristici.

Si fa oggi molta fatica a riflettere su questo in seno alla comunità cristiana, ormai sopraffatta dal letteralismo, dallo storicismo e da un inevitabile rachitico moralismo. In verità la lenta eclissi del pensiero simbolico è in atto da diversi secoli. Non così, nelle prime fasi del Cristianesimo dove la vividezza simbolica informava anche l’ordinamento civile. E la Scrittura, in quanto composta in un meta-linguaggio ieriatico, veniva decriptata, dagli antichi Padri, per coglierne i Misteri nascosti. Non può esservi una Sacra Scrittura senza che vi sia anche una “Sacra Lettura”!

Proprio San Clemente Alessandrino parla di «una vera e santa gnosi», la quale, affidandoci sempre alle sue parole, è «una conoscenza del passato, del presente e dell’avvenire». È il superamento della molteplicità, nella beatifica Unità dell’Essere. È lo sguardo delle aquile che osservano le cose terrene dalle altezze del Cielo. Un unico grande arco che va dall’Alfa all’Omega racchiude in sé lo svolgersi dei secoli. Occorre fissare il punto in cui ci si trova a “navigare”, per comprendere quanto dista l’approdo.

In quest’ora così tragica e provvidenziale allo stesso tempo, invece ci si affanna a voler misurare ogni cosa con il metro umano. Anche, e forse più, tra coloro che si ritengono appartenenti ad una tradizione religiosa. Assistiamo, ad esempio, ad un ingenuo trionfalismo per delle “presunte vittorie” che riguardano la difesa della vita.  Ma in fondo noi sappiamo ancora dire qualcosa sulla Vita? Sul principio vitale: l’anima? Balbettii e nulla più. Vediamo una fiduciosa attesa dell’imminente crollo di questo mostro tentacolare, che è la società liberal-globalista, e le sue dinamiche oppressive e di controllo, quasi che ormai il peggio attraversato negli ultimi anni sia alle nostre spalle. Ognuno si contenta di abbracciare la sua “piccola battaglia” non avendo alcuna immagine del quadro più grande. Manca in tutto ciò la comprensione profonda, che è escatologica. Lo sguardo al Cristo Pantocratore che è prossimo a manifestarsi e che sta attirando ogni cosa a sé.

La terra si è scossa, le polveri si agitano nell’aria, le precedenti “certezze” mostrano visibilmente le loro crepe, ma anziché avvicinarci a Lui verso cui tutto deve convergere, ci dividiamo in mille fronti, ognun convinto, però, di aver afferrato la verità tutta intera. Se vi è una cosa di cui invece dovremmo gioire è che finalmente il mondo inizia ad “incendiarsi”. Piccole fiammelle per ora, ma che preparano il grande fuoco che arderà e purificherà tutto in vista dei “nuovi Cieli e nuova Terra”.

Proprio San Pietro ce lo ricorda in maniera inequivocabile: «Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli con fragore passeranno, gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c’è in essa sarà distrutta.» (2Pt 3,10). Non però un’attesa avvolta nel dolore e nello sconforto, ma vissuta attivamente nella fermezza e nella speranza certa che a questa “grande notte” seguirà una nuova alba luminosissima.

L’invito è allora, in questa Solennità che cade nel pieno della luce estiva, a tornare con urgenza ad immergersi nell’acqua zampillante del simbolo, a recuperare la pienezza del Cristianesimo come “santa gnosi”, ad osservare i Segni che dal Cielo ci indicano come leggere le vicende della Terra. Ma per fare questo, dobbiamo prima di tutto riconoscerci come “dormienti” e alfine risvegliarci.

«Mi fu rivolta questa parola del Signore: “Che cosa vedi, Geremia?”. Risposi: “Vedo un ramo di mandorlo (sciakèd)”. Il Signore soggiunse: “Hai visto bene, poiché io vigilo (sciokèd) sulla mia parola per realizzarla”» (Ger 1,11-12).

Gli ebrei chiamavano i mandorli i “vigilanti” perché essi fioriscono per primi sul finir dell’inverno annunciando la primavera. I “risvegliati” sono allora i discepoli ultimi che debbono divenire i primi salvaguardando la Tradizione perenne e gli eterni principi e allo stesso tempo preannunciando la nuova e celeste primavera dei “nuovi Cieli e nuova Terra”. Non lasciamoci trovare, nell’ora ultima, quasi alle porte, ancora appesantiti dal sonno.

Buona Solennità dei Santi Pietro e Paolo.

Foto: Raffaello e Fra Bartolomeo, I Santi Pietro e Paolo (particolare), 1517-1520, Appartamento Pontificio delle Udienze del Palazzo Apostolico Vaticano

29 giugno 2022