Altro che ambiente, abbiamo sovrasfruttato il futuro

image_pdfimage_print

di Lorenzo Centini

Quasi tutte le immagini che abbiamo di mondo sono nate, hanno prosperato e sono divenute ubique in tre condizioni:

1) Costante crescita della popolazione

2) Costante avanzamento tecnologico “disruptive”

3) Costante apertura e integrazione economica

Queste tre condizioni condividono una conclusione: il futuro ha in se’ un di più che l’oggi non ha. Domani avremo una tecnologia molto migliore, più individui e un’economia migliore di domani.

Questa situazione, verificatosi ad intensità diverse ma costanti fin da inizio ‘800, permetteva di avere una riserva indiana potenzialmente infinita nel futuro. Questo futuro era una riserva indiana, o un granaio se volete, inesauribile.

Materialmente lo utilizzavamo un po’ per tutto. In senso ideologico ed emotivo primariamente: il futuro era un luogo dove risolvere la nostra insoddisfazione nell’oggi, che si trattasse di credere in una palingenesi o praticare varie forme di progressismo. Questo aveva, collettivamente, un effetto balsamico sulla nostra salute mentale collettiva non di poco conto.

E poi in senso economico. Il rilascio del credito e l’espansione della pratica finanziaria (i modi principali con i quali il sistema economico capitalista dei nostri tempi si riproduce, cioè vive) si basano, oltre che su calcoli e opinioni puntuali, su questa infrastruttura mentale. Tutti i basilari economici si basano sul futuro come luogo dove risolvere alcune incongruenze finanziarie, debitorie ed economiche. L’investimento apparentemente improduttivo di oggi si basa sull’idea che la fetta che si potrà ottenere dalla terra futura sarà più grande, in proporzione, perché maggiore e migliori saranno le condizioni in cui verremmo a trovare se non domani tra un anno.

Il capitalismo, in buona parte, si basa, funzionalmente e ideologicamente, sulla vendita, allocazione e ristrutturazione preventiva del futuro. Investimenti, innovazione e cambiamento sociale sono tutte professioni che esigono di avere un futuro a disposizione migliore del presente.

Ora è evidente che, da inizio ‘800, siamo la prima generazione – e qui parlo dei nati negli anni ’90 – che ha oggettivamente esperito una dissoluzione del futuro come elemento sicuro, come prima descritto. Qualsiasi altra generazione, anche nata e vissuta in condizioni pessime, si trovava in un mondo non solo materialmente in espansione, ma che credeva in questa espansione, talvolta meno talvolta di più di quanto non lo giustificasse la situazione stessa.

Noi siamo la prima generazione che dovrà pensare il futuro di una umanità se non materialmente in contrazione, che pensa se’ stessa in contrazione. In tal senso ha ben poca importanza che effettivamente il mondo si contragga, rallenti, si spezzetti: è sufficiente che la maggior parte dei nostri consimili se ne convinca. Essendo il capitalismo basato su questa “Ipotesi di futuro” e non su calcoli matematici, la contemporanea presa di coscienza che confidare nel surplus del futuro non è più ragionevole di deafult, è sufficiente uno smottamento nello stato d’animo ancor prima che nella realtà per buttare tutto a ramengo.

Conviene rimettere in discussione il set di idee che abbiamo, perché non si vive in Inverno come si vive d’Estate. Forse dobbiamo cominciare a parlare, oltre che si esaurimento ambientale, anche di esaurimento del Futuro.

Foto: Idee&Azione

25 giugno 2022