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Analisi della strategia americana in Africa: Washington può recuperare il gap con la Cina?

di Leonid Savin

All’inizio di agosto, la Casa Bianca ha pubblicato una strategia per l’Africa subsahariana [1]. Si tratta di un documento piuttosto unico che delinea gli obiettivi e i metodi degli Stati Uniti nella regione. Nel farlo, il testo stesso inizia con una citazione del Segretario di Stato Anthony Blinken, che nel novembre 2021 ha dichiarato che “l’Africa plasmerà il futuro – e non solo il futuro del popolo africano, ma del mondo intero”. Ciò può sembrare piuttosto insolito, dal momento che il Dipartimento di Stato è uso pubblicare le proprie strategie.

Questo approccio indica un’azione sincronizzata da parte di varie agenzie. Anche il Dipartimento del Commercio, il Pentagono ed altri enti, dai governi federali a quelli locali, perseguiranno attivamente i loro obiettivi. I vari esempi citati nel documento dimostrano che questo lavoro è già in corso da anni.

La questione è come raggiungere un nuovo livello e consolidare la loro influenza. In ogni caso, Washington si troverà a dover contrastare altri attori attivi in Africa. In primo luogo, si tratta di Cina e Russia, che vengono apertamente indicate come sfide e problemi per gli interessi statunitensi nella regione.

“La Repubblica Popolare Cinese vede la regione come un’importante arena per sfidare l’ordine internazionale basato su regole, promuovere i propri ristretti interessi commerciali e geopolitici, minare la trasparenza e l’apertura e indebolire le relazioni degli Stati Uniti con i popoli e i governi africani. La Russia vede la regione come un ambiente fertile per le società militari parastatali e private, che spesso fomentano l’instabilità per ottenere vantaggi strategici e finanziari. La Russia sta usando i suoi legami economici e di sicurezza e la disinformazione per minare l’opposizione di principio degli africani all’ulteriore invasione russa dell’Ucraina e alle relative violazioni dei diritti umani.”

In sintesi, la strategia delinea quattro obiettivi per portare avanti le priorità statunitensi con i partner regionali nei prossimi cinque anni. La strategia indica che “gli Stati Uniti utilizzeranno tutte le loro capacità diplomatiche, di sviluppo e di difesa e rafforzeranno i loro legami commerciali e di scambio, concentrandosi sugli ecosistemi digitali e rifocalizzandosi sugli hub urbani per sostenere questi obiettivi:

Promuovere l’apertura e le società aperte;

fornire un dividendo per la democrazia e la sicurezza;

Promuovere la ripresa post-pandemia e le opportunità economiche;

Sostenere la conservazione, l’adattamento ai cambiamenti climatici e una giusta transizione energetica.”

Diamo un’occhiata più da vicino a questi punti. Il primo obiettivo è dichiarato nello stile dell’Open Society Institute di George Soros. È possibile che il suo patrimonio venga utilizzato anche per trasformare i sistemi politici dei Paesi africani. Il Partito Democratico statunitense (e il programma di George Soros in generale) e la Casa Bianca ritengono che nella regione ci siano troppi regimi autoritari e che devono essere sostituiti da altri più fedeli agli Stati Uniti.

In poche parole, un colpo di Stato attraverso una rivoluzione colorata o la corruzione delle autorità in carica. Sebbene la Casa Bianca dichiari esteriormente la necessità di combattere la corruzione, è chiaro a tutti che la stessa politica estera statunitense utilizza attivamente elementi di corruzione, chiamati effimeramente “lobbismo”.

Si osserva che “nonostante il forte sostegno popolare alla democrazia nell’Africa subsahariana – circa il 69% secondo recenti sondaggi – la democrazia è ancora carente. Negli ultimi anni, l’Africa è stata afflitta da una successione di colpi di Stato militari e fallimenti democratici, con il potenziale di un ulteriore deterioramento della governance e delle condizioni di sicurezza, nonché di conseguenze negative per i Paesi vicini. Nel 2022, la Freedom House ha classificato solo otto Paesi dell’Africa subsahariana come liberi – il numero più basso dal 1991. Questi fallimenti hanno aumentato le opportunità di indebite influenze straniere e riflettono l’ascesa di governi che utilizzano tecnologie di sorveglianza, diffondono disinformazione, sfruttano la corruzione e commettono impunemente violazioni dei diritti umani. Mentre le forze democratiche hanno recentemente vinto le elezioni in Malawi e Zambia, in altri Paesi i leader autocratici mantengono uno stretto controllo del potere. Il divario tra le aspirazioni pubbliche e la chiusura dello spazio civico in alcuni Paesi ha portato a una maggiore instabilità e a un’ondata di movimenti di protesta”.

In questa citazione si parla di “indebita influenza straniera”, che può essere attribuita anche all’interferenza degli Stati Uniti nella regione, sia direttamente che attraverso proxy e satelliti europei.

Per quanto riguarda i metodi relativi al primo punto, si afferma il sostegno alle riforme, la creazione di varie fondazioni e iniziative, l’assistenza legale e la promozione dei diritti umani. Tutto questo probabilmente con un’attenzione particolare al controllo delle risorse naturali, che viene velatamente definito come “aiutare a raggiungere la trasparenza nell’uso delle sue risorse naturali, comprese le risorse energetiche e i minerali essenziali, per uno sviluppo sostenibile, contribuendo al contempo a rafforzare le catene di approvvigionamento che sono diverse, aperte e prevedibili”.

Non c’è dubbio che con queste catene di approvvigionamento si intenda una monopolizzazione da parte degli Stati Uniti di importanti beni e materie prime provenienti dai Paesi africani. Come le aziende statunitensi otterranno il loro margine di guadagno è un’altra questione. Ciò può avvenire attraverso azioni, pagamenti per servizi di consulenza o mascherati da prestiti e crediti destinati a progetti rilevanti.

Come minimo, questo tipo di energia da parte di Washington dovrebbe rendere diffidenti i governi africani. Soprattutto perché non è stato chiesto loro cosa vogliono e di cosa hanno bisogno. Il secondo punto è direttamente collegato al primo. Ecco una citazione che chiarisce perfettamente cosa intendono gli Stati Uniti:

“Gli Stati Uniti sosterranno le democrazie africane sostenendo la società civile, compresi gli attivisti, i lavoratori e i leader orientati alle riforme; dando potere ai gruppi emarginati come le persone LGBTQ+; concentrandosi sulle voci delle donne e dei giovani negli sforzi di riforma e proteggendo le elezioni libere ed eque come componenti necessarie ma non sufficienti di democrazie dinamiche”. Gli Stati Uniti sosterranno l’apertura e le opportunità democratiche basandosi sull’Iniziativa presidenziale per il rinnovamento democratico, sul Vertice per la democrazia e sull’Anno d’azione.

Gli Stati Uniti concentreranno i loro sforzi diplomatici, sfrutteranno i loro programmi di sviluppo e utilizzeranno i loro strumenti di difesa per rafforzare e consentire ai lroo partner di rispondere alle cause dei conflitti in tutta la regione.

Si concentreremo sul rafforzamento della capacità dei partner africani di promuovere la stabilità e la sicurezza regionale, consentendo alle istituzioni governative di sicurezza più professionali, capaci e responsabili di garantire la sicurezza interna.

Investiranno anche nella prevenzione locale e negli sforzi di peacebuilding per mitigare e affrontare le vulnerabilità, utilizzando la legge bipartisan sull’instabilità globale nelle aree costiere dell’Africa occidentale e del Mozambico.

Gli Stati Uniti daranno priorità alle risorse antiterrorismo per ridurre la minaccia dei gruppi terroristici agli Stati Uniti stessi, alle persone, agli obiettivi diplomatici e militari, indirizzando le capacità unilaterali solo dove è legittimo e dove la minaccia è più grave.

Lavoreranno principalmente con e attraverso i nostri partner africani, in coordinamento con i nostri principali alleati, a livello bilaterale e multilaterale, per perseguire obiettivi antiterrorismo comuni e promuovere approcci civili e non cinetici, laddove possibile ed efficace.

Come parte di questo approccio, gli Stati Uniti utilizzeranno programmi speciali per costruire la capacità delle agenzie locali di sicurezza, intelligence e partner giudiziari di identificare, interrompere, disgregare e condividere le informazioni sui terroristi e le loro reti di supporto”.

Se Washington ha intenzione di sostenere i cosiddetti “gruppi di emarginati” che rappresentano mucchi di sodomiti locali o di influenzare deliberatamente la narrativa sulle relazioni tra persone dello stesso sesso, questo trascina chiaramente l’ingerenza negli affari interni degli Stati.

Sul fronte della sicurezza, ci si interroga anche su chi e cosa sosterrà l’esercito statunitense.

Va notato che il Pentagono si sta adoperando attivamente affinché le aziende private statunitensi del settore della difesa investano in progetti di tecnologia avanzata ed energia per le forze armate africane attraverso un fondo speciale, il “Prosper Africa”, sotto l’egida del governo statunitense [2].

Il Comando Africa del Pentagono, responsabile del continente, ha basi e installazioni in diversi Paesi. Nella regione sono presenti anche cellule della CIA, oltre a dipendenti di altre agenzie che raccolgono ed elaborano vari tipi di informazioni. Per non parlare dei rappresentanti di società militari private, come la famigerata struttura di Eric Prince, che dopo gli scandali in Iraq si è impegnata attivamente nei suoi affari proprio in Africa.

Per quanto riguarda gli alleati degli Stati Uniti, esiste già un’iniziativa per le infrastrutture e gli investimenti globali nell’ambito del G7, per la quale è stato previsto lo stanziamento di 600 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti sembrano spingere i loro partner a perseguire i propri interessi. Questa iniziativa è interconnessa con il già citato progetto Prosper Africa e con altri – “Power Africa” e “Feed the Future”. Inoltre, gli Stati Uniti sperano di trasformare digitalmente l’Africa attraverso le loro società informatiche.

Per quanto riguarda il terzo punto, Washington sta cercando di lanciare progetti economici specifici, anche se alcuni di essi, ancora una volta, rientrano nei primi due obiettivi. Perché la costruzione di comunità economiche inclusive va di pari passo con la diffusione della democrazia (secondo la visione degli Stati Uniti). Si parla di recupero dalla pandemia di coronavirus e di sicurezza alimentare. È interessante notare che altre malattie diffuse e pericolose nell’Africa subsahariana non sono affatto menzionate nella strategia.

Da ciò si può concludere che la menzione del Covid è di routine e che in realtà gli Stati Uniti non sono affatto preoccupati per il sistema sanitario dei Paesi africani. Va detto che molti Stati africani hanno tassi di mortalità piuttosto elevati e precoci, compresa la mortalità infantile. Ma la Casa Bianca si limita a sorvolare sulla questione, promettendo in astratto un futuro benessere.

Infine, il quarto punto prosegue la linea dei precedenti. Si tratta della collaborazione degli Stati Uniti con i governi africani, la società civile e le comunità locali per sostenere e gestire gli ecosistemi naturali che ridurranno le emissioni di carbonio e controlleranno il cambiamento climatico. Gli Stati Uniti hanno due programmi a questo scopo: lo U.S. Plan to Conserve Global Forests, il Critical Carbon Sinks e il Central Africa Regional Programme for the Environment. Allo stesso tempo, Washington intende lanciare un piano energetico, anche se non sono stati forniti dettagli.

Va notato che la Cina è citata un paio di volte, mentre la Russia è menzionata sette volte. Anche se è chiaro che gli Stati Uniti dovranno fare i conti soprattutto con la presenza cinese nella regione, dato che Pechino ha da tempo progetti infrastrutturali in Africa, nonché prestiti che non sono politicamente vincolanti e che sono accolti con favore dai governi locali.

Naturalmente, al di là delle patetiche esortazioni contenute nella strategia, ci sono interessi oggettivi e razionali degli Stati Uniti legati al fatto che entro il 2050 il numero di africani dovrebbe raggiungere il 25% della popolazione mondiale. Questo significa il più grande mercato di consumo e la più grande forza lavoro. Se applichiamo la legge dei grandi numeri, significa capacità intellettuale e tecnologica.

L’Africa ha anche la seconda più grande area di foresta pluviale al mondo e possiede il 30% dei minerali più importanti. In termini di influenza politica, l’Africa subsahariana ha il 28% dei voti nel sistema delle Nazioni Unite. La manipolazione di questi voti sembra fondamentale per Washington.

Da qui l’interesse strategico per i Paesi africani. Nonostante l’instabilità di alcuni di essi, le turbolenze politiche e l’incertezza, Washington vuole mettere la sua zampa sul futuro del continente, anche se in passato è stata direttamente coinvolta in numerosi progetti distruttivi.

È degno di nota anche l’interesse per l’Africa da parte dell’UE e di singoli attori di questo commonwealth, come Germania e Francia. Parigi ha recentemente perso parte della sua influenza, mentre Berlino sta cercando di promuovere la propria road map, che ha gli stessi obiettivi di Washington.

È interessante notare che la pubblicazione della strategia ha coinciso con il tour di Anthony Blinken in Sudafrica, Repubblica Democratica del Congo e Ruanda. Le sue dichiarazioni erano chiaramente anti-russe. In particolare, ha parlato negativamente delle attività delle compagnie militari private russe in Mali e nella Repubblica Centrafricana, che stanno aiutando molto i governi a stabilire la pace e la stabilità.

Inoltre, a luglio il Segretario di Stato americano si è recato in Egitto, Etiopia, Uganda e Repubblica del Congo. Questo testimonia il lavoro sistematico di Washington nei confronti della regione. Ma mentre Mosca viene citata nel contesto della crisi ucraina e dell’interazione delle forze di sicurezza, Pechino è una questione più ampia per la Casa Bianca.

Il fatto è che la Cina è da molti anni il più grande partner commerciale con l’Africa, dove il fatturato commerciale raggiunge i 200 miliardi di dollari all’anno. Più di 10.000 aziende cinesi operano nei Paesi africani. Nel 2020 è stato istituito il Fondo per lo sviluppo delle infrastrutture della Belt and Road Initiative di un miliardo di dollari e due anni prima è stato approvato un pacchetto di aiuti all’Africa di 60 miliardi di dollari [3].

La Cina è stata uno dei principali donatori e investitori in progetti infrastrutturali in Africa fin dal 2011 ed è improbabile che gli Stati Uniti raggiungano e superino rapidamente Pechino in questo senso.

Inoltre, in passato la Cina ha pagato i debiti di diversi Paesi africani nell’ambito di impegni internazionali, cosa che è stata percepita positivamente sia dalle élite politiche che dalle società africane, nonostante la propaganda occidentale anti-cinese che accusava Pechino di perseguire politiche neocoloniali e di indebitamento. Non esiste una memoria storica negativa della presenza cinese in Africa e il passato della Cina stessa offre speranze di sviluppo anche nei Paesi africani.

La Cina ha anche un interesse diretto nella stabilità a lungo termine dell’Africa, dato che circa un terzo del petrolio che entra nel Regno di Mezzo viene estratto ed esportato da Paesi africani (Sudan, Angola e Nigeria). Un altro 20% circa del cotone che entra in Cina è anch’esso di origine africana. Per non parlare di altri prodotti, dalla frutta e verdura ai minerali. Pechino si impegnerà quindi attivamente per mantenere la propria influenza.

L’interesse a localizzare basi militari ha proprio queste ragioni. La strategia cinese della “collana di perle” poggia sul Corno d’Africa, per poi proseguire via terra nell’Heartland africano.

In termini di infrastrutture informatiche, la Cina sta attuando in Africa il progetto della Via della Seta digitale. Questo viene condotto in gran parte attraverso ZTE, che in precedenza si è aggiudicata contratti per 2,7 miliardi di dollari attraverso prestiti [4]. Questa non è una novità per Washington. Diversi think tank statunitensi vicini al governo parlano da tempo della crescente influenza cinese in Africa [5].

Detto questo, le valutazioni sugli interessi degli Stati Uniti sono state diverse. Ad esempio, la RAND Corporation ha osservato in uno studio sull’argomento che “la Cina non è necessariamente una minaccia strategica per gli interessi degli Stati Uniti” [6] ma sotto l’amministrazione di Donald Trump, la retorica anticinese negli Stati Uniti è aumentata. Sebbene i democratici siano stati piuttosto critici nei confronti di Trump su molte questioni di politica estera, la linea di confronto con Pechino è continuata.

I think tank statunitensi continuano a sviluppare soluzioni diverse per molti casi, da Taiwan alle relazioni bilaterali. Anche l’Africa non viene trascurata. Allo stesso tempo, le critiche a Pechino sono riprese dai satelliti europei degli Stati Uniti. Alcuni media globalisti continuano a diffondere miti anticinesi e a elogiare gli Stati Uniti.

Ad esempio, The Economist ha scritto nel maggio 2022 che:

“la Cina sta mostrando una spavalderia crescente nelle sue relazioni con l’Africa. Xi Jinping e i suoi inviati si impegnano regolarmente con l’Africa; ai vertici triennali Cina-Africa, i leader cinesi amano promettere a gran voce nuovi fondi e programmi. L’America dà un contributo prezioso all’Africa, ma in modo meno visibile. Le sue forze armate aiutano i governi africani a combattere i gruppi estremisti. L’America ha investito molto per migliorare la salute pubblica, fornendo vaccini contro il coronavirus di produzione occidentale che funzionano meglio di quelli cinesi (e sono gratuiti). Ad aprile, l’amministrazione ha stanziato oltre 200 milioni di dollari in aiuti al Corno d’Africa in risposta alla crisi alimentare esacerbata dalla guerra della Russia in Ucraina. Di solito non c’è nulla di male nel pubblicizzare gli sforzi occidentali per sostenere la democrazia, che rimane la forma di governo più popolare tra gli africani. Anche Biden dovrebbe visitare l’Africa. Un approccio occidentale meno paternalistico sarebbe opportuno. I governi africani non si aspettano più dalla Cina prestiti enormi e mega progetti. La condiscendenza della Cina nei confronti di Vladimir Putin e il suo approccio punitivo nei confronti di Paesi come la Lituania ci ricordano che anche la Cina può essere prepotente. Da 20 anni, la Cina è il principale partner dei governi africani che cercano di trasformare le loro economie. La maggior parte dei politici africani e dei loro cittadini hanno apprezzato i benefici derivanti da questa relazione. Ma rivolgersi alla Cina è stata spesso l’unica opzione. L’Occidente deve offrire un’alternativa.” [7]

In teoria, se l’Occidente volesse affermare la propria influenza in Africa, potrebbe farlo. Ma il problema è che l’Occidente non può offrire alcuna alternativa. L’unica cosa che può tentare di fare è investire di più in vari grandi progetti. Il fatto è che, sebbene la Cina abbia investito molto, non è molto per l’Africa nel suo complesso e sono necessari più soldi per lo sviluppo delle infrastrutture [8].

Ma qui c’è una questione di condizioni. L’Occidente non è abituato a concedere denaro o prestiti senza richieste politiche. Per questo motivo, i prestiti cinesi sono più attraenti. Inoltre, ci sono altre opportunità, come la banca BRICS (di cui il Sudafrica è uno dei membri) o l’attività di altri attori nella regione, come l’Iran e la Turchia.

Comprendendo ciò, è probabile che gli Stati Uniti non competano direttamente con la Cina, ma cercheranno di occupare le nicchie vuote e di espandere la propria presenza laddove hanno una posizione credibile. È probabile che, parallelamente, gli Stati Uniti e i loro agenti conducano una guerra d’informazione contro la Cina, diffamando in ogni modo possibile qualsiasi iniziativa di Pechino.

La probabilità di utilizzare la diaspora africana che vive negli Stati Uniti è alta. Come minimo, questa opzione è indicata nella strategia. Tuttavia, anche un’azione così limitata da parte di Washington potrebbe avere conseguenze spiacevoli per i Paesi africani, in quanto limiterebbe la loro sovranità in un modo o nell’altro. Inoltre, il radicamento dei servizi militari e di intelligence statunitensi con il pretesto della sicurezza minaccerà la stabilità della regione.

[1]     https://www.whitehouse.gov/briefing-room/press-briefings/2022/08/07/background-press-call-by-senior-administration-officials-previewing-the-u-s-strategy-toward-sub-saharan-africa/

[2]    https://www.prosperafrica.gov/

[3]   https://www.forbes.com/sites/wadeshepard/2019/10/03/what-china-is-really-up-to-in-africa/?sh=5eb7ba1f5930

[4]   https://static1.squarespace.com/static/5652847de4b033f56d2bdc29/t/610844c1b59c8123f42a0c3e/1627931842061/PB+60+-+Tugendhat+and+Voo+-+China+Digital+Silk+Road+Africa.pdf

[5]    https://www.csis.org/programs/africa-program/archives/china-africa

[6]   https://www.rand.org/pubs/research_briefs/RB9760.html

[7]  https://www.economist.com/special-report/2022-05-28

[8] https://www.fpri.org/article/2022/01/chinese-economic-engagement-in-africa/

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Foto: Idee&Azione

31 agosto 2022