Anche la fantasia è atto politico, non potete esimervi

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di Lorenzo Centini

Quando creiamo un mondo alternativo, sia esso proiettato di lato (fantasy) o in avanti (fantascienza) raramente ci preoccupiamo di stabilizzarlo e di legittimarlo. Creiamo un mondo così com’è, lo descriviamo come un fatto idiografico, immediato, come un fato di fatto.

Questo è necessario per due motivi. Uno di carattere pratico: non è interessante primariamente il mondo che creo, ma l’intreccio che vi si svolgerà. Creo infatti un mondo, nel 90 % dei casi, perchè l’intreccio che vi impianterò sfolgorerà più netto di quanto non avrebbe fatto se lo avessi posto nel mondo contemporaneo.

Il secondo è che spesso i mondi creati sono mondi, nella loro struttura, fortemente dicotomici. Le strutture politiche, sociali e culturali dei mondi creati sono usualmente radicali, squadrate, basate su pochi assunti molto estremi. I Re sono assoluti, le società militari sempre violente e prevaricatrici, le anarchie senza scampo, ecc. A questa nettezza si contrappone di solito, nelle opere di qualità, una variegata umanità. Anzi, spesso le due cose sono volutamente contrapposte: è la singola esperienza umana o emotiva che, stagliandosi su confini netti, appare ancora più evidente.

Per creare mondi appuntiti servono materiali duttili, e un mondo senza dimensioni temporali è un mondo duttile. Le strutture senza tridimensionalità temporale sono strutture di cui si può fare di tutto, perchè ogni asserzione su di loro interroga solo il presente. E quand’anche l’autore si preoccupi di creargli un passato è sempre una storia teleologica: ora caro lettore ti spiegherò perchè siamo arrivati fin qui. Ogni storia di queste strutture radicali è, di solito, una preparazione, un’introduzione: non è mai un bivio, al fruitore raramente viene offerto il dubbio che le cose avrebbero potuto andare diversamente.

Questa storia ad uso costruttivo-confermativo è la firma della duttilità. Anzi, la sua diretta causa. E infatti, per controprova, nessuna struttura, potere e società nel mondo reale sono nette e squadrate. Perchè hanno una storia, hanno sviluppato anticorpi, si sono sviluppate spalla a spalla con altri mille impedimenti che, come alberi che crescono vicini, impongono reciproci adattamenti. Il Re Fantasy di solito governa (o può governare) senza consultare nessuno perchè non ha dovuto ottenere il suo potere sul campo, combattendo con nobili, città e clero. Ma il potere assoluto del Re Fantasy è un’opportunità fantastica per far muovere sulla scena consiglieri infidi, monarchi virtuosi ma tarati, ecc. Se un Re Fantasy dovesse chiedere il permesso ad un parlamento per il finanziamento ad una guerra, quale suspence creerebbe un monarca ammaliato da un cattivo stregone? La vera storia ansiogena deriverebbe dalle contrattazioni su quale tassa far pagare ai villaggi costieri.

Derivato da codesto assunto si deriva che, inevitabilmente, quando creiamo un mondo fantasy stressiamo concetti, contenuti e condizioni e su queste estremizzazioni costruiamo mondi appetibili. Ed è questo che ci distanzia enormemente, per esempio, dagli utopisti antichi: questi operavano al contrario una smussatura delle estremizzazioni. Le società perfette antiche erano società di uomini misurati, dove gli eccessi erano domati e proprio per questo le cose potevano risplendere. Noi siamo pessimisti perchè ogni nostra fuga in avanti parte da una idea inconscia: cosa accadrebbe se questo principio/fatto sociale/elemento umano si ingigantisse o diventasse parossistico? E su questo fondiamo mondi irreali che ci terrorizzano, ma che proprio in virtù della loro unilateralità sono paurosi.

Alla fine, creare mondi, anche se emerge da una attività di resa di irrealtà, è atto politico. È un laboratorio inconscio, e come tutti i laboratori falso per costituzione. Non vi è contraddittorio naturale, ogni cosa percorre il piano inclinato senza attrito. Ogni movimento è potenzialmente senza stop.

Foto: Idee&Azione

6 gennaio 2022