Annientamento

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di Eduardo Zarelli

L’ultimo fluviale romanzo di Michel Houellebecq non si sottrae alla inesausta fonte dell’autocompiaciuto nichilismo. L’indubbia maestria letteraria in odio alla società liberale non ha antidoto, ove la modernità è il riemergere di un orrore ancestrale: l’indistinzione. Spogliati dai condizionamenti culturali siamo atomi utilitaristici destinati a un insulso aggregato uniforme. La famiglia Raison (partenogenesi della Dea ragione illuministica) collassa nella consunzione occidentale: il miglioramento delle condizioni di vita va di pari passo con il deterioramento delle ragioni di vita, nulla può la scialba nostalgia genealogica per il padre, resta solo la vita che vuole vivere, autoconservazione, “prodotti industriali della natura” per citare Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer. La via di uscita è una retroazione, la nolontà, il non volere (nell’antecedente “Serotonina”, le pillole Captorix), per sottrarsi dato che non c’è rifugio nelle “meravigliose menzogne” delle sorti progressive e quindi del ruolo sociale che, alla fine di Annientare, i protagonisti rimpiangono di non avere mai avuto.

Nel penultimo romanzo, Sottomissione l’autore immagina che gli uomini d’Occidente (i cittadini francesi, nello specifico della storia che racconta), in cambio di protezione e sicurezza, per illudersi di tornare a provare il senso di un significato perduto, siano disposti a rinunciare all’artificio della “liberté, égalité, fraternité” in favore di una paradossale teocrazia islamica “moderata”, ossimoricamente tollerante. Ma l’evidenza dell’oggi è ben altra e più forte della inventiva del letterato: la perdita di arbitrio e intenzionalità sono dettate dall’affermarsi di un ordine tanto reificato quanto caotico e nichilista degli algoritmi, una totalizzante gabbia digitale di Skinner in cui il condizionamento operante permette di indurre condotte reiterate, uniformi, per cui l’umanità non crede più in nulla se non nella nuda esistenza da preservare come tale.

La libertà non è un fine, è un mezzo. Chi la scambia per un fine, quando la ottiene, non sa che farsene e la cede all’inerzia del leviatano.

Foto: Idee&Azione

22 gennaio 2022