Arte tra le rovine

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di Massimo Selis

«Una volta un saggio disse che il peccato è tutto ciò che non è necessario. Se questo è vero, allora tutta la nostra società è fondata sul non necessario, dall’inizio alla fine. Ci siamo creati una spaventosa disarmonia, uno squilibrio per così dire tra il nostro sviluppo materiale e quello spirituale. La nostra cultura è inadeguata, la nostra civiltà è fondamentalmente sbagliata, figlio mio». Seduto tra gli alberi, Alexander parla così al figlioletto e forse alla sua dilaniata coscienza, in una delle prime scene di Sacrificio, di Andrej Tarkovskij.

Ciò che si è sviluppato pervertendo ogni ordine di natura, capovolgendo le gerarchie e gli equilibri deve, una volta raggiunto il suo massimo grado di sovversione, dissolversi per lasciar posto ad un ritrovato ordine. Ma non senza urto e dolore. I due anni di restringimento di tutte le libertà e di negazione di qualsivoglia principio di giustizia, l’ombra di una guerra che potrebbe incendiare l’intero pianeta sono segnali più che evidenti che non siamo affatto lontani da questa fine. A scanso di equivoci, chiariamo subito che negli anni che seguiranno potremmo tanto precipitare in linea retta e sempre più velocemente lungo il baratro, come risollevarci temporaneamente nella parentesi di una riscritta pace, prima di salutare la fine di questo eone ed entrare tumultuosamente nel successivo. Quello che allora si mostra già agli occhi di chi ha provveduto a liberarsi di alcuni veli, è un mondo di fantasmi e di macerie, al quale non bisogna affatto aggrapparsi. Davanti all’inconsistenza polverosa che si palesa agli occhi, occorre al contrario munirsi di badile per liberare il campo dai detriti ed edificare nuovi e più bei palazzi.

Se però guardiamo a cosa è stato e cosa è tuttora la risposta degli uomini al disfarsi di “questo mondo”, vediamo solo un compulsivo rincorrere notizie e analisi coll’unico scopo di riavere indietro un poco di “normalità”, o al massimo nel progettare un differente quadro socio-economico. Un agire che, seppur portato avanti in buona volontà, rimane offuscato dalla stessa polvere di morte di cui odora la realtà che ci sta attorno. Un agire, un ragionare che è tutta orizzontalità, di chi appunto ancora vede edifici svettanti verso il cielo e non ammassi di pietre; di chi respira ancora gonfiando i polmoni e non avverte invece la stessa polvere che offusca l’aria, impregnare i suoi bronchi; di chi non riesce a lasciare ciò che sta indietro, poiché il passato è conferma alla sua identità: spezzarne il legame equivale a morire.

È dunque tristemente ovvio che nessuno abbia cercato la voce dell’arte per meglio indirizzare il cammino. La folla assordante di giornalisti, scienziati, avvocati, e altre categorie ancora – tutti peraltro prestati alla buona causa contro le ingiustizie – ha occupato ogni spazio del pensiero. Si aveva bisogno di trovare le cause, i perché, tutti mondani, per meglio affinare le strategie contro un potere dispotico quanto irrazionale. Davanti alla gravità degli eventi l’arte sembrava un che di inappropriato. Al più le si chiedeva – senza peraltro ricevere risposta – di aggiungersi al coro di chi si batteva per il ripristino delle libertà. Così, in fondo, svilendo qualcosa – l’arte appunto – che era già il fantasma di se stessa, anche se nessuno pareva essersene accorto.

Ignari di vivere dentro una “imperfetta” illusione, all’arte abbiamo lasciato di volta in volta i compiti di solleticarci emotivamente, di ammaestrarci alle ideologie ultimo grido, di creare riflessioni che non sfondassero mai il tetto di questa illusione, o persino, banalmente, di distrarci. E l’arte ha risposto egregiamente: un tale mondo completamente rivoltato contro l’uomo non poteva che avere un’arte inutile. Così, dimenticarsene in questi due anni, è stato facile. La vita vera chiamava ad altre e più “impellenti” necessità.

Il destino a cui ci stiamo condannando, però, è che quelle rovine, per ora soltanto virtuali, diventino rapidamente di pietra viva. Più l’uomo non intende il Segno nascosto in questi sussulti della società, più sarà necessario che gli venga tolto tutto. Oggi alcune libertà, il lavoro, domani le case sotto il fragore dei missili, o per le catastrofi naturali, infine la vita stessa. Un uomo incapace di immaginazione e perfino di pensiero astratto. Fintanto che qualcosa non gli viene strappato con forza dalle mani, quasi non se ne preoccupa, come se non esistesse. Irrigidito nel suo io infantile, egli continua ad alzarsi ogni mattina per attendere ai suoi impegni e non accenna a sostare nella sua cella interiore dove potrebbe afferrare ben più alte verità. Provvidenzialmente dobbiamo allora sperare che questi impegni gli vengano brutalmente revocati. Così, forse, tornerà a pensare, ad immaginare, a chiedersi magari per la prima volta il perché ultimo delle cose che sostanziano la sua vita e quella della comunità in cui vive. Non cercherà più semplici soluzioni, ma di scoprire e adempiere al mandato divino che gli è stato conferito, cosciente del fatto che solo nello spezzare le regole del vecchio vivere, potrà raggiungere tale meta. Gli apparirà nitida questa gigantesca “torre del superfluo” che è la falsa società che abbiamo tutti contribuito a costruire. Ecco che allora l’Arte, quella nobile e vera, tornerà ad essere per lui una voce da seguire, essenziale per schiudere sempre più i suoi occhi oltre la «figura di questo mondo».

Un passaggio dalla morte alla vita: ecco cosa stiamo affrontando. Un percorso che sarà ancora lungo, puntellato di molte tribolazioni. L’Arte deve essere la torcia che regge la luce anche nelle strettoie più oscure. Come la preghiera incessante, essa si fa strumento di conversione delle menti e dei cuori. L’artista deve quindi tornare ad essere Demiurgo, colui che attraverso il suo talento e l’influenza dello Spirito compie un rito di ri-creazione del Cosmo, una nuova e piccola genesi. E la sua opera aprire i corridoi fra questo mondo e quelli superiori. Il tempo si dissolve nell’Eterno, il racconto si sublima nel Mito. L’immaginazione, scaccia l’illusione. Perché è forza creatrice che modella la vile materia e ne fa strumento iniziatico.

Tra le rovine di un mondo che da qui a qualche anno saluteremo, facciamo camminare allora una rinata Arte. Non temiamo più di trasfigurare una realtà che è appunto solo ombra e bugia. Non lasciamoci più imprigionare dal dolore che ci ha tenuto stretti a queste forme di morte. L’Arte disvela un’altra e più spirituale realtà a cui siamo chiamati. L’Arte è liberazione: non insistiamo nel voler essere schiavi. Trasparente deve tornare ad essere l’occhio dell’artista, e trasparente deve essere l’occhio di chi si accosta all’opera d’arte. Nel fuoco purificatore che già sprizza le sue prime scintille, si cammina costruendo e vagheggiando l’edificio più bello e più giusto. Poco importa se si metteranno solo i primi mattoni. Chi ha riconosciuto l’inganno di questo Tempo, è animato dall’urgenza di edificare qualcosa di radicalmente nuovo. E sa che può farlo soltanto se accompagnato anche dalla luce dell’Arte. Da qui si riconosceranno coloro che invece continueranno a preferire le tenebre. Il Cielo può avvicinarsi sino a baciare la Terra, ma la terra non può piegare il Cielo ai suoi bisogni. Le pietre non si devono trasformare in pane.

Foto: Fotogramma da Sacrificio, di Andrej Tarkovskij, 1986, Svenska Filminstitutet, Argos Films, Film Four International

19 marzo 2022