Author: Massimo Selis

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    Le due armate

    Il cielo caliginoso copre il campo di battaglia. Il sole, consumato il suo ciclo, attende paziente oltre l’orizzonte, di là da ogni sguardo. La vista è corta. Le tinte bluastre e grigie rivestono uomini e vegetazione modellando un paesaggio insaturo e omogeneo. I due schieramenti si stuzzicano. Il più grande avanza e sembra sferrare un attacco, ma è solo una mossa di fastidio. L’altro cerca di parare il colpo e tenta una controffensiva che ha però breve durata.

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    Non sparate sull’artista

    «Ciò che è in basso è come ciò che è in alto», insegna la Tavola Smeraldina, ma è ciò che è posto in alto a precedere e determinare quello che è posto in basso, così che l’uomo, attraverso i “segni” che raccoglie quaggiù in questo mondo, è reso capace di ascendere ai mondi superiori. Allo stesso modo, è l’eccezionale che stabilisce i confini e i toni della norma e non l’aspetto comune, perché la misura più piccola non può essere dilatata per contenere quella più grande, mentre in quest’ultima sono comprese tutte le ampiezze, anche quelle infinitesime.

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    We shall overcome: il perché di una scelta

    «E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo». (Gal 6,9)
    Il mondo è un grande campo di battaglia,
    Con le forze tutte schierate;
    Se nel mio cuore non mi arrendo,
    Un giorno vincerò.
    Così recitano le prime strofe di un inno gospel composto nel 1901 da Charles Albert Tindley, ministro della Chiesa Episcopale Metodista di Filadelfia. Quell’inno si intitolava I’ll overcome some day e prendeva spunto proprio da un passaggio della Lettera di San Paolo ai Galati.

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    Le luci di Atlantide

    L’Arte è la grande assente dalle riflessioni su questi tempi così drammatici, ma allo stesso tempo fecondi. Perché essa non concede sguardi se non intimi, rifugge il distratto sfogliare delle pagine di un quotidiano. L’Arte non è come attingere acqua fresca dalla fonte vicino casa, ma è scavare un pozzo non sapendo quello che si troverà.

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    L’incomunicabilità, ieri, oggi

    Cannes, 1960: in concorso c’è L’avventura di Michelangelo Antonioni. Alla proiezione, il film viene fischiato sonoramente dal pubblico, salvo poi ricevere il Premio Speciale della Giuria per «il suo notevole contributo alla ricerca di un nuovo linguaggio cinematografico». L’avventura dà inizio alla produzione più matura del regista ferrarese e costituisce il primo capitolo della “cosiddetta” trilogia “esistenziale” o “dell’incomunicabilità”, insieme con La notte (1961) e L’eclisse (1962).

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    Eros e Identità

    Corpi erranti come sonnambuli, gli occhi spalancati ma prigionieri in una tunica opaca; tastano il mondo con mani incerte e straniere. Più non cercano, più non ricordano cosa si cela sotto le ombre della notte, nei nascondigli predisposti dalla loro anima. Lì dove uno specchio attende il bagliore lucido dei loro occhi per rivelare l’immagine sconosciuta di se stessi

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    Il Corpo mistico: responsabilità e relazione

    Il nostro occhio raggiunge appena alcune leghe definendo così le linee dell’orizzonte. In questa «aiuola che ci fa tanto feroci» non ci ritagliamo che una piccola zolla e a null’altro prestiamo attenzione e cura. In verità, però, tutto ciò che accade su questa Terra – e non solo! – ci riguarda, in qualche modo. Si vuole intendere, con questo, che qualunque cosa – azione, o pensiero, sia che espliciti il Bene, o il Male – resta.

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    Eros e Thánatos

    Le tenebre adagiano sul volto dell’uomo la loro ombra, l’ombra dell’uomo stesso: il terrore. Fa paura la morte, perché fanno paura tutte le “piccole morti” a cui domandiamo di non essere presentati. Ogni perdita – materiale, sociale, psicologica, e spirituale – si palesa come il dissolversi nel nulla, della propria identità. Identità artefatta che nell’angoscia davanti alle tenebre confessa il suo inganno, la sua falsità. Si ha terrore della morte perché si è già morti. E si è morti perché non si è incendiati dal fuoco dell’eros.

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    Il filo d’oro

    Un oscuro padrone schiavizza le infantili coscienze di questa umanità: il terrore. Colui che divora l’ignoto e l’inatteso, perché le pareti del suo palazzo devono brillare di una sola falsa luce, la sicurezza. E così alfine, ogni cosa si va facendo manifesta spalancando i cancelli dei cimiteri ben nascosti nelle nostre interiorità. Non eravamo preparati nemmeno all’idea della morte, perché siamo estranei alla vita.

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    Schiavi in una falsa immagine del corpo

    Isolati, oppressi, marchiati: i nostri corpi raccontano la morte e non più la vita. Raccontano lo svuotamento che si lascia riempire e possedere dalla paura, un liquido infetto che ruba ogni spazio. Gli occhi più non vedono perché dati in prestito ai signori della menzogna. Così subiamo ogni oltraggio e abbandoniamo gli ultimi rimasugli di dignità. Il corpo è pegno per la vittoria sulle proprie paure e nevrosi, è il facile baratto che alimenta l’illusione di una normalità da riconquistare ad ogni costo. Ma non vi è qui più né corpo, né uomo, solo la loro impacciata controfigura.