Baccanali e microriti. Due parole su danza, metronomo spirituale e ritualistica

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di Lorenzo Centini

In un passo del suo libro Dodds, diffondendosi sul bacchismo, fa opportunamente notare come Dioniso fosse, insieme, colui che effondeva la pazzia e colui che la curava. La nostra concezione limita Dioniso al suo aspetto liberatorio quando egli, nella tradizione greca, è ben più sfaccettato, perché molto più intelligenti di come ci figuriamo erano i greci.

I greci immettevano nel Dioniso che fa impazzire e tornare normali attraverso lo stesso mezzo (la danza orgiastica) la nozione basilare per la quale è il male totale sia l’abbandonarsi a voglie e impulsi senza limiti quanto privarsene e negarli.

Proprio l’isolamento temporale delle feste dionisiache, la loro cadenza annuale o addirittura, per le forme più selvagge, biennale, aveva esattamente questo scopo. Su un piano sociale la ben nota tesi per la quale il dionisismo funse da valvola di sfogo può reggere. Ma nella silhouette psicologica di Dioniso troviamo ben di più: troviamo una raffinata e arguta concezione di giusto mezzo. Dioniso punisce con la manìa chi si abbandona alla sfrenatezza attraverso la possessione: ugualmente fa con colui che non vi si abbandona mai, negando, castrando, chiudendo, voltandosi dall’altra parte. Se non si vuole, in questo caso, il castigo è pure peggiore: la mania della danza ossessiva coglie il normale travolgendolo all’improvviso.

Questo si lega con un’altra considerazione, che invece produce Durkheim nel suo testo. Egli, studiando i riti aborigeni, compie questo collegamento: tanto più un rito è lungo tanto più è a scadenza rarefatta; tanto più è liminale, estremo, importante, tanto meno un aborigeno avrà l’occasione di frequentarlo. Dice Durkheim che le grandi orge che si producono tra diversi clan totemici, e che sono scandite da precisi calcoli stellari, si verificano cinque o sei volte nella vita di una persona.

Materialisticamente diremmo che, più dispendioso in termini di interruzione della vita normale è il rito, meno si può ripetere a distanza ravvicinata. Questo è buonsenso. Eppure penso ci sia altro: non è che invece è proprio l’ipostasi del rito a rafforzarsi dal proprio isolamento temporale?

Continua Durkheim: le società evolvono da situazioni antrorituali in cui i riti sono più lunghi, radicali e totalizzanti ma rarefatti nel tempo verso situazioni antrorituali nelle quali i riti sono più piani, semplici, pacati ma riprodotti nel tempo. Testimonianza ne sarebbe, come approdo finale, il cristianesimo moderno e contemporaneo, dove la messa è più volte al giorno, pur avendo perso molto della sua veemenza rituale esterna – e questo anche prima della secolarizzazione incipiente[1].

È come se il respiro rituale dell’umanità si facesse corto. Il rito, se è ipostatizzazione della comunità e del Tutto in un livello superiore percepibile tramite i sensi dello spirito, è come l’inspirazione del Mondo sociale. Se il respiro si accorcia, l’aria spirituale che entra nelle narici sociali, e che fuor di metafora è la condizione verticalizzante di chi esce dalle secche del qui-ora misero, o ancor meglio l’uscita dal sé, si riduce. Come nei microdosaggi di certe sostanze si vive in un continuo effetto blando, una condizione né straniante né prettamente reale.

Se mettiamo insieme il rito della danza che è sia mania che cura e questo “metronomo rituale”, che otteniamo? Noi ci circondiamo di piccoli riti, di minicatarsi, di micropurificazioni rituali, cioè le cose che facciamo che ci fanno mettere insieme corpo e spirito. Un respiro profondo, la meditazione della mattina, l’occhio chiuso ad isolarsi dal rumore: sono microdosi di rito ipostatico. Così, però, ci precludiamo l’intensità vera del rito che ci isola in modo fortissimo.

Durkheim pensava che fossimo arrivati allo spezzatino finale: non aveva calcolato quanto ancora poteva andare avanti la dis-istruzione allo spirituale che viviamo.

[1] È notorio che la moltiplicazione delle messi quotidiane, comprese quelle richieste in suffragio, si sia verificata a partire soprattutto dalla prima età Moderna. Moltissimi ordini monastici (benedettini, certosini, ecc) compiono due riti settimanali. Francesco d’Assisi ammoniva i suoi di celebrare poche volte, di non moltiplicare le messe. Si metta questo assieme alla politica ecclesiastica estremamente conservativa rispetto alla particola e alla sua somministrazione.

Mi sembra di riconoscere in questa sensibilità (e qualcosa si potrebbe dire anche del mondo islamico) una sapienza antica: il rito acquisisce forza perché ha un prima e un dopo. Perché c’è un legame anche quantitativo tra il tempo che strappa al mondo e la sua forza, l’intervallo che impone alle nostre vite.

Foto: Jacques Francois Courtin, Dioniso consegnato alla ninfa Nisa, Museo delle Belle Arti di Arras

11 febbraio 2022