Cenni sugli archetipi mitologici delle costellazioni estive

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di Jari Padoan

Vos, o clarissima mundi lumina,

labentes caelo quae ducitis annum…

Virgilio, Georgica, I

Premettendo che non ricordiamo chi sia l’autore di questo celebre aforisma (ringraziamo in anticipo qualche gentile lettore se può aiutarci!), qualcuno ha detto che l’uomo prenda coscienza della propria finitudine quando si confronta con due cose eterne: il sepolcro e il cielo stellato. In realtà, ormai, ciò non è affatto scontato in questo «regno della quantità» e del bieco materialismo che ha da tempo preso il sopravvento. Ma non ribadiamo nulla di nuovo affermando che chiunque possieda un minimo di “normale” e tradizionale sensibilità estetica, e magari conservi quel senso di timoroso rispetto verso le meraviglie dell’Essere che è attributo naturale dell’essere umano (quello che per i greci era il sentimento del θαυμα, che porta a indagare la spaventosa bellezza dell’Ente), non può che rimanere profondamente affascinato dall’autentico spettacolo che si presenta ogni notte negli spazi celesti sopra di noi.

Ricordiamo, infatti, che le stelle visibili dalla Terra ad occhio nudo nelle migliori condizioni sono circa 6000; da innumerevoli millenni e millenni, queste stelle hanno accompagnato e guidato l’umanità come meraviglia della natura e manifestazione del Divino, ispirando simbologie e tradizioni mitologiche che ancora oggi parlano al cuore dell’uomo. Perlomeno, ovviamente, si intendono quei mitologemi tramandati dalle culture antiche a noi familiari, come le civiltà classiche/indoeuropee, mesopotamiche, orientali o amerindie: e ciò che emerge a riguardo, nelle suddette tradizioni, non è che il retaggio più “recente” dell’ancestrale rapporto con l’osservazione e lo studio del cosmo, che si perde nelle brume del più remoto passato del genere umano. Come insegnava Platone e tanti altri maestri («il tempo è immagine mobile dell’Eternità», secondo il Timeo), e come ne era ben consapevole anche il “comune” uomo antico, i cieli accompagnano lo scorrere inesorabile e perfetto del ciclo dell’anno terrestre. Di conseguenza la vita dell’essere umano, almeno secondo le consuetudini tradizionali e ataviche, ha sempre seguito l’ordine naturale nelle quattro stagioni che vedono l’allontanarsi e avvicinarsi del nostro pianeta al Sole, conformandosi ai cambiamenti ciclici e da essi traendo intuizioni e insegnamenti trascendenti secondo il principio di identità cosmica (palesato nelle celebri parole della Tabula Smaragdina: «come in alto, così in basso»).

Abbiamo ormai da tempo superato il 21 giugno, lo scadere del solstizio d’estate che coincide nell’emisfero boreale con la giornata più lunga dell’anno e che sancisce l’impercettibile ma progressivo accorciamento delle ore di luce solare, il punto che per le tradizioni esoteriche occidentali viene definito Ianua Inferi; esattamente all’opposto di ciò che accade al solstizio d’inverno, attorno al 21-22 dicembre, quando la luce riprende il suo lento trionfo e le giornate ricominciano ad allungarsi con l’inizio dell’anno nuovo.[I] Le costellazioni di cui parleremo saranno quindi tra quelle visibili, nelle cinque direzioni cardinali del cielo boreale, già dagli inizi di luglio intorno alla mezzanotte, che andranno poi incontro a un lento cambiamento fino alle porte dell’equinozio d’autunno, anticipando progressivamente il loro tramonto. Ci limiteremo a considerare le stelle del nostro emisfero, per quanto si vedrà come alcune importanti costellazioni come lo Scorpione o la Vergine, molto estese e molto vicine all’equatore e quindi visibili a varie latitudini, portino inevitabilmente con sé le simbologie tradizionali e mitologiche di popoli tra loro molto lontani, oltre che nel tempo, anche nello spazio geografico.

Notiamo prima di tutto che, se guardiamo verso Nord, le due Orse, il Drago e Cassiopea sono onnipresenti, tanto in estate come negli altri periodi dell’anno. Conosciute da tempi immemorabili, le particolarità e le varie simbologie attribuite a dette costellazioni sono tramandate in testi scientifici come l’Almagesto e il Tetrabiblos di Cludio Tolomeo (Alessandria d’Egitto, II secolo e.v., al quale si deve una tra le prime grandi classificazioni di 48 costellazioni conosciute all’epoca), opere che costituirono autentiche fondamenta per l’astronomia/astrologia tardoantica e poi medievale. Senza considerare, ovviamente, che i riferimenti a tali stelle sono ricorrente nelle grandi opere poetiche e sapienziali più disparate, dalla letteratura babilonese ed egizia fino ai poemi omerici ed esiodei, dai Veda indiani fino alle Georgiche di Virgilio e agli Astronomica di Marco Manilio in epoca romana.[II] Sono infatti le cosiddette costellazioni circumpolari, che nel passaggio di stagione hanno solo cambiato posizione, apparentemente girando su loro stesse (mentre in realtà è l’effetto del ciclo dell’asse terrestre attorno al Polo Nord).

La lunga scia di stelle del Dragone ha curvato la sua “coda” attorno all’Orsa Minore e diretto la “testa” verso lo zenit. Ricordiamo che l’importanza rivestita da Polaris, stella principale di questa costellazione che si trova apparentemente in linea con il Polo Nord terrestre, è tale da poco più di duemila anni: secondo il lunghissimo movimento di oscillazione dell’asse terrestre detto precessione, che si completa in un ciclo di circa 25000 anni (corrispondente, non a caso, al Grande Anno tramandato nelle dottrine platoniche), Polaris ha preso il posto che in un lontano passato era occupato da Thuban o Alpha Draconis, la stella principale del Drago, come riportano fonti dell’Egitto faraonico dove le costellazioni circumpolari visibili erano dette ikhemu-sek ovvero «le indistruttibili»[III]. È ovvio che le simbologie riconducibili alle due Orse, e in particolare alla stella polare come immagine dell’axis mundi, siano letteralmente infinite (per le quali si può rimandare a uno studio basilare come i Simboli della Scienza Sacra di Guénon). Si può ricordare, tra gli esempi più noti, l’importanza simbolica che l’astro rivestiva nella concezione sacrale del mondo e della società umana nella Cina taoista e confuciana, dove era chiamato Tien Ki, la vetta del cielo, e indicava il modello di stabilità del saggio e dell’imperatore, immobile nel fluire dell’universo. Oppure, l’analogia tra la stella e la sua corrispondenza terrestre, l’enigmatico Monte Meru, nella tradizione indiana.

La più celebre simbologia mitologica legata all’Orsa Maggiore, per la cultura classica occidentale, rimane la cacciatrice arcade Callisto mutata in orsa da Era, per punirla della sua unione con Zeus, mentre per la Tradizione Romana era particolarmente importante l’asterismo delle sette stelle principali, dette popolarmente Grande Carro o i Septem Triones, denominazione che passerà ad indicare il Nord per definizione. Ma gli astri della vasta costellazione rivestono una grande importanza tradizionale anche al di là dell’Atlantico, ed è rilevante come in linea di massima, presso le culture del Nord America, essa assuma la medesima simbologia: quella di un grande Orso Celeste, il quale, secondo le culture algonchine (Cheyenne, Cree, Arapaho), intraprese una grande battaglia con gli altri animali nel tempo del Mito (tra i suoi più acerrimi nemici vi sarebbero stati il pettirosso e il gufo)[IV]. Il fatto di questa effettiva condivisione della simbologia dell’Orsa Maggiore tra Eurasia, regioni artiche e Nord America non può certo sorprendere se si tiene conto dell’antichissima migrazione delle attuali popolazioni amerindie dal Vecchio Continente[V], o di una ancora più lontana provenienza polare che accomunerebbe le culture e le simbologie di questi popoli alle civiltà indoeuropee (e non soltanto a queste)[VI].

È inoltre ben noto come le due Orse hanno funto per millenni come guida e punto di riferimento per i marinai di vari popoli e culture: per il poeta e studioso greco Arato, autore nel III secolo a.e.v. dei Phaenomena (1500 esametri sulle mozioni astronomiche e meteorologiche), l’Orsa Minore era particolarmente osservata dai Greci, mentre la Maggiore, visibile anche da latitudini più meridionali, indicava ai Fenici le rotte nel Mar Rosso e lungo le coste del Nord Africa.

Più in basso sotto il Grande Carro, che rispetto alla sua posizione invernale si è inclinato verso nord-ovest sull’orizzonte occidentale, si vede parte del Leone (in particolare Denebola, una delle stelle principali di questa costellazione assieme a Regolo). Analogamente a costellazioni come il Toro o Orione, le cui rappresentazioni come bovino e guerriero/cacciatore sono pressoché unanimi in numerose culture, il simbolismo animale attribuito a questa costellazione è uno dei più arcaici conosciuti e risale almeno alle culture del Vicino Oriente antico. Tradizionalmente designata come il «domicilio» zodiacale del Sole, la costellazione del Leone veniva infatti correlata in Egitto a divinità come Ra e Sekhmet (o Sachmis, dea leonessa associata alla furia distruttrice e alle epidemie ma anche alla medicina, in una notevole analogia con Apollo), al dio Shamash nella cultura sumera e babilonese, fino ad Apollo, Helios e Mithra nella simbologia astrologica dell’antichità classico-mediterranea, per poi venire attribuita allo stesso Cristo, la cui immagine diviene «Sole» spirituale e intellettuale, Lux Mundi per definizione e quindi rappresentato con caratteristiche regali, guerresche e spesso tipicamente “leonine” (basti pensare all’iconografia del Vangelo di Marco). Concentrando invece lo sguardo allo zenit, siamo sovrastati dallo splendore del cosiddetto Triangolo Estivo, il principale e più celebre asterismo delle notti d’estate,[VII] costituito da tre celeberrime stelle: Deneb, Altair e Vega.

Deneb o Alpha Cygni, distante dal Sole ben 1800 anni-luce[VIII] e il cui raggio è cinquanta volte superiore a quello della nostra stella, occupa il punto in cui si immagina la coda dell’animale (la testa è invece indicata da Albireo o Beta Cygni). Questa grandiosa costellazione, che rappresenta la forma in cui Zeus si presentò a Leda, regina di Sparta, sovrasta l’Aquila nella quale si nota Altair (una stella in fase di sequenza principale, ovvero a circa metà della sua esistenza, che splende a 16 anni-luce da noi), mentre più in alto vediamo la potente luce di Vega, stella principale della Lira che occupa la posizione più bassa del triangolo, verso l’orizzonte di Sud-Est, e appare come uno degli astri più luminosi del firmamento estivo. Come è naturale, l’ineffabile bellezza di queste particolari stelle si ritrova nella mitologia e nelle tradizioni di molti popoli in tutto il mondo. Ad esempio, in Giappone, un importante mito vede per protagoniste Vega e Altair, che rappresentano rispettivamente le due divinità tradizionali Orihime e Hitoboshi, innamorate ma divise da un fiume (la Via Lattea), e celebrate nella festa di mezza estate, il Tanabata (a sua volta originata dalla ricorrenza cinese di Qi Xi, nella quale i due mitici personaggi sono chiamati Zhinu e Niulang). Notoriamente, la mitologia classica ha dato il nome attuale alla costellazione della Lira, non molto estesa o appariscente ma caratterizzata da una stella di prima grandezza come Vega.

Nella visione mitologica greco-romana, si tratta infatti dello strumento prediletto da Orfeo, il grande cantore figlio di Apollo. Gli antichi greci vedevano nella costellazione lo strumento posto tra le stelle dagli Dèi, impietositi dal tragico destino di Orfeo, smembrato dalle Menadi. Ma se l’anima dell’aedo di Tracia discende agli Inferi ricongiungendosi finalmente con la sua sposa (dove, secondo l’auctoritas di Ovidio: «… qui passeggiano insieme; a volte accanto, a volte lei lo precede e lui la segue; altre volte è Orfeo che cammina davanti, e, ormai senza paura di perderla, si gira indietro a guardare la sua Euridice»[IX), la sua lira non poteva che assurgere tra le stelle. Questo celeberrimo mito è indicativo per comprendere quanto fosse importante il ruolo rivestito dalla musica nella cultura ellenica, a riprova delle sue valenze autenticamente metafisiche e universali, come sottolineò tra i molti altri Rainer Maria Riilke nei suoi ermetici Sonetti a Orfeo (1922).

Rimanendo nell’ambito del mito classico e delle sue figure più illustri, prendiamo in considerazione un’altra possente costellazione, quella di Ercole, all’apice del cielo meridionale, visibile tra la Lira alla sua sinistra e il semicerchio della Corona Boreale a destra, sovrastante la vasta costellazione dell’Ofiuco o Serpentario. Il grande serpente domato dalle braccia dell’Ofiuco sarebbe Ladone, il drago a guardia del Giardino delle Esperidi, precedentemente sconfitto da Ercole nella sua undicesima fatica alla ricerca delle mele d’oro nell’estremo Occidente. Proprio ad Ercole, o meglio all’Eracle greco, un mito attribuisce indirettamente la nascita della Via Lattea, ovvero il “piano equatoriale” della nostra galassia (estesa per un raggio di circa 50000 anni-luce, sul quale il nostro sistema solare occupa una posizione pressoché periferica). L’eroe, ancora poppante, venne posto da Ermes al seno di Era addormentata, e il brusco risveglio della dea avrebbe sparso per i cieli ingenti quantità del suo latte, da cui il nome tradizionale con cui la grande scia siderale è conosciuta in Occidente.

Ben nota a tutti i popoli, le particolarità e le origini mitologiche della Via Lattea variano a seconda delle tradizioni: ad esempio per la cultura norrena non poteva che essere la via percorsa in cielo dalle schiere di Odino, la Wuotanes Weh, in Cina era il Tien Ho, il fiume celeste. Un’immagine familiare anche all’antica cultura araba ed ebraica (nella quale è detta Nahar di Nur, fiume della luce) e diffusa nelle culture del Nord America, dove gli Ottawa la consideravano un grande fiume agitato dai movimenti di una tartaruga stellare[X], mentre gli Abenaki la chiamavano Ket-à-gus-wowt, la Via degli Spiriti[XI].

Nelle migliori condizioni delle notti estive (ovvero osservando un cielo terso da postazioni in aperta campagna o alta montagna), si può ammirare come la Via Lattea attraversi obliquamente il Cigno e l’Aquila, discendendo fino al Sagittario. Quest’ultima, bellissima costellazione estiva per l’antichità classica rappresenta Chirone, il più saggio dei centauri. Figlio di Cronos e della ninfa Filira, Chirone educò non solo Achille, ma anche altri eroi e semidei come Atteone, Peleo e Asclepio, che ereditò la sapienza medica e taumaturgica del centauro. La costellazione è visibile molto bassa sull’orizzonte meridionale, e al suo interno sono osservabili varie nebulose (ovvero enormi masse di gas e polveri stellari, molto luminose e davvero spettacolari al telescopio, che contengono in nuce la formazione di stelle future). Per l’astronomia moderna il Sagittario riveste un’importanza particolare anche perché in questa zona del cielo è stata individuata la direzione in cui si trova il centro della nostra galassia (localizzabile poco oltre la stella principale, Kaus Australis o Epsilon Sagittarii), come evidenzia la luce della grandissima concentrazione di stelle, un punto dal quale il nostro Sole è separato da un abisso cosmico di più di 26000 anni-luce. Una particolarità significativa, se si considera che secondo la simbologia tradizionale il segno zodiacale del Sagittario corrisponderebbe al principio del viaggio inteso come elevazione spirituale, come distacco dall’ordinario attraverso le energie psichiche per raggiungere illuminazioni superiori.[XII]

Sempre sull’orizzonte meridionale appaiono le altre costellazioni dell’eclittica, cioè la cosiddetta fascia zodiacale attraversata dal Sole nel corso dell’anno: a sinistra si hanno l’Acquario, che per i Greci era il giovane Ganimede assunto per volere di Zeus come coppiere dell’Olimpo (secondo altre versioni, invece, si tratta di Deucalione figlio di Prometeo, nell’atto di versare acqua con un’anfora[XIII]), e il Capricorno, singolare figura fantastica di “caprone ittico”. La simbologia di questa costellazione, che nell’astrologia occidentale si considera il domicilio di Saturno (si pensi ai Saturnalia celebrati a Roma nella seconda metà di dicembre), è retaggio di tradizioni molto antiche come quelle mesopotamiche (per i Sumeri era Suhur-Mash, appunto il «pesce-capra»), quella della Persia pre-zoroastriana e la prima cultura Hindu, per la quale l’area del cielo occupata da queste stelle rappresentava la Deva-Yana, la «Porta degli Dèi» che come è noto rivestiva grandissima importanza nelle tradizioni primordiali d’Occidente, data la sua correlazione con il Solstizio d’Inverno.[XIV]

Il Capricorno rappresentava quindi l’attraversamento della Ianua Caeli, quella che secondo la Tradizione Indiana è detta Uttarayana o cammino ascendente del Sole[XV], nel Nord Europa germanico era Yule, a Roma si celebrava come il Dies Natalis Solis Invicti sopravvissuto nel Natale cristiano. Osservando alla destra del Sagittario si stagliano le stelle principali dello Scorpione, idealmente colpito dalla freccia del centauro per punirlo dell’uccisione del cacciatore Orione. L’osservazione di questa magnifica costellazione è in realtà migliore a latitudini più basse, ad esempio in Africa settentrionale (la simbologia correlata all’insidioso aracnide parrebbe risalire, infatti, alle tradizioni egiziana e sumera). Al centro della vastissima costellazione, di cui sul nostro orizzonte meridionale appare solamente la parte superiore, splende la grandiosa supergigante rossa Antares, o il Cuore dello Scorpione (detta in arabo Calbalacrab), tecnicamente classificata come una stella M1, quindi una delle più fredde, la cui spaventosa massa corrisponde a circa 640 masse solari (!).

Antares, anche soltanto osservata ad occhio nudo, offre un inquietante spettacolo: appare all’estremità meridionale della Via Lattea, e il suo fulgore scarlatto e intermittente la rende una delle stelle più affascinanti, tanto da avere motivato il suo nome greco che la indica letteralmente come la stella che sta «contro Marte», anti-Ares, il pianeta rosso con la quale la stella nel cuore dello Scorpione veniva vista come in “rivalità”. Chiamato dai Sumeri Gir-Tab («colui che afferra e taglia»), e associato nella mitologia classica al mito di Orione ucciso dalla sua puntura, lo Scorpione è infatti posto agli antipodi rispetto all’altra meravigliosa costellazione che domina i cieli invernali. Ma altri importanti principi tradizionali emergono dalla simbologia zodiacale di queste stelle: correlato alla temporanea morte del Sole nei mesi autunnali e invernali, lo Scorpione indica l’oscuro e doloroso regresso alla dimensione del caos originario, in una necessaria attesa della rinascita primaverile[XVI], il medesimo concetto universale che si ritrova nel principio alchemico della Nigredo o nella simbologia del XIII Arcano dei tarocchi.

Proseguendo verso occidente, si osserva la Bilancia. Si tratta di una costellazione dalle stelle poco appariscenti, ma anche in questo caso la storia della sua simbologia è molto antica. Associata nella cultura classica alla dea Armonia e agli influssi benefici di Venere e di Saturno, l’immagine della Bilancia stellare pare risalga alla civiltà sumera. In seguito, per molto tempo, le stelle dell’attuale Bilancia vennero però considerate parte dello stesso Scorpione, di cui avrebbero rappresentato le chele (ad esempio nei Catesterismi risalenti al II secolo a.e.v. e attribuiti ad Eratostene di Cirene se ne parla come di un’unica costellazione), e a Roma venne stata reintrodotta da Giulio Cesare nel 46 a.e.v. per motivi calendariali.[XVII] La Vergine è invece una delle costellazioni più estese ed astronomicamente interessanti (ospita un grande assortimento di galassie), in cui risalta Spica, stella doppia la cui potente luce azzurra la conferma come un astro di prima grandezza. La simbologia di questa costellazione, se negli ultimi due millenni di cristianesimo è stata ovviamente correlata all’immagine della madre di Cristo, nella cultura classica ricorda il mito della vergine Astrea o Dike, la dea della giustizia dell’Età dell’Oro, figlia di Giove e di Temi e fuggita in cielo inorridita dal caos dell’Età del Ferro (come ricorda il I libro delle Metamorfosi ovidiane): non casualmente, in molte raffigurazioni antiche e medievali la Vergine zodiacale è raffigurata nell’atto di reggere una bilancia, tanto da venire spesso confusa con l’omonimo e successivo segno astrologico.

L’altro e più frequente attributo con cui viene tradizionalmente rappresentata la Vergine, ovvero il fascio di spighe e talvolta un falcetto, rievoca chiaramente gli antichi culti mediterranei della fertilità agricola ai quali viene correlata la costellazione, ad esempio quello di Demetra e sua figlia Persefone e quello di Rea-Cibele, culti che naturalmente risentono di tradizioni ancora più lontane risalenti alla preistoria eurasiatica (con ogni probabilità al Mesolitico e al Neolitico, ovvero a quando l’umanità dell’epoca conobbe un nuovo ciclo di civiltà attraverso la cultura agricola). Sempre ad atavici archetipi legati all’agricoltura e all’allevamento si ricollega la grande costellazione di Bootes, il Bifolco o il Mandriano, che si nota nella sua forma vagamente romboidale a destra di Ercole e della Corona Borealis (per i Greci il diadema della regina Pasifae, oppure di sua figlia Arianna, scagliato in cielo da Dioniso), in alto sull’orizzonte sudoccidentale, dietro la “coda” dell’Orsa Maggiore.

In Bootes, come si ricorda ad esempio nelle Georgiche virgiliane (I, 229) o nel Libro di Giobbe dell’Antico Testamento (in cui la costellazione è chiamata «le figlie dell’Orsa») risalta la brillantissima luce arancione di Arturo, il «custode delle Orse», in greco αρχτος. Questa stella di prima grandezza rappresenta appunto Arcas, il figlio di Callisto, o, secondo un’altra tradizione, è l’eroe ateniese Eretteo, mitico inventore del carro a quattro cavalli e assunto tra le stelle dopo la morte. Non solo, ma il nome della stella indica simbolici collegamenti anche alla figura di Re Artù e a una provenienza iperborea del leggendario sovrano bretone. Il magnifico splendore di Arturo è dato dal suo essere una gigante rossa giunta quasi al termine della sua esistenza, che contende a Sirio, la “regina” dei cieli invernali, il primato di stella più luminosa del cielo terrestre (considerando anche Canopo e Alpha Centauri, stelle visibili solo al di sotto del nostro orizzonte). Nel cielo settentrionale si ammirano invece costellazioni associate tra loro dal medesimo ciclo mitologico, quello dell’eroe Perseo, ovvero Andromeda, Cefeo e Cassiopea (o Cassiopeia), oltre appunto a quella dello stesso Perseo immaginato nell’atto di sollevare la testa decollata della Medusa. Tra queste ultime due, si estende la vasta costellazione di Pegaso, il magnifico cavallo alato nato dal sangue della Medusa (evidentemente, una simbologia ermetica stante a indicare la risalita dopo una discesa iniziatica per affrontare le forze oscure, rappresentate dalla Gorgone).

Come nel caso di Orione, del Toro o dello Scorpione, anche la costellazione di Andromeda (nella quale è visibile la grandiosa e lontanissima galassia M31, o più comunemente Galassia di Andromeda) condivide la medesima simbologia in culture disparate. La costellazione porta il nome greco della principessa etiope, figlia di Cefeo e Cassiopea, incatenata allo scoglio per essere sacrificata al mostro marino prima dell’intervento eroico di Perseo; immagine condivisa dalla tradizione astronomica araba, che ha dato il nome alle sue stelle più brillanti: Alamak, «la donna in catene», Mirach, i «fianchi della donna», e Sirrah, ovviamente «testa muliebre». Perseo, che in inverno possiamo rimirare allo zenit, si affaccia ora bassa sull’orizzonte settentrionale, e ci offre una delle stelle visivamente più interessanti cioè Algol (detta anche Testa della Medusa o Stella del Demonio), che è una cosiddetta variabile a eclissi, un sistema stellare doppio di cui si può notare lo strano effetto “intermittente”: la stella si affievolisce, fino quasi a scomparire, in media ogni due giorni. Algol, con la sua luminosità anomala, nelle tradizioni astrologiche è stata considerata per secoli un astro dalle influenze decisamente nefaste.

Proprio Perseo ci ricorda l’evento principale e ricorrente di agosto ovvero il passaggio delle Perseidi, il nutrito e luminoso “sciame” di meteore che solcano i cieli tra il 10 e il 13 del mese, così chiamate proprio perché individuabili nella regione del cielo apparentemente vicina alla costellazione. Impossibile, in questa occasione, non rievocare il commovente inno di X Agosto di Giovanni Pascoli. Il breve componimento risale a tempi storici relativamente recenti, ma la sua potenza elegiaca e drammatica è la stessa dei grandi autori antichi, oggi come duemila o diecimila anni fa posti di fronte al mistero trascendente dei cieli stellati.

Note:

[I]Cfr. René Guénon, Simboli della Scienza Sacra, Adelphi, Milano 1975, p.66 e segg. ; anche Sergio Antonio laghi, Le porte del sole porte della vita. Le feste solstiziali, in Luce e Ombra vol. 114, gennaio-marzo 2014.

[II]Cfr. Jim Tester, Storia dell’astrologia occidentale, Edizioni Culturali Internazionali, Genova 1990.

[III]Guy Rachet, Dizionario dell’Antico Egitto, Newton & Compton, Roma 1998, edizione italiana a cura di Boris de Rachelwitz, p.68.

[IV]Colin Taylor, Miti degli Indiani del Nord America, Idealibri / Rusconi, Milano 1995, p.78.

[V] Secondo la teoria dell’attraversamento dello stretto di Bering, sostenuta da Caleb Vance Haynes nel 1964, che colloca l’evento verso la fine dell’ultima e lunghissima glaciazione di Würm, avvenuta tra circa 110 mila anni fa e 12 mila anni fa (ndA).

[VI]Questione di cui si sono notoriamente occupati, tra gli altri, Bala Gandhara Tilak (1856-1920), Herman Wirth (1885-1981) e Julius Evola (1898-1974) (ndA).

[VII] Viene detto asterismo un gruppo di stelle particolarmente appariscenti e idealmente unite all’interno di una stessa costellazione (ad esempio le tre stelle della cintura di Orione o le Pleiadi visibili nel Toro), oppure appartenenti a costellazioni diverse come nel caso del Triangolo Estivo (ndA).

[VIII] Ricordiamo che con l’unità di misura nota come anno-luce, utilizzata per calcolare distanze astronomiche, si intende la distanza percorsa da un fotone in assenza di gravità nel corso di un anno giuliano. In parole povere, il percorso che si potrebbe attraversare alla velocità della luce in un anno, corrispondente all’incirca a più di nove trilioni di chilometri (ndA).

[IX]Publio Ovidio Nasone, Metamorfosi, Libro XI, Einaudi, Torino 1979, p. 429, traduzione di Piero Bernardini Marzolla.

[X] Bruno Martinis, L’origine del cosmo, Newton & Compton, Roma 1995, p.51.

[XI] Colin Taylor, cit., p.83.

[XII]Matilde Battistini, Astrologia, magia, alchimia, Electa, Milano 2004, p. 56.

[XIII]Mario Rigutti, Atlante del cielo, Giunti, Firenze 1997, p.48.

[XIV] Almeno fino all’ultima precessione degli equinozi, che ha “scalato” ogni costellazione zodiacale, più o meno, nei gradi di quella successiva: pertanto, attualmente, nel Solstizio d’Inverno il Sole appare congiunto in Sagittario, nell’Equinozio di Primavera in Pesci ecc. Si tratta di un dato di fatto propugnato dai vari “scientisti” contemporanei come prova inconfutabile dell’inconsistenza delle corrispondenze astrologiche (come se l’astrologia, un tempo disciplina iniziatica poi decaduta in forme triviali ed effimere, potesse essere ancora oggi seriamente praticabile!), che nulla toglie agli insegnamenti simbolici assegnati all’iconografia delle costellazioni zodiacali nel corso delle trascorse epoche della storia umana (ndA).

[XV]René Guénon, cit.

[XVI]Matilde Battistini, op.cit., p.54.

[XVII] Ibid., p.52.

Pubblicato su Ereticamente 

Foto: idee&Azione

18 settembre 2022