Chi è il vero piantagrane, la Turchia o gli Stati Uniti?

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di Andrew Korybko

La narrativa dei “guai turchi” non è nuova, poiché circola in Occidente già da mezzo decennio, almeno dal fallito colpo di Stato dell’estate 2016 contro il presidente Erdogan, che egli attribuisce la responsabilità a un chierico radicale con sede negli Stati Uniti, ufficialmente designato dal suo governo come terrorista.

Nel fine settimana il New York Times ha pubblicato un articolo provocatorio, citando funzionari dell’amministrazione Biden senza nome, intitolato “Turkey’s Leader Remains a Headache for Biden Despite Aiding in Ukraine Deal”. L’articolo sostiene che questo membro della NATO dell’Asia occidentale sta causando problemi all’alleanza e al suo leader americano. L’articolo descrive erroneamente il Presidente Recep Tayypid Erdogan come un leader anticonformista che starebbe sfruttando il populismo demagogico nella sua politica estera per distrarsi dai problemi interni.

I quattro esempi includono i suoi duri negoziati sui piani di adesione di Finlandia e Svezia al blocco, il recente incontro del leader turco con le sue controparti iraniane e russe a Teheran, i piani pubblicamente proclamati da Ankara di lanciare un altro intervento militare nel nord della Siria e l’accordo di difesa aerea S-400 con Mosca. L’outlet cita poi alcuni rappresentanti del Congresso che ritengono che questo comportamento contraddica gli obblighi morali e politici della Turchia nell’ambito della NATO.

Si teme che il Paese possa bloccare le richieste di adesione di Finlandia e Svezia prima del completamento del processo di ammissione, se gli Stati Uniti non le vendono prima gli F-16 come promesso dal Presidente Joe Biden. Il problema, tuttavia, è che il leader americano non è l’unico decisore in questo senso, poiché l’accordo dovrebbe prima passare al vaglio del Congresso, per il quale non è stata fornita una chiara tempistica, né alcuna solida garanzia che sarà approvato a causa di membri dissenzienti.

La narrativa dei “guai turchi” non è nuova, poiché circola in Occidente già da mezzo decennio, almeno dal fallito colpo di Stato dell’estate 2016 contro il presidente Erdogan, che egli attribuisce la responsabilità a un chierico radicale con sede negli Stati Uniti, ufficialmente designato dal suo governo come terrorista. Negli anni successivi, la politica estera turca è diventata strategicamente autonoma rispetto ai suoi tradizionali alleati occidentali e talvolta persino apertamente in contrasto con essi. Questo, tuttavia, non significa che sia la Turchia a causare problemi.

Anzi, un’analisi obiettiva delle relazioni turco-occidentali, e in particolare di quelle turco-americane, rivela che è vero il contrario: è l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti, a creare problemi in questa relazione. Per spiegare, la Turchia è lo Stato successore dell’Impero Ottomano, che è stato uno dei grandi Paesi più conosciuti della storia. Questa nazione moderna è focalizzata sul ripristino della forza e del prestigio di un tempo, per cui dà priorità al perseguimento dei propri interessi nazionali.

Non c’è nulla di male nemmeno in questo, purché non sia fatto a spese di terzi, cosa discutibile in alcuni contesti in cui sono state praticate certe politiche, come le operazioni in Siria. Tuttavia, gli esempi citati nell’articolo del New York Times non vanno contro gli interessi oggettivi dell’Occidente o degli Stati Uniti, ma solo contro quelli soggettivamente definiti che vengono promulgati per preservare la loro egemonia unipolare in declino proprio a spese della Turchia.

Per quanto riguarda il primo esempio dei quattro citati nell’articolo, la Turchia ha il diritto di difendersi da quelle che il suo governo, riconosciuto a livello internazionale, considera minacce terroristiche, soprattutto quelle sostenute dall’estero. Ankara accusa Helsinki e Stoccolma di fornire sostegno finanziario e politico ai gruppi curdi che considera terroristi, motivo per cui il presidente Erdogan ha fatto le dure richieste ai loro leader in cambio del sostegno alle loro ammissioni alla NATO.

Per quanto riguarda il secondo, in quanto capo di Stato, ha il diritto di incontrare i suoi omologhi stranieri quando vuole. Il Presidente iraniano Ebrahim Raisi è il leader di uno Stato confinante, mentre il Presidente russo Vladimir Putin contribuisce a regolare responsabilmente la concorrenza russo-turca nelle regioni circostanti. In nessun caso il Presidente Erdogan è obbligato a cedere unilateralmente sugli interessi nazionali oggettivi della Turchia, evitando di incontrare gli uni o gli altri solo perché ciò offende la NATO e gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda il progetto di operazione in Siria, la Turchia ha illustrato le ragioni di sicurezza nazionale alla base di questa potenziale missione, che consiste nel distruggere i gruppi che Ankara considera terroristi. Come risulta, questi stessi gruppi sono letteralmente armati dall’alleato americano, che li considera i cosiddetti “combattenti per la libertà”. Washington non doveva sostenere organizzazioni che sapeva che la Turchia considera minacce irrimediabili per la sicurezza nazionale, rendendo così questa una provocazione inutile nelle loro relazioni

Infine, la Turchia ha cercato i sistemi di difesa aerea S-400 della Russia perché sono considerati tra i migliori al mondo. Ankara non poteva più contare su Washington per garantire i suoi interessi di sicurezza nazionale dopo che gli Stati Uniti hanno armato gruppi curdi che la Turchia considera terroristi e ospitano un chierico radicale che il presidente Erdogan accusa di aver complottato il fallito colpo di stato dell’estate 2016 contro di lui. A differenza di quanto sostengono alcuni teorici della cospirazione statunitense, questi sistemi difensivi non permetteranno alla Russia di spiare segretamente la NATO.

Alla luce di queste considerazioni, è chiaro che il pezzo del New York Times è un prodotto informativo ostile che tenta di distorcere la verità dipingendo erroneamente la Turchia come il problema e non gli Stati Uniti. La realtà è che è l’America ad aver tradito il suo alleato armando gruppi che Ankara considera terroristi e da allora ha continuato a chiedere aggressivamente al suo partner di cedere unilateralmente su una vasta gamma di questioni legate ai suoi oggettivi interessi nazionali per compiacere l’egemone unipolare in declino.

I tempi sono però cambiati, poiché l’emergente ordine mondiale multipolare ha incoraggiato i Paesi a mettere al primo posto i propri interessi invece di sottomettersi alle richieste altrui. Ciò include soprattutto i membri della NATO come la Turchia, che ha il secondo esercito più grande dell’alleanza. Questa tendenza è naturale e in linea con i tempi. È anche responsabile della stabilizzazione delle relazioni internazionali, conferendo loro un certo grado di prevedibilità. Il New York Times, che lo definisce problematico, sta semplicemente facendo propaganda.

Pubblicato in partnership su One World 

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: NR-Italia

31 luglio 2022