Cina, la terra rara: “officina” e “miniera” del mondo

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di Flavia Manetti

Dagli anni ’70, la Cina ha accettato di divenire, per l’Occidente, la fabbrica del mondo. Dalle iniziali zone a regime speciale di Shenzhen alle sterminate fabbriche di Zhengzhou. Giganteschi insediamenti industriali che hanno prodotto e ancora producono su commissione dei capitali occidentali.

La proletarizzazione ed urbanizzazione di milioni e milioni di contadini è stata possibile anche grazie al diritto, garantito dallo Stato, di mantenere il possesso dei terreni agricoli dei villaggi di provenienza. Un diritto che anche la borghesia cinese (oltre che – in primis – il capitalismo occidentale) vorrebbe limitare per disporre da una parte di più “api operaie” da spremere come limoni e dall’altro di un “esercito industriale di riserva” metropolitano che non se ne torni nei villaggi di appartenenza (come successo con il lockdown alla Foxconn [1]) ma sia costretto, se necessario, a rimpiazzare protestatari e rivoltosi con operai più docili e ricattabili.

 

Le Terre Rare: da efedrina delle nuove transizioni economiche del capitalismo a “materie prime critiche” per l’imperialismo

Ma la Cina è anche la “miniera del mondo” di terre rare. Cosa sono le terre rare? In inglese: Rare Earth Metals,è un gruppo di 17 elementi chimici (Lantanio, Cerio, Praseodimio, Neodimio, Samario, Europio, Gadolinio, Terbio, Disprosio, Olmio, Erbio, Tulio, Itterbio, Lutezio, Ittrio, Promezio e Scandio). Rare non già per la loro scarsa presenza quanto per la loro difficile identificazione, estrazione e lavorazione e che hanno, inoltre, un devastante impatto ambientale.

Oggi le terre rare sono indispensabili all’industria militare, a quella automobilistica e aerospaziale, a tutta la filiera delle c.d. energie rinnovabili e alla tecno-medicina. In campo civile servono per i computer, i cellulari, i robot, tantissimi prodotti “smart” e high-tech. Nella c.d. “medicina avanzata” vengono utilizzate per i macchinari a raggi X e per gli screening genetici. Nell’industria militare: per i laser, i droni di ultima generazione, i missili di precisione teleguidati; per non parlare dei nuovi caccia, caccia torpedinieri e sottomarini.

Va da sé che esse sono particolarmente richieste dalle grandi potenze occidentali, quelle che, attraverso le loro multinazionali, detengono il monopolio delle “energie rinnovabili”; dell’industria aereospaziale, automobilistica e militare, nonché’ quello della tecno-medicina.

La Cina controlla il 60% della capacità di lavorazione delle terre rare a livello mondiale (2); fornisce, ad esempio, all’Europa il 98% del suo fabbisogno (3) e fino al 2018, l’80% di quello degli Stati Uniti.

Ma da anni il PCC sta tentando di regolarne l’estrazione (spesso illegale), la lavorazione e soprattutto l’esportazione, finalizzandola, maggiormente al proprio mercato interno. E questo è un’altra cosa inconcepibile per il nostro “Occidente collettivo”.

Anche per questo settore vale (o valeva?) quel patto con gli USA, attraverso il quale, la Cina accettava come ha scritto un compagno: “di divenire la fabbrica del mondo, producendo su commissione dei capitali occidentali, cedendo a loro quasi l’intero profitto, allo scopo di ottenere in cambio le forze produttive industriali necessarie a fondare, prima o poi, una propria piena autonomia capitalista, ossia una potenza capitalistica in grado di competere sui mercati senza essere tributaria dei capitali più forti”.

L’ordine del “codino” del nostro Occidente collettivo

Queste aspirazioni nazionali della Cina non sono accettabili per l’Occidente, così come quelle di qualsiasi altro paese che non accetti i suoi “ordini del codino”, pena non la morte individuale (come sotto i Qing) ma la guerra totale alle nazioni disobbedienti, all’inizio, anche solo mediatica o finanziaria.

Poichè la Cina è la prima produttrice di terre rare (e le vorrebbe sempre più gestire in proprio) adesso il main-stream occidentale agita tre temi contro il paese:

il possibile utilizzo delle terre rare come arma geopolitica contro la “civiltà occidentale”, (contro il democratico Giappone, piuttosto che contro la democratica Corea del Sud);

la sempre più impellente necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento e la dipendenza da Pechino (4);

l’accusa alla Cina di essere una spregiudicata produttrice di inquinamento e di morte (5). E qui la doppia morale del nostro Occidente è particolarmente disgustosa.

Fanno notare Biancardi e Di Castelnuovo dell’ISPI (6): al di là delle diffuse preoccupazioni su un possibile utilizzo delle terre rare come arma geopolitica, nei prossimi anni è molto probabile che la Cina, che già oggi è il principale consumatore mondiale di terre rare, decida di ridurre le esportazioni di tali elementi per soddisfare la propria domanda interna. Si consideri che con il programma “Made in China 2025”, varato dall’ex premier Li Keqiang nel 2015, la Cina mira ad evolvere il proprio status da “fabbrica del mondo”, spesso associata a produzioni di basso valore aggiunto, a Paese leader nelle produzioni ad alto contenuto tecnologico. Concentrare in Cina le fasi downstream della catena del valore delle terre rare (es. manifattura di prodotti high-tech) significa che una crescente quota di tali elementi verrà inevitabilmente assorbita nel mercato domestico.

In questo quadro si inserisce anche la recente “guerra del silicio”, ossia le sanzioni che gli USA hanno deciso di applicare alla Cina per impedirle l’importazione di semi-conduttori. Ad ottobre 2022, il Bureau of Industry and Security degli Stati Uniti ha annunciato un’estensione dei controlli alle esportazioni relative ai microchip ad alta tecnologia nei confronti della Repubblica Popolare Cinese e l’inserimento nella “lista nera” americana di 28 aziende cinesi non “conformi” ai loro standard. Per bloccare lo sviluppo produttivo di semi-conduttori da parte della Cina, gli Usa hanno imposto all’azienda olandese (unica al mondo) che produce le macchine capaci di costruire semi-conduttori inferiori a 4 nanomillimetri il veto di venderle ai cinesi. Già dal 2019 il governo olandese aveva imposto al gruppo ASML di non spedire le sue macchine migliori in Cina a causa delle pressioni diplomatiche degli Stati Uniti (7). La Cina dovrà svilupparle da sola e si prevede che ci impiegherà almeno 7-8 anni.

Questo embargo ha la finalità di impedire che la Cina (che ancora una volta insegue l’Occidente e non ne detta certo il modello, come credono alcuni) possa ulteriormente sviluppare l’AI, sia a scopo militare che civile. Inoltre, il Bureau statunitense ha esplicitamente dichiarato di voler mantenere la supremazia tecnologica americana in questo settore considerato “strategico” e di privare il suo principale competitor della capacità di colmare il presente gap tecnologico nel giro di pochi anni (8).

Terre rare: non vendute ad un prezzo “raro” ma ad un prezzo di “terra”

“Terre rare non vendute ad un prezzo raro ma ad un prezzo di terra”. Questo era quello che dichiarava Xiao Yaqing, il ministro cinese per l’industria e l’informazione tecnologica nel marzo nel 2021. L’Occidente per anni ha potuto contare anche in questo settore, di una manodopera operaia a bassissimo costo. Come scrive l’Economist di fare il “lavoro sporco” (per il nostro Occidente collettivo, aggiungo io).

Dunque anche il controllo centralizzato sulle terre rare da parte del PCC (estrazione ed export) rientra in quella necessità (sempre più accidentata ed illusoria) della borghesia cinese di acquisire, in una prospettiva di medio-lungo termine, una propria autonomia capitalista.

È con questa intenzione che la Cina ha dato vita al China Rare Earth Group, nel luglio del 2022. Questa holding incorpora tre aziende già impegnate nella lavorazione di terre rare: la Aluminum Corp. la China Minmetals Corp., of China Ltd. e la Ganzhou Rare Earth Group Co. Questo colosso statale dovrebbe servire a “rafforzare ulteriormente il potere di determinazione dei prezzi” e controllare maggiormente le sue aziende nazionali e sarà monitorata dalla Sasac, la commissione del Consiglio di Stato. Il governo centrale inizia a riconoscere la necessità di rivedere il sistema dei diritti di proprietà che ha contribuito, in questi anni, al ping-pong di responsabilità delle imprese per i danni ambientali procurati nelle zone di estrazione delle terre rare.

Ma mettere sotto il controllo statale l’intera filiera delle terre rare ha anche la necessità di salvaguardare quel patto sociale siglato dallo Stato cinese con i suoi contadini ed i suoi lavoratori.

Da 100 tonnellate di terra vengono estratte solo 8 tonnellate di terre rare; poi per isolarle è necessario utilizzare acidi tossici che penetrano nel terreno e il cuore di terra da cui si separano è quasi sempre radioattivo. Tutte queste sostanze penetrano nelle falde acquifere e possono raggiungere i campi agricoli ed i villaggi anche molto lontani dalla fonte inquinante. Lo Stato centrale ha iniziato quindi, anche a seguito del crescente malcontento delle popolazioni che abitano vicino alle miniere, a progettare opere di bonifiche ambientali, come nel villaggio di Xinhua, nella provincia del Jiangxi.

I gialli “spiriti volpe” del capitalismo cinese e il bianco (ed unico) Moloch occidentale.

Il governo centrale di Pechino è – dunque – stretto tra la necessità di dare mano libera agli “spiriti volpe” del suo capitalismo nazionale e la necessità di controllare e razionalizzare le loro fameliche voglie di profitti. E nello stesso tempo è stretto nella morsa di difendersi dall’ancor più famelico sfruttamento dei paesi occidentali, non potendo rinunciare a relazionarvisi.

Dovremmo riflettere maggiormente sul fatto che, con grande disappunto dei padroni delle ferriere occidentali e dei loro tanti kapò, lo Stato cinese sia stato costretto – dalle mobilitazioni nelle fabbriche a quelle nelle campagne e nelle miniere – a mettere mano alla terza revisione della legge sulla sicurezza del lavoro (settembre 2021) ed anche a richiamare i sindacati ad essere meno “gialli” rispetto alle convivenze con le loro autorità regionali e locali.

Ovviamente lo slogan “la sicurezza prima di tutto” rimane in Cina, come in Occidente, una semplice ipocrisia borghese. Ma lo Stato cinese è stato costretto – dalla pressione del suo proletariato interno – a varare nuove leggi che aumentano le multe e le sanzioni amministrative per le aziende inadempienti e consente anche di avviare azioni legali di interesse pubblico da parte della Procura del Popolo. Si definiscono i diritti e gli obblighi dei datori di lavoro, dei lavoratori e del sindacato ufficiale cinese.

Nello specifico: la nuova legge fornisce il quadro giuridico principale per i diritti e le responsabilità dei lavoratori, dei sindacati, dei datori di lavoro e delle agenzie governative nella creazione e nel mantenimento di un luogo di lavoro sicuro.

Alcune delle disposizioni principali sono:

Art 45 e 46: I datori di lavoro devono fornire ai dipendenti attrezzature di sicurezza conformi agli standard nazionali o industriali. Il personale del datore di lavoro addetto alla sicurezza sul lavoro deve effettuare ispezioni periodiche della sicurezza sul lavoro adeguate alla natura del lavoro.

Art 51: I datori di lavoro devono acquistare un’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro per i propri dipendenti e pagare i premi

Art. 54: I lavoratori hanno il diritto di criticare, denunciare il proprio datore di lavoro, interrompere la produzione e presentare accuse contro qualsiasi lavoro che ritengono non sicuro. Hanno il diritto di rifiutare ordini che violano le regole o che li costringono a svolgere un lavoro rischioso.

Art. 55: Quando i dipendenti scoprono un’emergenza che mette direttamente in pericolo la loro sicurezza personale, hanno il diritto di interrompere il lavoro o di evacuare il luogo di lavoro dopo aver adottato misure di emergenza. I datori di lavoro non possono ridurre la retribuzione, le indennità o licenziare i lavoratori che interrompono il lavoro o adottano misure di evacuazione di emergenza nelle condizioni di emergenza.

La legge richiama ad una maggiore responsabilità i funzionari dei governi locali, sotto la supervisione generale del Ministero della gestione delle emergenze: il MEM (il MEM è stato istituito nel marzo 2018 per supervisionare la gestione di un’ampia gamma di disastri naturali e dolosi ma ha progressivamente ampliato il suo raggio d’azione, fino ad includere – oggi – le competenze di monitorare la sicurezza nei posti di lavoro).

Una riforma di un paese “socialista”? Certo che no. Una riforma di uno Stato, a tutto titolo capitalista, che sotto la pressione del suo proletariato e delle sue masse diseredate è costretto a tentare di rispettare quel patto sociale che a tutt’oggi lo regge in piedi.

Affermare, dunque, che nella notte di questo modo di produzione tutte le vacche capitaliste sono uguali non serve (se non al nostro ego identitario, eurocentrico ed ideologico) a capire come si sta dando lo scontro di classe in Cina e nel mondo. Uno scontro che non è solo tra le “tutte uguali” vacche nere del capitalismo ma coinvolge in prima persona i loro vitelli (i proletari e le masse oppresse).

Questa ultima legge sul lavoro in Cina verrà, forse, parzialmente applicata solo attraverso la tenace e continua pressione del proletariato cinese verso il “suo” Stato, così come i progetti di bonifica e riqualificazione del governo cinese nelle aree devastate dall’estrazione delle terre rare, da quella delle sue masse contadine. Semplicemente noto che per il proletariato ed i contadini cinesi, se l’Occidente collettivo iniziasse a non avere nessuna, sia pur fragile, “diga sullo YangTze Kiang” le loro condizioni di vita e di lavoro sarebbero peggiori.

Così come penso che per i lavoratori occidentali, una loro ulteriore (sia pure sempre più misera ed illusoria) compartecipazione ai dividendi delle rapine del proprio imperialismo, in Cina e nel mondo, li sprofonderebbe definitivamente nel limbo degli apolidi di classe.

Note

1 La Foxconn è una multinazionale della Corea del Sud, la più grande produttrice di componenti elettronici che produce per Amazon; Apple, Hp; Microsoft, Blackberry, ecc.

2 Da Us Geological Survey (https://www.usgs.gov/centers/national-minerals-information-center/rare-earths-statistics-and-information)

3 Fonte: Ministero delle imprese e del Mady in Italy (https://www.mise.gov.it/index.php/it/impresa/competitivita-e-nuove-imprese/materie-prime-critiche/materie-prime-critiche)

4 Da ilbollettino del 1/9/2022: Nel giugno 2022 il Dipartimento della Difesa Usa ha siglato un accordo di finanziamento, pari a 120 milioni di dollari, con l’australiana LYNAS RARE EARTHS per costruire il primo impianto in Texas per l’estrazione e l’isolamento di terre rare pesanti (..). Con il Mineral Security Partnership, inoltre lega a sé Australia, Canada, Finlandia, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Svezia e Commissione europea per coordinare l’investimento dei governi.

Mentre la Commissione Europea nel 2020 ha lanciato il progetto ERMA (EU Raw Materials Alliance) che si prefigge proprio lo scopo di ridurre la dipendenza dall’import di materiali strategici, ivi incluse le terre rare.

5 Ricorda l’Economist del 15 giugno 2019: “Quando (la Cina N.d.R), nel 2010, ha limitato le sue esportazioni (di terre rare) per proteggere l’ambiente e regolarne la produzione, l’Organizzazione mondiale del commercio si è pronunciata contro queste scelte, accusando la Cina di concorrenza sleale.

6 ISPI https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/terre-rare-loccidente-appronta-le-difese-37007

7 Da: Milano Finanza – Francesca Gerosa 19 ottobre 2022

8 Da Centro studi di Geopolitica, Matteo Piasentini 13 ottobre.2022

Pubblicato in partnership su ComeDonChisciotte

Foto: sinogu.com

17 gennaio 2023

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