Cinema: invito al viaggio

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di Massimo Selis

La Storia, ovvero Colui che la governa, non cessa di inviarci dei Segni, affinché noi possiamo finalmente sollevarci dal sonno di polvere in cui siamo schiacciati. Eppure continuiamo a non avvedercene, opponendo verso di essi la più tenace forma di “resistenza psicologica”. Diciamo forse a noi stessi e agli altri che i Segni non esistono, o che si trovano altrove e non in queste “piccole cose” di cui parleremo qui, ma nel fondo è la nostra coscienza sporca che ci fa pensare e agire così. Perché nulla cambi in questa misera oasi di finitudine che è il mondo moderno.

Si è appena inaugurata la 79esima Mostra del Cinema di Venezia e nel giorno di apertura hanno fatto la loro comparsa due personaggi che non hanno film in concorso, o in qualche sezione parallela, ovvero Volodymyr Zelensky e Hillary Clinton.

Il presidente ucraino si è collegato con un video messaggio – l’ennesimo – chiedendo che l’Europa e il mondo intero non restino in silenzio davanti alla guerra nel suo Paese e in particolare si è rivolto al mondo del cinema affinché racconti questa guerra, e i suoi morti non vengano dimenticati. Dopo le sue parole è stata proiettata nella sala, come fossero dei titoli di coda, un lungo elenco di nomi (358 per la precisione) di bambini e ragazzi deceduti sino ad oggi nel conflitto, “per opera dei russi”. Tutto farsescamente melodrammatico, ma altrettanto scontato. Come scontata è stata la reazione dell’intero mondo del cinema, non solo di quello presente in sala, davanti a questo messaggio.

Hillary Clinton invece ha sfilato sul tappeto rosso, con un abito da “fata turchina”, in quanto è stata invitata per i Dvf Awards, un premio istituito da Diane von Fürstenberg come riconoscimento alle donne simbolo di creatività, talento e coraggio. La Clinton era presente come rappresentante della Vital Voices Global Partnership, l’organizzazione no-profit che ha fondato nel 1997 per supportare le donne leader in politica. Insomma, un po’ di femminismo, velato dalla lotta alle discriminazioni.

Questa la premessa. Ma ora viene l’essenziale.

Per questo vi prego di non fermarvi a Zelensky, di non fermarvi alla Clinton, di non fermarvi alla propaganda e di non fermarvi nemmeno davanti alle ideologie che dominano il cinema e l’arte in generale.

È finalmente l’ora di andare oltre. Altrimenti a che titolo ci potremo ritenere “diversi e migliori”?

Il mondo dell’arte – e il cinema in maniera paradigmatica – è la piena e più potente manifestazione dello “Spirito di questo tempo”.

Ma badate bene! Gli aspetti morali, o immorali dovremmo meglio dire, sono secondari, ovvero arrivano dopo, inserendosi nel quadro più generale a cui dobbiamo guardare.

È la forma, il linguaggio – anche e più quello visivo – la struttura sottile, il ritmo, il contenuto profondo, vale a dire le dimensioni dell’essere che vengono richiamate da un’opera, a creare la cosa più importante a cui nessuno – e conosciamo bene i motivi – presta attenzione: l’immaginario.

Negli anni, e sono già parecchi, abbiamo dovuto ascoltare le solite giustificazioni, anche di tono assai diverso, che chiediamo gentilmente ai lettori di lasciare almeno questa volta da parte; tuttavia, come esercizio di memoria ne proponiamo alcune, da noi “liberamente arrangiate”:

«A me tanto del cinema e della Mostra di Venezia e dei vari festival non me n’è mai importato niente, per cui a loro io non do alcun credito».

«È una banda di pervertiti che vive dentro una bolla, ma alla fine certi film non se li guarda quasi nessuno. La “gente” in realtà vuole altro».

«Alla fine crollerà tutto, ma al momento che possiamo fare? Loro hanno tutti i posti di potere e i soldi. Noi, anche volendo, non potremo mai competere. Meglio ignorarli e cercare di testimoniare i “nostri valori” in altro modo».

«Chiediamo a Dio di suscitare artisti liberi che sappiano raccontare il mondo con altri occhi e non siano schiavi delle ideologie».

L’elenco potrebbe continuare, ma pensiamo che questo possa bastare, per ora.

Molta strada si sarebbe potuta percorrere in questi ultimi due decenni e “piccole, grandi opere” avrebbero visto la luce; ma tutto questo non è accaduto. E la causa è assai semplice quanto ancora difficile da superare.

Tutti, e sottolineo tutti, anche quelli che dicono di non esserne intaccati, sono imbevuti fin nelle cellule dello “Spirito di questo Tempo”. Perché per l’appunto, come già accennato sopra, gli aspetti morali fanno solo da corollario. Alla base di tutto, vi è un immaginario che è collettivo ed è unico!

Questo immaginario si fissa su alcuni “Dogmi” di questo mondo che nessuno sembra avere la forza di abbandonare. E i pochissimi che cercano di distanziarsene, si arrestano alla scorza, dimostrando di aver paura di andare a fondo. Tali “Dogmi” non sono pochi, ma alcuni necessitano di venire esplicitati.

Innanzitutto vi è il dominio del numero, che come ricorda anche S. Tommaso, è sempre dalla parte della materia. È quello che già un secolo fa René Guénon definiva “il Regno della Quantità”. Valutiamo tutto e tutti secondo parametri “oggettivi, misurabili e dimostrabili” (vedi per fare solo un esempio, i curricula). La locuzione latina non multa sed multum, vale a dire “non le molte cose, ma il molto”, che dovrebbe essere la guida maestra per gli uomini formati, si è completamente rovesciata. E così noi inseguiamo l’abbondanza accumulando non solamente beni fisici, ma, cosa ancor più grave perché “sottile”, beni culturali, illudendoci che i molti titoli e le molte esperienze abbiano qualche correlazione con la sapienza. In verità è l’esatto opposto, perché tutto il sapere moderno è controiniziatico e la prima opera da compiere sarebbe proprio quella di “ripulirsi” da questo finto sapere. Come possiamo stupirci allora della deriva scientista che ci ha travolto negli ultimi anni?

Vi è poi l’idea di progresso, un vero e proprio mito moderno, che porta alla convinzione che ciò che viene dopo, nella linea temporale, sia necessariamente migliore di quanto si trovi prima. E così si ritiene che questo tempo sia il migliore fra quelli conosciuti. Il progresso si fonda sull’idea di un tempo lineare, ma chi non è digiuno di Tradizione sa che la Storia si sviluppa in una serie Cicli; e ogni serie si ripete, indefinitamente, simile esternamente, anche se mai uguale internamente. Noi siamo giunti agli sgoccioli di questo Ciclo discendente, di questa Generazione di Adamo e compito nostro sarebbe quello di prepararci, al grande passaggio.

Anche la negazione della cosiddetta “dimensione intermedia” è un tratto distintivo di quest’era. Alla Legge del Tre si è così sostituito il mortifero dualismo. Perfino a livello religioso ci si illude di poter saltare a piè pari dal mondo della materia a quello dello spirito. Ma dell’anima ci avete fatto caso che non parla più nessuno? Ora, il regno dell’arte è esattamente e primariamente il mondo intermedio. Solo in alcuni rari casi si accede ai piani della purissima metafisica.

Infine qui vogliamo citare quel mostro, sempre mal compreso, che è l’individualismo. L’uomo di oggi è una monade e la sua esistenza dipende esclusivamente dal suo impegno. L’individualismo genera l’anonimo costruirsi delle relazioni, anche e soprattutto quelle professionali. Al contrario di quanto avveniva nelle civiltà tradizionali in cui i Maestri formavano, o meglio dovremmo dire iniziavano i loro allievi secondo saperi e princìpi non scritti, ma tramandati oralmente, oggi si è “accademizzato” tutto, i saperi non hanno più nulla di misterico e per i lavori ci si affida a concorsi e bandi. Il riconoscimento e l’accompagnamento di una Vocazione da parte del Maestro è qualcosa che oggi desta ilarità, ma basterebbe questo a testimoniare la disumanità in cui siamo precipitati. E l’individualismo è divenuto inevitabilmente un carattere della “religiosità” odierna. Nessuno avverte più il senso della responsabilità collettiva, dell’espiazione collettiva, del profondo significato della Dottrina del Corpo Mistico. In altre parole della Comunione.

Tutti questi “Dogmi”, e quelli che qui per motivi di spazio non abbiamo citati, possono essere racchiusi in un unico termine: materialismo. In fondo, noi siamo estranei alla Vita. Non è affatto un caso che “il massimo” della fede, concessa dentro i confini di questa società, sappia parlare solo di regole e precetti. Eppure già San Paolo ci avverte che Cristo ha annullato «per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti» (Ef 2, 15). Tutto è fisso, rigido. Chi si scaglia contro “il nuovo” – e ne ha certo ben donde, sa soltanto tirar fuori vecchi tesori impolverati da una teca di museo. La Tradizione è ben altra cosa: è l’incarnarsi, ogni volta in forma diversa degli Eterni Princìpi. Occorre saper leggere i Segni, avere orecchie grandi per ascoltare, come i profeti. Manca però la premessa essenziale: il viaggio interiore. Per fare questo servono i maestri, e dall’altra parte la disponibilità ad essere discepoli, per abbandonare le sponde asciutte e avventurarsi sulle acque.

Riteniamo pertanto che sia finalmente giunta l’ora di compiere una riflessione, meglio ancora una meditazione, sull’Arte e sul Cinema che è poi una meditazione su questi Tempi. Perché proprio nella burrasca presente è indispensabile più che mai un’Arte nuova.

Serve però una cosa fondamentale: mettere in discussione tutta la nostra esistenza passata, riconoscendo che, in gradi differenti, abbiamo avvallato un’illusione, non comprendendo, tra le altre cose che esiste appunto una “corresponsabilità collettiva” e che la vera Arte può esistere solo laddove vi è una comunità di anime risvegliate che se ne fa carico in tutti i sensi, fino a quelli economici e produttivi.

«Voi stessi date loro da mangiare», dice Gesù ai suoi nella scena della “moltiplicazione dei pani”. La risposta è tutta qui. Spezzate la vostra povertà per gli altri e scoprirete che sarà ricchezza tanto per voi che per loro. Tutto nasce da un incontro. Se non c’è un incontro, una commensalità orientata a Dio, se non si crea comunione, non nasce niente. Tantomeno l’arte. Dobbiamo riscoprire il mistero grande della comunione. E tornare a creare.

Quanto è necessario che il fuoco dell’Arte si spanda sino agli estremi confini della Terra. Ma serve la volontà, l’impegno e il coraggio di ciascuno.

Bisogna prendere il largo ed iniziare il viaggio, senza più alcun timore.

È questa l’Arte.

È questo il Cinema.

È questa la Vita.

Foto: AFP/Getty, modifiche Idee&Azione

3 settembre 2022