Complottista e pure terrapiattista!

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di Lorenzo Marinoni

Quando la denigrazione allo stato puro diventa l’unico fine del giornalismo, tutto fa brodo pur di ottenere il risultato voluto. Senza nemmeno risparmiare il reale senso delle parole, il linguaggio viene allora volgarmente manomesso in modo da far sembrare ogni cosa quel che non è.

Uno tra i tanti giochetti della propaganda che si muove in tal senso è il seguente: accostare tra loro aggettivi qualificativi – spesso usati pure come sostantivi – non in base ad un loro nesso logico, bensì scegliendone uno dai connotati particolarmente squalificanti con il solo scopo di inquinare la reputazione di colui che è già stato indicato con l’altro, solitamente più neutro.

Il risultato è ancora più efficace se la prima attribuzione è già marcatamente derisoria, come nel caso dell’accoppiata complottista/terrapiattista.

“Complottista” è l’aperitivo che serve a dipingere sul volto dell’ascoltatore un sorrisetto di compatimento, trasformato poi con la portata “terrapiattista” in una fragorosa risata di scherno.

Non entro ora nel merito delle calunnie e dei depistaggi condensati in un unico termine, come nel caso dei recenti “negazionista” o “no vax”, e nemmeno mi soffermo sulle assonanze con noti epiteti ingiuriosi, com’è per il modaiolo “filo-putiniano”, affine non per caso a “figlio di puttana”.

Per quanto riguarda i termini complottismo/terrapiattismo, l’intenzione sottostante di chi li usa è fin troppo chiara: ridicolizzare preventivamente chiunque abbia la temerarietà di spiegare un qualsivoglia fenomeno con argomenti che esulino dal seminato del pensiero unico globalista.

Non vale neppure la pena di soffermarsi – e tanto meno di offendersi – per l’appellativo di terrapiattistista, il cui significato letterale nulla sposta di ciò che si sta trattando, qualunque cosa sia. È evidente che un’eventuale Terra a forma di pizza non incide né inficia in alcun modo quello che ad esempio potrebbe essere un giudizio di condanna verso la degenerazione autoritaria delle democrazie liberali. La qualifica di “terrapiattismo” serve solo a contaminare con un senso di assurdità il soggetto della frase in cui è inserita.

Più articolati sono il senso e la finalità dell’altro appellativo, quello di “complottista”.

Le prime volte che sentivo ripetere questo termine mi venivano in mente le forzature applicate alla lingua italiana durante l’epoca fascista, di cui la stucchevole retorica dell’Istituto Luce è rimasto l’emblema. Eppure 100 anni fa c’era ancora coscienza e conoscenza della lingua italiana.

Certo, la strategia comunicativa della propaganda di allora era ancora in uno stadio rudimentale quando definiva “disfattista” chiunque non appoggiasse con trasporto acritico il regime del Duce. Per contribuire a fortificare l’ideologia del Regime poteva bastare mettere le mani avanti, addossando agli oppositori la responsabilità di ogni eventuale battuta d’arresto all’ascesa del Fascismo.

Oggi l’opera di mistificazione è molto più raffinata ed anche molto più aggressiva di un tempo. Gli odierni giornalisti, i quali servono quel Regime non dichiarato che prende il nome di Globalismo, hanno scelto l’espressione di “complottista” per infangare chiunque intenda smascherare il retroscena esoterico del clan di Davos, soprattutto qualora a venire a galla ne siano i tratti sinistramente satanici.

Le cattive intenzioni di chi ha deciso di liberare un virus lessicale di questo tipo sono tutte contenute nella sua duplice valenza: in prima battuta deridere appunto l’accusatore e secondariamente, se possibile, assimilarlo al reo – secondo il pensiero dato per sottinteso che a denunciare complotti può essere solo un sognatore oppure chi vi abbia partecipato in prima persona. 

Imbeccato da specialisti pagati per plasmare metodicamente la cosiddetta opinione pubblica, ci pensa il mondo mediatico a fare la sua sporca parte. Esso pullula infatti di una folta schiera di passacarte nel senso letterale del termine, che per assenza di senso critico e di intelligenza sono pure sprovvisti di un sistema immunitario capace di contrastare l’azione parassitaria di qualunque corpo estraneo vada ad intaccare la nobiltà della lingua italiana. Anzi, tali giornalisti (o per meglio dire giornalettisti) pure si compiacciono di poter usare neologismi stupidi come quello in esame.

Come nani immorali posseduti da demoni burloni, essi si riempiono il volto di quel raggiante sadismo che contraddistingue i deboli quando attingono ad una forza straripante che non è la propria. Quasi squittiscono di gioia nell’impudica esibizione della loro illimitata perfidia mostriciattoli lombrosiani per troppo tempo offesi da una natura matrigna e ora pronti a scendere a patti con il Maligno pur di ottenere un’effimera rivincita in quei disonorevoli momenti di accanimento punitivo sul malcapitato ospite fuori dal coro. Sto pensando al bullismo scolpito nei ghigni saccenti di noti debunkers italiani, che preferisco non nominare per il motivo spiegato in seguito.

Costoro giungono all’apice del loro sordido piacere quando sono persuasi di aver smontato l’ennesima bufala e i loro occhietti si fanno aguzzi come spilli, credendo che l’essenza del reale si penetri con una vista tagliente anziché col calore del cuore di cui essi evidentemente difettano.

Dietro un conio linguistico in apparenza così goffo come quello di “complottista”, sospeso tra il senso e il non senso, c’è tutto uno studio di manipolazione comunicativa.

Nel dizionario redatto dai cani da guardia del pensiero unico tecnoscientista – lo stesso che celebra il trionfo del materialismo in quella sua distopia terminale che si chiama transumanesimo – dicesi “complottista” chiunque abbia il peregrino ardimento di spiegare determinati fenomeni come l’effetto di una pianificazione eversiva compiuta da dietro le quinte della Storia ad opera di individui facenti capo ad altrettanto determinati gruppi di potere.

Aizzati come belve dall’odore del sangue, i censori dell’informazione libera sussultano al solo sentore di qualsivoglia divagazione dal copione politicamente corretto. Per costoro è del tutto irrilevante se l’esposizione del complotto avvenga con argomenti razionali e documentati o se sia una sbrodolatura di luoghi comuni ripetuti per sentito dire. L’unica cosa che conta, nell’ottica di quella pura propaganda acefala che tanto infervora i più ligi servitori del potere costituito, è spernacchiare, soprattutto laddove sia loro impossibile contro-argomentare e pure arduo demonizzare.

Il piglio beffardo di chi vuol far credere di saperla tanto lunga da poter con un marchio sbavato qualificare in modo definitivo la realtà umana che ha di fronte denuncia la postura malevola di chi, a causa di una smisurata considerazione di sé, non si sente nemmeno tenuto a giustificare la propria posizione.

Il prepotente di turno non solo impone che l’onere della prova spetti sempre a colui che è stato da lui preventivamente sminuito col dileggio in modo tale che qualsiasi cosa dica sia già delegittimata di default, ma pretende pure che le modalità argomentative soddisfino i suoi standard mentali. In sostanza: o ti pieghi alla mia visione del mondo o vieni verbalmente assassinato. I plotoni di esecuzione da talk show sono del resto un’amenità incivile salita palesemente alla ribalta col virus cinese.

Il segno di massimo spregio verso il confronto pensante con un interlocutore le cui ragioni non meritano attenzione alcuna è tutto contenuto in un’etichetta volutamente qualunquista come quella in oggetto: con cui il despota culturale ritiene coerente contrassegnare quella che per lui è appunto una persona qualunque.

Ma l’arroganza di chi usa il termine “complottista” non finisce qui e tocca un ulteriore culminazione. Il cosiddetto complottista diviene oggetto di scherno non tanto da parte di chi non crede che i complotti esistano, e neppure da parte di chi pretende che gli vengano dimostrati snobbando a priori qualsiasi tipo di possibile dimostrazione, bensì da parte di chi ritiene di possedere un livello di impunità tale da potersi permettere di sibilarci nell’orecchio:

“Ebbene sì, mio caro, non solo i complotti esistono, ma si dà il caso che io ne sia addirittura un assiduo fautore; purtroppo per te, io continuerò a farla franca perché ogni testimonianza a me contraria non sarà vagliata dal tribunale immateriale del giudizio pensante, ma trasferita in un’aula giudiziaria. A quel punto sarà il potere del denaro che io possiedo a selezionare gli avvocati migliori, che sono poi quelli capaci di trasformare il carnefice in vittima e viceversa, cioè il falso nel vero e viceversa.”

Se per qualcuno la verità non esiste fuorché in una sentenza di parte imbeccata da cattivi consiglieri, è certamente più saggio nominare il peccato in luogo del peccatore.

Il neologismo giornalistico del momento, a partire dalla pochezza generalista del suo contenuto, è del tutto inadeguato a fronteggiare l’arsenale culturale del bersaglio umano che esso si propone di colpire con l’arma del discredito. L’efficacia del suo uso è peraltro garantita qualora esso venga ripetuto alla nausea per occupare le tante coscienze addormentate dagli slogan affinché non ragionino e non si chiedano: sto dicendo qualcosa che ha un riscontro oggettivo nella realtà o sto collaborando alla formazione di una forma-pensiero strutturata spiritualmente come un’arma di distruzione di massa?

Non importa quanto evanescente e insulso possa essere il concetto a cui il termine allude. Anzi, più questo è indefinito e nebuloso meglio è, potendo catalizzare al meglio in quel vuoto di senso la carica di pura avversione per il diverso in funzione del cui scatenamento la parola stessa è stata concepita.

A quel punto non importa nemmeno più che la Storia umana sia effettivamente costellata da cospirazioni, avvelenamenti e Colpi di Stato. Pensare ad un complotto è oggi vietato dal dogma indiscutibile che lo vuole sinonimo di mera fantasia ipocondriaca.

Il giocattolo linguistico con cui i debunkers credono di smontare i dissidenti si smonta però molto facilmente e a conti fatti il boomerang ritorna in testa a chi l’ha lanciato.

Deridere con il termine complottista chi mostra la fisionomia di una cospirazione è come deridere chiamando “pioggista” chi affermi piovere mentre da nuvole nere si staccano copiose gocce d’acqua: le quali bagnano senza distinzione anche la testa di chi asserisce esserci il sole. Che poi il “solista” possa ridere della pioggia battente, ciò non toglie di certo che anch’esso si inzuppi. Anzi, costui si inzupperà ad oltranza, non essendosi premurato di dotarsi di ombrello a motivo di una presa di posizione ideologica sul meteo e saprà pure rendersi a sua volta ridicolo nel voler imporre il suo dogma meteorologico al “pioggista” (realista) pur senza avere il potere di spostare le nuvole.

Fuor di metafora, si potrebbe dire che l’effetto funesto di ogni cospirazione è tanto più marcato quanto più chi la subisce ne ignora l’esistenza (o per pavidità finge di ignorarla, facendosene complice nell’odiosa veste di delatore).

Se è lecito criticare in chi cerchi costantemente trame occulte la volontà ossessiva di dar sempre e comunque la colpa di ogni fatto disdicevole a qualcun altro, non lo è considerare sempre e comunque qualsiasi evento del tutto estraneo a motivazioni nascoste quali suoi fondamenti.

Nel fanatismo di chi usa con pertinacia denigratoria l’etichetta di “complottista” si ritrova il medesimo atteggiamento di cui viene accusato il “complottista” stesso, solamente invertito. Si può infatti perseguire la non assunzione di responsabilità sia addossandola sempre a qualcun altro che fidandosi sempre ciecamente di un’interpretazione “ufficiale” dei fatti, seppur semplicistica, zoppicante e tendenziosa, solo perché la propria stabilità emotiva reclama contesti che le risultino rassicuranti. È più confortevole uniformarsi ad una follia collettiva piuttosto che patire l’emarginazione sociale di chi tale follia ha il coraggio di denunciare.

Se il “complottista” può compiacersi nell’individuare ed indicare un complotto, ancor più gonfierà il petto e gongolerà l’alfiere del politicamente corretto nel difendere la narrazione dominante: accettata a scatola chiusa, quand’anche illogica o addirittura incredibile. Covid docet: chi non si ricorda la processione medical-militaresca a proteggere il siero magico più di quanto potesse fare la sua preventiva ibernazione?

Pensare che nel mondo tutto sia spiegabile con semplicità è di fatto molto più ingenuo ed inadeguato che ritenere opportuno indagare sulla presenza di trame oscure dietro gli accadimenti.

Chi non accetta questa seconda prospettiva per paura di veder scalzate le certezze di comodo su cui ha deciso di strutturare il proprio quieto vivere non dovrebbe sentirsi autorizzato a perseguitare o sbeffeggiare chi gli possa instillare il beneficio del dubbio, rappresentandosi questo disturbatore inopportuno come una minaccia al senso stesso della propria esistenza.

Ma purtroppo è proprio ciò che di solito accade e che inaugura così nella Storia l’ennesima crociata contro l’infedele o l’ennesima caccia alle streghe.

Come un bambino urla entrando in una stanza buia per farsi coraggio, così l’uomo inconsapevole urla al buio della propria anima, ma non riuscendo qui ad ottenere lo stesso effetto corroborante dell’età ingenua, ci avvolge per transfert il nemico designato. E poiché l’espediente si rivela da subito effimero e la forza gli tarda ad arrivare, costui sente il bisogno compulsivo di moltiplicare all’infinito i colpevoli fuori affinché lo distolgano dal dover sviluppare la capacità di vedere la luce oltre le tenebre dentro.

Foto: Idee&Azione

5 dicembre 2022

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