Confesso che ho vissuto

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di Roberto Pecchioli

Confesso che ho vissuto. È il titolo dell’autobiografia di Pablo Neruda, il poeta comunista cileno conosciuto dal pubblico italiano soprattutto come personaggio del Postino, film culto di Massimo Troisi. Il dramma delle biografie è che fatalmente parlano al passato. Anch’io confesso che ho vissuto, ma, appunto, è una narrazione, un filo della memoria. La mia vita – come quella di molti altri – si è interrotta, nella sua correlazione tra corpo, anima e spirito da quando è iniziata l’operazione pandemia. Operazione, giacché, qualunque ne sia stata l’origine (un’altra generazione lo scoprirà) il sistema di potere che Moldbug, il sorprendente, sulfureo reazionario americano chiama “la cattedrale”, ci ha cambiato tanto in profondità nel biennio trascorso, che ormai tocca interrogarci più sulle conseguenze politiche, sociali, psicologiche, antropologiche del virus che sulla sua natura e sulla sua stessa letalità.

Non credo di essere l’unico, ma non mi riconosco più, non sono, tranne nell’aspetto, l’uomo pre-Covid 19. La confusione regna sovrana nel mio animo e – lo ammetto – non credo più nello stesso sistema di valori e principi che mi ha sorretto per decenni. O almeno, guardo tutto da un punto di vista assai distinto. Innanzitutto, non credo affatto che torneremo alla situazione pre-Covid. Come Stefan Zweig che cantava “il mondo di ieri” sulle macerie dell’impero asburgico, dobbiamo prendere atto che “dopo” – un dopo ci sarà, presto o tardi – non sarà cambiato solo il panorama. Ci hanno rovesciato come calzini, siamo noi – tutti e ciascuno secondo il proprio carattere, indole e inclinazione – a essere diversi, tanto diversi da avere due biografie distinte, “prima” e “dopo”.

Avremmo mai pensato di doverci allontanare dai nostri simili, di diffidare di amici e parenti, di salutare da lontano, come ladri o cospiratori, non stendere più la mano al prossimo, non sorridere più dietro la maschera della sottomissione? Scriveva l’antropologa Ida Magli che il sorriso è l’atto primordiale di mostrare i denti senza intenzioni negative, di manifestare intenti amichevoli. Non ti morderò né intendo attaccarti, intendeva quel gesto ancestrale accompagnato dal sorriso. Ora, i più coraggiosi, si danno un cauto colpetto sui gomiti. Evviva il saluto romano – romano antico, eh! – in cui la mano aperta indicava lealtà, assenza di armi o intenzioni nascoste. Oggi di fronte a quel saluto ci chiederemmo sospettosamente se quella mano è stata preventivamente igienizzata.

Confesso che ho vissuto sbagliando tutto: i principi su cui ho costruito la vita mi sembrano futili, passati, bolle di sapone che sfumano nell’aria ammorbata. Onore, amor di Patria, senso della famiglia, lavoro ben fatto veicolo di dignità e di elevazione morale, apertura all’infinito, a un Dio presente, onestà, rispetto delle leggi naturali. Già erano valori dismessi, in liquidazione, buoni per tenersi in piedi tra le rovine e restare ribelli. Adesso sono trapassato remoto, anzi, chissà se mai sono esistiti: forse il passato tutto intero è un sogno, un incubo da cui ci ha destato un essere invisibile che ha ripristinato l’unica frontiera invalicabile, quella tra la vita e la morte, essere o non essere. Davanti a quel confine, ammutolisce l’essere più coraggioso, si interroga la fede più rocciosa. Toccò anche a Gesù sulla croce, allorché fece l’esperienza della morte.

A noi capita qualcosa di simile: ci viene risparmiata, posticipata la croce se cessiamo di essere umani per diventare solamente dei viventi, con in tasca un cartiglio che fa le veci del vecchio certificato di esistenza in vita. Confesso che ho sbagliato tutto, nella vita; considero terroristica, la locandina del giornale locale della mia città: “Uno su trenta è positivo”. Sono uno straniero, un apolide, il marziano a Roma di Ennio Flaiano – o un terrestre su Marte? – se guardo con incredulità le code interminabili davanti alle farmacie per fare il tampone. Attese, discussioni, liti, nuove paure. Una farmacia del mio quartiere ha dovuto assumere una guardia giurata, lo sceriffo dei tamponi, per regolare il flusso compulsivo di un popolo terrorizzato e contemporaneamente incurante dell’assembramento. Bisogna sapere, subito, prima di ogni altro, se siamo o meno “positivi” al virus. I capponi di Renzo litigano, si beccano a testa in giù, tenuti per le zampe in attesa della pentola dell’avvocato Azzeccagarbugli.

Le idee di una vita sembrano inservibili, ridicole, incapaci di dare conto di un tempo i cui paradigmi sono la paura, la distanza, la sfiducia reciproca, la negazione dell’uomo in nome dell’esistenza biologica. Sono, anche se non penso. Che ne direbbe Cartesio, tra res cogitans e res extensa? Che importa, residui del passato, bruciati nell’incendio di un presente di fuoco. Sorrido pensando all’aggettivo “virale”, che l’era delle reti sociali associa a idee, immagini che girano a gran velocità. Torna lo Stato etico, che la cultura dominante aveva gettato nel falò delle anticaglie; curiamo solo i “buoni”, i vaccinati, lasciamo al loro destino gli altri, i malvagi. Lo hanno detto e lo praticano nei fatti.

Strano non accorgersi che – a torto o ragione- chi rifiuta la violazione del corpo fisico è coerente con la società individualista, con la libertà assoluta assurta a dogma. Contrordine, brusco e totale. E non ci vengano a parlare di doveri sociali, di solidarietà e di altre panzane quelli che da tempo (da “prima”) si erano messi sotto i piedi leggi e “sacri” principi e adesso lo fanno a viso aperto. Avevamo da tempo la convinzione che libertà e democrazia fossero incompatibili, adesso ne siamo certi. La democrazia, senno orizzontale dei più dominato dai furbi e dai potenti, ci ha espropriato del corpo fisico. Se non posso rifiutare l’iniezione non sono più padrone di me stesso, di questo corpo non più giovane e non più bello, ma comunque mio. Se non posso avvicinarmi, essere avvicinato, se non posso andare dove voglio, di che cosa sono padrone, per che cosa sarei libero?

Possibile che io sia l’unico a ritenere umiliante dover mostrare a chiunque il foglietto, salvacondotto della pseudo libertà vigilata? Sono l’unico a sentirmi violato nell’intimità se – sull’ autobus o in treno, nascosto dietro la maschera FFP2, devo ascoltare ogni minuto l’insopportabile pistolotto sulle distanze, gli obblighi e le sanzioni? Inquinamento acustico, bombardamento manipolatorio e tortura sottile. Nei mesi scorsi, le ricerche per la preparazione di un libro ha richiesto la frequentazione di biblioteche: prenotazione telefonica, esibizione di documenti e controllo della temperatura sulla fronte con un termometro fatto a pistola. Sono davvero il solo a sentirmi violentato nell’intimità, costretto a rinunciare a me stesso, considerato un cretino che esce di casa con la febbre? E sono l’unico a osservare con disagio l’evidente piacere di alcuni controllori, in grado, finalmente, di esercitare un meschino potere?

Se azzardi l’ipotesi – assai realistica – che il totem green pass sia la prova generale per controllarci minuto per minuto nella vita economica, negli spostamenti, nelle scelte, nei gusti, nelle idee – il Grande Fratello digitale – ti guardano con commiserazione: loro “sanno”, loro sono i buoni, gli informati.  Digitalizzazione della vita. Ecco un’accelerazione “virale”; poiché le parole hanno sempre un senso, digit significa, nella lingua franca dei dominatori, “cifra”. Il mondo ridotto a una sequenza infinita di zero e di uno: in una serie è racchiusa la tua vita, il tuo nome, la tua storia, la mia, di chi non si rassegna e diventa pazzo (o riacquisisce saggezza e consapevolezza, chissà) sperimentando la realtà.

Cerco disperatamente il senso comune perduto da disconnessi dalla realtà, attaccati al virtuale, aggrediti dalla paura. Scrisse Hannah Arendt, analista del totalitarismo contemporaneo, che l’era moderna segna la perdita del senso comune. Lo sapeva Tommaso d’Aquino, che chiamava sensus communis la bussola interiore che guida il carico sensoriale e ci differenzia dagli altri viventi. Ho perduto la proprietà di me stesso: provo angoscia verificando quanto poco la medesima perdita angusti la maggioranza. Ho sbagliato per tutta la vita, credendo nello Stato, nella dimensione pubblica, nella comunità. Sono d’accordo con Nietzsche: “Stato si chiama il più freddo di tutti i mostri. Ed è freddo anche nel mentire; e dalla sua bocca striscia questa menzogna: io, lo Stato, sono il popolo”. Tendo a pensare che il popolo, sottratta la dimensione comune, solidale, l’autoriconoscimento, non esista più.

Il governo è mio nemico, ancor di più nella sua veste di braccio armato di poteri ostili. Prima la finanza, poi la tecnologia, le organizzazioni transnazionali, i potentati privati, adesso la medicalizzazione della vita: entriamo nel territorio in cui all’uomo è prescritto il nichilismo, l’annullamento di sé. Siamo, direbbe Ernst Jünger, oltre la linea. Una linea ben sottile, se è bastato un virus per aprire il vaso di Pandora. Nel mito greco, sul fondo del vaso rimase solo la Speranza, unica a non essere riuscita ad allontanarsi prima che il coperchio fosse richiuso. La Speranza post moderna è Zòe, il tempo supplementare dell’esistenza in vita, affidata a nuovi dei falsi e bugiardi, la Scienza, la Tecnica, a buffi demiurghi in disaccordo su tutto, gli esperti. La Speranza è la nuda conservazione della pellaccia. La morte non è per oggi, domani si vedrà. Il più crudo, il più misero degli individualismi: solipsista, egotista, perfino suprematista, poiché gli altri sono un pericolo, un fastidio, un ostacolo da eliminare in nome di Ego.

Curzio Malaparte arrivò a Napoli al seguito delle truppe “liberatrici” alleate. Lungi dall’entusiasmarsi, scrisse La pelle, in cui parlava non della guerra, ma della peste dilagante nella città vinta eppure felice, un virus che non infetta il corpo ma l’anima, spingendo a perdere dignità, rispetto di sé ancor prima che dell’Altro. “L’onore di essere liberato per primo era toccato in sorte, fra tutti i popoli d’Europa, al popolo napoletano. Dopo tre anni di fame, di epidemie, di feroci bombardamenti, avevano accettato di buona grazia, per carità di patria, l’agognata e invidiata gloria di recitare la parte di un popolo vinto”. Quasi ottant’anni dopo, siamo tutti vinti, individualmente, intimamente, non dal virus, ma dell’uso che ne ha fatto il potere, la Cattedrale di una religione capovolta dedita a terrorizzare l’umanità per scopi di ingegneria sociale.

I napoletani sopraffatti dall’estenuazione si accalcavano per una sigaretta, per la cioccolata gettata da vincitori barbari; noi accettiamo di diventare cifre, soggetti sorvegliati, animali in gabbia, pur di prolungare una vita da prigionieri. La carota è l’illusione del ritorno alla cosiddetta normalità, negata esplicitamente da Klaus Schwab nel libro sul Grande Reset in cui ammette l’utilità del virus per i piani dell’oligarchia. Il bastone è la negazione di tutto ciò che era vita quotidiana fino all’inverno 2020, la menzogna dell’immunità e il passepartout che consente di fare con fatica ciò che sempre era stato ovvio. Lo sfogo è l’odio nei confronti del male, rappresentato da chi non si vaccina. La prova dell’inganno è nelle parole di Mario Draghi, gran camerlengo del Dominio ridotto a indicare nei No Vax la sentina di ogni male, come un qualsiasi servitore a contratto.  

Hanno screditato l’autorità durante mezzo secolo per recuperarla fulmineamente tra gli applausi, ergendosi contro il nemico invisibile. Lo Stato, il governo, sono ormai il dispositivo del potere per sorvegliare e punire. “Questo spazio chiuso, segmentato, osservato in ogni punto, in cui gli individui sono inseriti in un posto fisso, in cui i minimi movimenti sono sorvegliati, in cui tutti gli eventi sono registrati, in cui un ininterrotto lavoro di scrittura collega il centro e la periferia, in cui il potere è esercitato senza divisione, secondo una figura gerarchica continua, in cui ogni individuo è costantemente localizzato, esaminato e distribuito tra i vivi, i malati e i morti, tutto ciò costituisce un modello compatto del meccanismo disciplinare.” È un brano di Michel Foucault, un autore che osservo con occhi assai diversi dal passato. “C’era anche il sogno politico della peste. La città colpita dalla peste, percorsa per tutta la sua lunghezza dalla gerarchia, dalla sorveglianza, dall’osservazione; la città immobilizzata dal funzionamento di un potere esteso che grava in modo distinto su tutti i singoli corpi, questa è l’utopia della città perfettamente governata. La pestilenza (prevista almeno come possibilità) è il processo nel corso del quale si può definire idealmente l’esercizio del potere disciplinare. Per far funzionare i diritti e le leggi, secondo la teoria pura, i giuristi si collocano immaginariamente nello stato di natura; per vedere funzionare le discipline perfette, i governanti sognano lo stato della pestilenza.”

È il modello teorizzato non da un generale zarista o da un despota orientale, ma da un utilitarista liberale del XIX secolo Jeremy Bentham. L’esito sono le smart cities (città furbe, altro esempio di linguaggio invertito) fatte di sensori, telecamere e dispositivi di sorveglianza. La vita si riduce a mera sopravvivenza intrisa di anestetici; non c’è traccia di un fine più alto, solo la dimensione misurabile, mentre la digitalizzazione impone un ordine dove tutto deve essere immediatamente disponibile. I risultati sono: isolamento, solitudine, narcisismo, egoismo e soprattutto sottomissione, volontaria e volenterosa ai padroni della “narrazione”, più forti e potenti grazie alla pandemia che ha rafforzato l’atomizzazione della società, frantumato e diviso qualsiasi aggregazione, diffuso paura, incoraggiato odio e delazione. Ci dirigiamo verso un regime di sorveglianza biopolitica. Il liberalismo cambia pelle come un serpente e la persona umana viene degradata a un insieme di dati. Diventiamo gli uomini-biscotto di Leo Longanesi, così molli da scioglierci nella tazza di latte.

Confesso di avere vissuto entro credenze infrante da un virus battezzato Sars Cov 2. Tuttavia, se il destino è quello che ci prospetta l’era pandemica, digitale e zoologica, l’era del procione che non fa nulla in attesa che nella stalla modello sia distribuito il pasto dispensato dall’allevatore, questa vita non fa per me: sono un uomo, non un capo di bestiame. La transumana, futura umanità potrà forse sperare nell’immortalità, ma a prezzo della vita.

Foto: Idee&Azione

17 gennaio 2022