Conosco cento modi per fare uscire l’orso russo dalla tana

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di Maurizio Ulisse Murelli

Io capisco tutto. Capisco la posizione dei filoucraini, dei filo-NATO, dei filo-Atlantisti, la narrazione propagandistica dei media, capisco persino la posizione di chi so essersi alimento a visioni tradizionali e dunque essersi dotato di fondamentali interpretativi delle dinamiche del mondo moderno, della guerra, dell’Uomo etc. e oggi straparla avendo smarrito la bussola. Capisco tutto e ovviamente assumo queste posizioni con compatimento. Quel che non capisco è come sia possibile che tutti costoro, ognuno per proprio verso, possano sostenere che l’esercito russo è composto da straccioni e psicopatici, incapace di fare la guerra, privo di strategie e di comprensione del quadro complessivo, e quindi dei vari livelli di cui è fatta la guerra in Ucraina. Sorvoliamo sul Putin pazzo, con le spalle al muro, malato terminale etc. Ma come si fa a credere veramente che l’esercito russo è incapace, un bluff?

Ora vi racconto una storia che è una perfetta metafora della realtà. La storia ce la riporta Erodoto.

Sul finire del VI secolo a.C., Dario I, re dei Persiani intraprese una guerra contro gli Sciti, una popolazione nomade indoeuropea di ceppo iranico considerato dallo storico greco Tucidide il popolo più potente dell’Europa e dell’Asia. Per farla breve, gli Sciti adottarono la tattica di ritirarsi facendo terra bruciata alle proprie spalle, limitando gli attacchi all’avanzante esercito persiano che, nell’avanzare si logorò (più o meno quel che fecero i Russi nella Seconda Guerra Mondiale). Dario, indispettito, mandò un messaggio a Indatirsi, re degli Sciti: «Fermati per arrenderti o per combattere». In risposta Dario ricevette da un messaggero del re degli Sciti che gli portava uno scrigno che conteneva un uccello, un topo, una rana e cinque frecce.  Dario dapprima si fece influenzare dai consiglieri che così interpretarono il singolare recapito: gli Sciti gli stavano offrendo il cielo (l’uccello), la terra (il topo) e l’acqua (la rana) del loro territorio e con le frecce volevano significare che consegnavano le armi. Ma il saggio Gobria diede a Dario un’altra interpretazione: «Se voi, Persiani, non diventate uccelli e volate nell’aria, o topi e andate sotto terra, o rane e saltate nelle paludi, sarete colpiti dalle nostre frecce». Sempre per farla breve, Dario e quel che era rimasto del suo esercito, girarono i tacchi e tornarono a casa.

Traducendo la storia che si è fatta metafora: è da tempo che Putin ha mandato in Occidente il suo messaggero con lo scrigno contenente i suoi simboli, ma l’Occidente, (Kiev sopra tutto) non ha un suo saggio Gobria e interpreta i simboli come a suo tempo li interpretarono gli stolti consiglieri di Dario. Non c’è Gobria e neppure un Bismarck il quale diceva: «Conosco cento modi per fare uscire l’orso russo dalla tana, ma non ne conosco neanche uno per farcelo rientrare».

La Russia si ritira, il suo esercito è in rotta, Putin è con le spalle al muro, le sanzioni funzionano… Dario tornò a casa… Dario; dove andrà Zelensky ce lo dirà la storia, dopo che i battaglioni che sulla linea del fronte saranno sostituiti dalle armate… Presumibilmente a cavallo tra ottobre e novembre e quando proprio i km di steppa in questi giorni occupati dalle truppe di Kyev saranno la loro perdizione.

Foto: Katehon.com

11 ottobre 2022

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