Conquistare senza un re: traendo insegnamenti dalla monarchia biblica

image_pdfimage_print

di Carlos Perona Calvete

La Bibbia raccomanda di ungere i re dopo la conquista del loro regno. Le istituzioni non devono essere fondate nel bel mezzo di una crisi, che avrebbe come conseguenza quella di legittimarsi attraverso la crisi stessa e quindi di perpetuarla.

Leggendo “Truth and Beauty” di Andrew Klavan, di cui si possono dire molte cose positive, mi sono imbattuto nel seguente passaggio. In un certo senso, è tipico di un certo filone di esegeti protestanti americani, che trasgrediscono la Bibbia con presupposti repubblicani liberali:

C’è stato un tempo lontano in cui il popolo d’Israele viveva senza governanti… Ma quando i profeti divennero corrotti, il popolo chiese un re… Il profeta Samuele li mise in guardia su ciò che fanno i governi: come si fanno servitori del popolo e tassano il meglio dei loro beni… A me sembra una seconda caduta da un secondo Eden. Si sono allontanati dalla libertà e sono entrati nel ciclo della Storia.

Naturalmente, Israele non viveva “senza governanti” al momento dell’avvertimento di Samuele. Da Abramo a Mosè e Giosuè, fino allo stesso Samuele, c’erano stati ovviamente dei governanti. Anche il termine “governo” è del tutto improprio, poiché il Deuteronomio articola chiaramente le istituzioni di governo. Ma forse la cosa più stridente di questo paragrafo (che, per fortuna, non è caratteristica del libro di Klavan) è l’idea che Israele abbia goduto finora di libertà e che solo ora stia entrando nel ciclo della Storia. Al contrario, gli israeliti avevano già vissuto l’esatto contrario della libertà, essendo stati schiavi in Egitto. E, certamente, non si potrebbe sperare in un resoconto più chiaro della mutevolezza storica, né più lontano dall’idea di stabilità edenica, dell’Esodo e dell’ingresso in una terra promessa dove gli israeliti avrebbero combattuto sotto Giosuè.

Lotta prima del Sabato

Ma anche al di là di queste imprecisioni, forse dovute a un’iperbole retorica al servizio di un punto più importante, la lettura antimonarchica di 1 Samuele 8:9-11 (che è l’avvertimento a cui si riferisce Klavan) nasconde una lezione importante. Vale a dire, qual è la comprensione biblica della regalità e quando è appropriata (per inciso, raccomando questa discussione sull’insegnamento biblico sulla monarchia).

Dice il Signore a Samuele a proposito del re che Israele chiede:

“Ora, dunque, ascolta la loro voce; ma protesta ancora solennemente con loro e mostra loro il modo in cui sarà il re che regnerà su di loro. E Samuele riferì tutte le parole del Signore al popolo che gli chiedeva un re. E disse: ‘Questo sarà il modo del re che regnerà su di voi: Egli prenderà i vostri figli e li designerà per sé, per i suoi carri e per essere i suoi cavalieri; e alcuni correranno davanti ai suoi carri’.”

In particolare, 1 Samuele 8:11 fa un parallelo con un’altra Scrittura, Deuteronomio 17:16-17, che elenca gli eccessi da cui il re Israele dovrà astenersi:

“Ma non moltiplicherà per sé i cavalli e non farà tornare il popolo in Egitto per moltiplicare i cavalli… Non moltiplicherà per sé le mogli… Non moltiplicherà per sé argento e oro”.

La differenza tra questi passi del Deuteronomio e di Samuele è che il primo fornisce istruzioni su come ricevere un re giusto, mentre il secondo prevede una maledizione per chi non segue queste istruzioni:

Quando sarai giunto nel Paese che il Signore tuo Dio ti dà, lo possederai e vi abiterai, e dirai: “Porrò su di me un re come tutte le nazioni che mi circondano”, non potrai in alcun modo porre su di te il re che il Signore tuo Dio sceglierà. (Deuteronomio 17:14-15)

Il Deuteronomio ordina di nominare i re dopo il possesso della terra. Tuttavia, l’insistenza di Samuele sul fatto che Saul non avesse rispettato l’ordine del Signore di sconfiggere gli Amaleciti (1 Samuele 15) suggerisce che la terra non era stata completamente conquistata al momento della sua incoronazione. Anche dopo l’ascesa di Saul e le sue campagne iniziali, quindi, sembra che le condizioni per ricevere un re specificate nel Deuteronomio 17 non fossero state soddisfatte.

Samuele avrebbe condannato il desiderio di nominare un re prima che la conquista sia completata. L’avvertimento del profeta riguarderebbe quindi il re specifico che Israele avrebbe ricevuto dopo averne chiesto uno al momento sbagliato, cioè Saul e non la monarchia in generale.

La colpa di Israele sembra essere quella di aver chiesto un re prima del tempo stabilito. È importante notare che ciò è coerente con il resto della Bibbia. Il discernimento tra il bene e il male è spesso collegato alla maturità e spesso specificamente all’esercizio dell’autorità giudiziaria da parte dei re (1 Re 3:9, Isaia 7:15, ecc.). Cristo, tuttavia, rifiuta di esercitare il giudizio e di accettare i regni della terra quando questi vengono offerti dal diavolo. La sua regalità si manifesta attraverso questa astensione. Siamo così portati a capire che anche Adamo ed Eva avrebbero ricevuto il giusto dominio se si fossero astenuti prima dall’albero della conoscenza del bene e del male.

Nella Bibbia, quindi, la regalità (o il suo corretto esercizio) è il frutto di una fase iniziale di astensione e di lavoro.

Non camminare per paura

La radice dell’errore di Israele nel chiedere un re è l’infedeltà: Israele vuole un re prima che sia il momento giusto perché si trova di fronte a minacce continue e non si fida della promessa del Signore secondo la quale queste saranno alla fine superate.

Vogliono un segno visibile, esteriore, che proietti potenza per loro e in cui riporre la loro fede. Inoltre, ci viene detto che l’infedeltà di Israele è così profonda che essi si dedicano all’idolatria e non osservano i comandamenti.

Il fatto che il tipo di monarchia che Israele desidera in 1 Samuele, e che porta all’unzione di Saul, non è il tipo di monarchia preparata per loro nel Deuteronomio, è sottolineato dal desiderio di avere un re visibile e guerriero in cui confidare:

Il popolo si rifiutò di ascoltare Samuele. “No!”, dissero. “Vogliamo un re su di noi. Allora saremo come tutte le altre nazioni, con un re che ci guidi e che vada davanti a noi a combattere le nostre battaglie”. (1 Samuele 8:19-20)

Il Deuteronomio 17 non si riferisce al re che combatte battaglie per Israele; più precisamente, si riferisce al fatto che non acquisirà un gran numero di cavalli per sé, cosa a cui Samuele sembra fare da contrasto, avvertendo che il re che Israele otterrà costruirà proprio un esercito: “Egli prenderà i vostri figli e li designerà per sé, per i suoi carri e per essere i suoi cavalieri; e alcuni correranno davanti ai suoi carri”.

Sembra quindi che le battaglie di Israele dovevano essere combattute e il possesso della terra promessa doveva essere assicurato senza un esercito permanente, ma attraverso quelle che potremmo definire milizie libere e popolari. Il tipo di monarchia di cui parla Deuteronomio 17 si astiene dal formare un esercito permanente, o almeno un esercito numeroso.

Una volta creata una struttura di questo tipo, essa tende a giustificarsi perseguendo il conflitto e a orientare l’economia in generale verso il proprio mantenimento.

Una regalità biblicamente legittima

Il rifiuto della regalità in quanto tale può essere argomentato anche sottolineando che, al tempo di Samuele, Israele si era già organizzato sotto un re-profeta nella persona di Mosè: “Mosè ci comandò una legge, l’eredità della comunità di Giacobbe. E fu re a Jeshurun, quando si riunirono i capi del popolo e le tribù d’Israele” (Deuteronomio 33:4-5).

Importanti commentatori ebrei, come Filone di Alessandria, hanno sottolineato la regalità di Mosè, mentre Maimonide e i Targum, insieme all’opinione maggioritaria della tradizione cristiana, difendono la monarchia come divinamente istituita.

Infatti, da parte sua, Samuele fornisce una preghiera per il re divinamente scelto:

“Gli avversari del Signore saranno fatti a pezzi; dal cielo tuonerà su di loro; il Signore giudicherà le estremità della terra; darà forza al suo re ed esalterà il corno del suo unto (1 Samuele 2:10).”

Possiamo anche fare riferimento alle ingiunzioni di obbedire ai re (Ecclesiaste 8:2-5, Proverbi 24:21-22). Inoltre, dobbiamo ricordare che la regalità è il paradigma dell’età messianica nella profezia dell’Antico Testamento (Genesi 49, Numeri 24), così che, nel Vangelo, l’autorità di Cristo è descritta in termini di regalità davidica. Questa autorità messianica non abroga le istituzioni politiche e i loro capi. Piuttosto, è una fonte di regalità tra i fedeli: “…e i re della terra vi portano la loro gloria e il loro onore” (Apocalisse 21:24).

Conclusioni

Il fatto che non ci sia un re terreno nel corso della conquista, per cui la regalità è esercitata dal Signore durante questo periodo, ci dice che:

  • L’oppressione deriva dalla fondazione di istituzioni in uno Stato di infedeltà (Israele adorava gli idoli), cioè di paura (agli idoli si sacrifica per garantirsi il favore di un mondo caotico, lo stesso spirito con cui Israele desiderava un re per combattere le sue battaglie). Questo principio si applica alla personalità individuale: sviluppare tratti caratteriali sulla base di difese e paure di fondo produrrà tiranni psichici. Le iniziative politiche basate sull’urgenza di una crisi perpetuano la crisi stessa; ciò che facciamo per paura durerà nella paura.
  • La manifestazione umana o l’espressione di alcuni principi, come la retta autorità, deve avvenire come frutto del lavoro che crea il contesto adatto al loro esercizio (in questo caso, la sottomissione della terra su cui il re deve governare).
  • La manifestazione vera e propria (in questo caso, l’articolazione politica) deve seguire un periodo di sospensione, in cui si agisce senza un particolare centro d’azione manifesto (analogo alla conquista senza avere un re), ma in uno spirito di fede nella fonte divina non manifestata (analogo alla fiducia nella promessa che la terra è stata assegnata a Israele). Ci viene richiesto di camminare nella fede, senza incoraggiamenti esterni, prima di entrare in un nuovo contesto e ricevere una stabilità formale.

Possiamo quindi descrivere la corretta manifestazione dei principi attraverso forme esterne (come l’istituzione della monarchia) come un riposo sabbatico: l’istruzione di Deuteronomio 17 di nominare un re dopo la conquista della terra è analoga al riposo del Signore dopo la creazione della terra nella Genesi.

Seguendo le tre fasi della glorificazione nella tradizione cristiana (katharsis, theoria, theosis, esplorate nel saggio “The Imperial Ideal and Multipolarity”), sperimentiamo dapprima la mortificazione, togliendoci da un contesto o da un’abitudine particolare (lasciare l’Egitto e vagare nel deserto); poi sperimentiamo una visione di trascendenza, comprendendo i principi di fondo della realtà (ottenendo la vittoria, sottomettendo la terra in uno stato di fede nel trascendente) e, infine, possediamo un nuovo insieme di particolari, un nuovo contesto, essendo in grado di abitare quel nuovo contesto senza trasformarlo in un idolo, perché siamo stati addestrati dalla fase precedente ad astenerci dal riporre la nostra fede nell’esterno (questo corrisponde alla monarchia davidica su un regno unito).

Se questo ordine di cose non viene rispettato, il risultato è quello di una persona che rivendica la saggezza di un santo maestro prima di essersi effettivamente impegnata nella disciplina ascetica. Dal punto di vista politico, il re baserà la sua autorità sulla conquista, avendo partecipato ad essa, e così l’esercizio del governo e la necessità di conquistare si confonderanno e la legittimità sarà ricercata attraverso la violenza continua.

Poiché non abbiamo sperimentato la sospensione del sostegno esterno e la prova di camminare per fede, rivolgendoci alla fonte trascendente, continueremo ad attribuire le nostre perdite o vittorie a cause esterne. Inoltre, e più sottilmente, il re che non è consapevole dei principi trascendenti che manifestano le istituzioni politiche non riuscirà a distinguere tra i due: identificherà le sue leggi con la giustizia in quanto tale, il suo popolo con l’umanità in quanto tale, e così via. Non riuscirà quindi a realizzare quel raduno universale delle nazioni per il quale i profeti biblici stavano preparando la monarchia davidica (dalla benedizione di Isaia sulle nazioni nemiche dell’Egitto e dell’Assiria, all’Apocalisse di Giovanni).

Ci sono molte altre cose che meritano di essere dette su questo argomento. In particolare, per comprendere correttamente l’istruzione di astenersi dal chiedere un re prima che la terra sia sottomessa, dobbiamo rivolgerci al Vangelo e all’ingiunzione di “porgere l’altra guancia”. Questa istruzione (Matteo 5:38-40), che ricorre anche nell’Antico Testamento (Lamentazioni 3:25-66), contiene una lezione sia personale che politica. Il contesto politico delle Lamentazioni di Geremia è lo stesso del Vangelo: l’oppressione straniera e la distruzione del tempio di Gerusalemme (profetizzata da Gesù in Luca 21).

Voglio suggerire che il superamento delle condizioni attuali è analogo sia alla conquista della terra promessa sia alla sopravvivenza alla distruzione di Gerusalemme. La conquista senza prima nominare un re e la resistenza porgendo l’altra guancia sono equivalenti. Lo stato spirituale che si coltiva rinunciando all’orgoglio e alla contestazione degli insulti (come raccomanda Matteo 5) è quello che si ottiene quando si agisce senza anticipare il frutto del proprio lavoro (la regalità), in uno spirito di fede privo, per il momento, di forme esterne e stabilizzanti (come raccomanda Deuteronomio 17).

Possiamo concludere traendo alcuni insegnamenti più o meno pratici da quanto sopra, come ad esempio:

  • Evitare il confronto con i poteri forti per motivi di orgoglio personale o di reputazione, perché questo inquina qualsiasi lotta e ci invischia irrimediabilmente;
  • Non sottoporsi a un rinnovamento politico articolando le istituzioni politiche in un momento di crisi, poiché la paura e l’urgenza di tale crisi diventeranno la narrativa legittimante di quelle istituzioni, perpetuando così la crisi;
  • Stabilire comunità in grado di sopravvivere agli “eserciti inglobanti” (discordia civile), alle carestie (catene di approvvigionamento instabili) e ad altri flagelli di cui parla Luca 21, caratteristici dei tempi di crisi;
  • Osservare i comandamenti, prendersi cura dei poveri (le vedove e gli orfani sono costantemente menzionati nelle Scritture) e astenersi dall’idolatria (cioè dal fare sacrifici irrazionali per paura di un mondo caotico).

Pubblicato su EuropeanConservative

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Foto: Idee&Azione

11 settembre 2022