Dalla ritirata alla sconfitta

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di Erwan Castel

È fatta: le forze ucraine hanno pietosamente abbandonato Severodonetsk, attraversando su zattere di fortuna e gommoni da spiaggia il fiume Donetsk che separa la città liberata da quella di Lisichansk, minacciata di rapido accerchiamento da parte delle forze russo-repubblicane provenienti dal saliente di Popasnaya (vedi su questo argomento l’ultimo SITREP su questo settore). I pochi soldati ucraini già accerchiati sulla sponda sinistra del Donetsk sono dunque condannati a morire o ad arrendersi.

Questa vittoria tattica fa parte di un crollo esponenziale delle forze ucraine in generale e del loro corpo di battaglia del Donbass in particolare. Durante l’ultimo mese, che corrisponde grosso modo al periodo della battaglia di Severodonetsk, che è stato il suo culmine militare, le forze di Kiev hanno perso circa 20.000 uomini (uccisi, feriti, prigionieri, disertori, dispersi, ecc.), cosa che costituisce la peggiore emorragia fisica e morale vissuta dal campo ukro-atlantista nei 4 mesi.

Le ultime unità ucraine fuggono come possono da Severodonetsk, abbandonando lì i loro uccisi, tutto il loro equipaggiamento pesante e il loro orgoglio.

Non solo circa 1.000 soldati ucraini si sono arresi alle forze russe e repubblicane, ma stiamo iniziando a osservare tra loro alcuni che si uniscono alle forze repubblicane a Lugansk per continuare la lotta contro questo regime ucraino-atlantista che li ha traditi e abbandonati.

Naturalmente, queste nuove vittorie tattiche delle forze alleate (Zolotoe, Severodonetsk…) sul fronte del Donbass settentrionale non sono state ottenute senza subire anche perdite umane, materiali, militari e civili, ma la loro curva, a differenza di quelle delle forze ucraine che è alle stelle, diminuisce sensibilmente grazie in particolare a:

alle nuove tattiche adottate per adeguarsi al combattimento urbano e favorire la sicurezza,
alla preparazione degli assalti effettuati dall’artiglieria, potente e precisa,

l’irrigidimento delle unità russe e repubblicane impegnate per diversi mesi,

alle difese ucraine incontrate oggi, meno consolidate e organizzate,

all’ingaggio in prima linea di unità ucraine inesperte e poco motivate.

Il crollo definitivo delle forze ucraine, su cui non c’erano dubbi sin dal primo giorno nonostante l’onorevole resistenza, è quindi a un bivio; o prende la corsia preferenziale continuando la ritirata delle sue unità verso Slaviansk, oppure sceglie la via sadomasochistica aggrappandosi il più a lungo possibile a questi ultimi bastioni del Donbass, a cominciare da quello di Lisichansk.

Anche nei media occidentali solitamente burberi e mendaci, il discorso è cambiato di fronte alla realtà della vittoria delle forze russo-repubblicane nel Donbass.

Sul terreno, lo stato maggiore ucraino deve prendere la sua decisione nelle prossime ore, perché la sacca di Lisichansk sta per trasformarsi in un calderone sapendo che l’ultima strada percorribile attraverso Seversk è già sotto il fuoco del nemico. L’artiglieria del primo scaglione alleata che è arrivato alla periferia sud della città.

In precedenza, lo Stato Maggiore ucraino aveva ordinato il ritiro delle sue unità combattenti dalla tasca di Zolotoe/Gorskove (a sud di Lisichansk), il 21 giugno prima che fosse completamente circondata, lasciando dietro di sé solo poche centinaia di persone delle forze territoriali e mobilitate che si sono arrese molto rapidamente. Non sono ancora stato in grado di definire con precisione dove si fossero ritirate queste unità di Zolotoe (Slaviansk in Occidente o Lisichansk nel Nord), il che potrebbe presagire la decisione ucraina per la continuazione delle operazioni.

Per quanto riguarda Lisichansk, il potere di Kiev deve affrontare un serio dilemma:
• A) decidere di continuare la ritirata delle sue unità verso Slaviansk, che non sarà senza perdite, ma che rischia di trasformarsi in una debacle trascinando con sé le guarnigioni di Seversk, Artemovsk e scuotendo fortemente il già fragile morale di quelle di Slaviansk e Kramatorsk . Inoltre, questa manovra segnerà la totale liberazione del territorio della Repubblica popolare di Lugansk e raddoppierà la vittoria militare russa con una grande vittoria politica che rafforzerà ulteriormente la posizione diplomatica di Mosca.

  • B) altrimenti decide di aggrapparsi al terreno, bloccando le sue unità nell’assedio di Lisichansk e nella fantasia che con l’avvicinarsi degli aiuti militari occidentali (in particolare l’artiglieria di precisione a lungo raggio), riuscirà a respingere le forze russe e a mantenere la sua roccaforte. Ma tutto fa pensare che intorno a Lisichansk ci sarà solo una seconda Mariupol con conseguente umiliante annientamento e patetica resa della sua guarnigione, il cui numero è lo stesso (circa 15.000 uomini).

Dopo la chimera dei guerrieri delle luci dell’Azovstal , quella degli obici occidentali da 155 mm, quella della Legione Internazionale per l’Ucraina, gli ukro-atlantisti vi presentano quella dei Lanciarazzi multipli statunitensi “HIMARS” che, anche al meglio della loro efficacia, non cambieranno assolutamente nulla durante la guerra.

Intanto “le carote sono cotte” per il gruppo tattico ucraino di Severodonetsk/Lisichansk che ha già perso migliaia di uomini e centinaia di veicoli da combattimento, distrutti o catturati, sulla sponda sinistra del fiume Donets.

A Lisichansk, le forze ucraine visibilmente stressate sembrano ancora volersi organizzare in previsione di un possibile accerchiamento russo, inseguendo rifugi che vogliono requisire gli abitanti che sono sempre più maltrattati da questo odio russofobo ukro-atlantista a cui oggi si aggiunge la rabbia di una banda di rozzi che perdono tutte le loro battaglie.

Continuiamo dalla parte dei media servi occidentali che sempre più spesso riportano anche la realtà dell’identità di questa popolazione del Donbass che attende con impazienza la vittoria dei russi.
Tra le prove di una rinascita del nazismo in Ucraina , la realtà dei successi militari russi, il fallimento delle sanzioni economiche occidentali (a parte il loro effetto boomerang sui popoli ridotti in schiavitù dalla NATO), l’isteria dei filoucraini , la coerenza del discorso russo rivendica (come gli USA intorno al loro territorio) i principi della sicurezza collettiva e della neutralità dei paesi di confine, ecc. I cani da guardia dei media occidentali stanno iniziando ad abbaiare meno rumorosamente all’orso che fa a pezzi le bugie e le fantasie guerrafondaie della plutocrazia globalista una per una.

Tuttavia, come alcuni propagandisti, eviterò di dichiarare vittoria troppo presto perché la storia ci insegna che quando il capitalismo, sia esso nazionale, coloniale o globale, ha affondato le sue zanne in una preda, è difficile lasciarlo andare (sull’esempio di questa Francia Africa che ha mantenuto nelle sue ex AOF e AFN un neocolonialismo criminale). Se nel Donbass le forze ucraine hanno perso definitivamente l’iniziativa delle operazioni militari, d’altronde si possono immaginare da parte loro disperati tentativi di offensive nella regione di Kherson, Kharkov o perché no Zaporodje per sperare di arrivare al futuro tavolo negoziale , con un minimo di argomenti.

Queste offensive destinate al fallimento avranno l’unico scopo di prolungare ancora un po’ la guerra affinché la NATO costringa gli europei a sacrificare gli ultimi detriti galleggianti della loro indipendenza politica ed economica e ad affondare sempre più profondamente in una cobelligeranza insensata in questa guerra fratricida contro la Russia voluta da 8 anni da Washington. E in questo branco di pazzi e traditori, la Francia non è lontana dalla pole position, appena dietro a Polonia ed Estonia. E non venite a dirmi come dei semplicisti nazionalisti (pleonasmi) che “è” colpa dei socialisti! perché da un lato non c’è socialismo in Francia da molto tempo e dall’altro questa sottomissione al mercato economico del globalismo risale a Pompidou.

Arrivo del secondo lotto di Caesar francese in Ucraina. 6 miserabili cannoni che sicuramente si comportano bene ma il cui unico risultato tangibile sarà quello di aggravare la posizione politica di uno stato francese naufragato in volontaria servitù dell’ordine americano.

E questo risentimento occidentale vede oggi la sua corsa suicida a capofitto esacerbata da un nuovo collasso sistemico (annunciato nel 1972) del suo modello capitalista, e che la plutocrazia, dopo il fallimento del jolly della salute, ora vuole salvare con il jolly di guerra che gioca una volta di nuovo sulle rive del Mar Nero.

E l’Ucraina, che è stata l’obiettivo della talassocrazia britannica e poi americana sin dal 18° e 19° secolo, e ancora una volta la priorità dell’imperialismo statunitense in Europa lanciando nel 2004 (Rivoluzione arancione) poi nel 2014 (colpo di stato di Maidan) la sua strategia di prelazione di questo trattino (e disunione) tra l’Occidente e l’Eurasia nel tentativo di ottenere:

  • attraverso il regime ucrainoe le sue componenti naziste, un isolamento internazionale di Mosca e un logoramento militare ed economico della Russia, una strategia fantasticata dalla plutocrazia globalista e che sta fallendo miseramente.
  • tramite la NATO, una nuova divisione dell’Europa e un aggravato addomesticamento delle sue popolazioni occidentali rese purtroppo possibili grazie alla loro apatia e alla collaborazione di stati-nazione consustanzialmente sottomessi agli interessi dell’élite capitalista.

Perché questa domanda “E dopo?” comincia ad imporsi implicitamente all’orizzonte della prossima vittoria russa nel Donbass.

Finché l’Ucraina rappresenterà per la vastità del suo territorio un potenziale coloniale per le industrie occidentali e soprattutto per il suo accesso al Mar Nero un interesse per la NATO, la plutocrazia globalista continuerà la sua strategia di prevenzione di questo “perno strategico europeo” ( Brzeziński), anche se significa sacrificare fino all’ultimo gli ucraini, in questo vulcano Donbass, commissionato nel 2014 dalla CIA ai golpisti di kyiv (allora Turtchinov) e che esplose il 24 febbraio con l’intervento russo destinato a porre fine liberando la sua Novorossiya e i suoi porti occupati dagli ukro-atlantisti.

Ma proprio come l’Europa si vedrà ancora una volta lacerata da una nuova cortina di ferro imposta dalla servitù volontaria degli stati-nazione occidentali alla dittatura della merce, è molto probabile che anche questa regione del Ponto si ritrovi dilaniata proprio come il Donbass durante i suoi 8 anni, da una nuova linea del fronte attiva lunga 900 km e che confina con il suo fuoco omicida il fianco occidentale della grande Russia.

A meno che i popoli d’Europa non seguano l’esempio di quello del Donbass, e non conducano una ribellione contro i loro stati-nazione venduti al Capitale e riconquistando i loro territori naturali in una comunità europea del destino dove tutti difendano insieme gli interessi e le identità non di ciascuno globalisti il ​​cui liberalismo è limitato esclusivamente alla loro casta dominante.

Il potere in Occidente non va preso perché marcio nel suo strutturalismo, va distrutto per permettere ai popoli d’Europa di unirsi all’immensa rete di un mondo multipolare ed equo in fiore.

Foto: Idee&Azione

27 giugno 2022

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