Democrazia e relativismo

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di Daniele Trabucco

Quante volte abbiamo sentito, soprattutto in questi giorni, le forze di centro-sinistra, ma anche di centro-destra, utilizzare la parola “democrazia”. Tutti, dalla Meloni a Letta, da Berlusconi a Conte, da Salvini a Calenda, ci informano (in modo a volte diretto, altre volte indiretto) sul loro fermo proposito di tutelare il sistema democratico, rassicurando i “poteri forti” in primis e gli elettori in secundis che il sistema democratico, con loro, non è in pericolo.

In realtà, in ragione anche dell’assenza di una chiara e precisa visione filosofica, nessuno si accorge che la tanto decantata liberaldemocrazia è da sempre ispirata al principio compromissorio. Prevale, infatti, l’assunto secondo il quale la democrazia deve garantire la coesistenza di tante “morali”, di tante “ideologie”, di tante “visioni” senza preferenza per alcuna in modo esclusivo ed assoluto.

Nella sua opera “La democrazia” del 1920 già Hans Kelsen (1881-1973), padre della scuola normativistica, affermava come la liberaldemocrazia debba necessariamente ispirarsi ad un pensiero relativistico e contigente, variabile a seconda della modulabilità dei valori. In questo contesto le stesse enunciazioni sulla sovranità popolare diventano problematiche: nel momento in cui essa viene svincolata dal riconoscimento di un ordine naturale, si riduce ad un contenitore nel quale ogni richiesta sociale, ogni appetito, ogni desiderio puó trovare una legittimazione prima politica e poi giuridica mediante il potere che li rende effettivi e li trasforma in disposizioni normative. Nessuno, peró, si interroga sui fini della democrazia (rectius: dello Stato) e sugli scopi cui deve essere indirizzata l’azione politica.

La democrazia, allora, dovrebbe rappresentare quell’insieme di regole, procedure ed istituzioni funzionali al conseguimento, all’interno della comunità organizzata, del bene comune che non è nè la somma dei beni individuali, nè la sintesi degli interessi di volta in volta emergenti, ma il bene dell’uomo in quanto uomo, cioè in quanto persona dotata di una natura (da intendersi non in senso biologico-meccanicistico, ma filosofico) idonea a perseguire quei fini che la realizzano in modo pieno e compiuto (la tutela ed il rispetto della vita, il rifiuto di qualunque atto che possa comportare l’esercizio di una volontà di potenza su se stessi o sul prossimo etc.). Negare esista una natura, significa cadere in contraddizione dal momento che la conseguenza logica è l’indifferentismo per cui l’uomo puó divenire qualunque cosa, un altro da sè. Tuttavia, anche qualora si sentisse una pietra o un oggetto inanimato, o un animale, non sarà mai in grado di conseguire i fini di quegli enti (non potrà, ad esempio, mai strisciare come un serpente).

La democrazia, che destra e sinistra a parole dicono di difendere, è solo la creazione di un ordine sociale artificiale conseguente alla loro ideologia cangiante in base alla opportunità (elettorale) del momento presente.

Foto: Idee&Azione

15 agosto 2022