Democrazia: un contenitore vuoto senza il diritto naturale

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di Daniele Trabucco

Il prof. Norberto Bobbio (1909-2004) ha definito la democrazia “quell’insieme di regole e procedure per la formazione di decisioni collettive in cui è prevista e facilitata la partecipazione più ampia possibile degli interessati” (cit. N. BOBBIO, Il futuro della democrazia, Torino, Einaudi, 1995, 22). Su questa definizione formale convengono giuristi, filosofi del diritto, filosofi della politica ed economisti: Kelsen, von Hayek, Schumpeter, Popper.

Negato l’ordine naturale, la ricerca degli argini dei contenuti delle “decisioni democratiche” si rinviene all’interno dei singoli ordinamenti giuridici. In particolare, si ritiene che siano i principi consacrati nelle Costituzioni ad orientare e limitare il potere delle maggioranze. Ora, non solo questa concezione presuppone che il fondamento dei Testi costituzioni si fondi unicamente sul potere che ne rende effettivi i contenuti, ma, attraverso il concetto di Costituzione materiale o sostanziale (Mortati), si instaurano delle prassi che alternano o modificano i principi in nome della “funzione dinamizzante” dell’ordinamento (Cartabia). La democrazia, dunque, non ha un suo proprio contenuto, ma, richiamandosi alla Costituzione e alle sue formule “vaghe” (la “pari dignità sociale” di cui al comma 1 dell’art. 3 Cost.), consente una “produzione potenzialmente insaziabile dei diritti” a seconda del sentire sociale con il solo ed unico scopo di compiacere gli elettori.

Ai giudici la funzione maieutica di crearli attraverso l’attività ermeneutica, ai politici quella di consacrarli in leggi positive.

Foto: Idee&Azione

14 novembre 2022

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