Di compagneria e camerateria

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di Maurizio Ulisse Murelli

Il Primo Maggio sul palcoscenico del “Concertone” a Roma è salito anche un gruppo musicale ucraino che qualche esponente della italica libera stampa ha pure intervistato. Tante petalose domande tranne quella che, data la natura della festa, sarebbe stata la domanda più pertinente, la domanda delle domande: “Cosa pensate del fatto che dal 2015, dopo Maidan, in Ucraina è proibito celebrare il Primo Maggio”? Di fatto una legge promulgata dal Parlamento ucraino, oltre ad aver messo fuori legge il Partito comunista, incarcerato il suo segretario, abrogata la Festa dei Lavoratori ha anche vietato la celebrazione del 9 maggio, cioè la celebrazione della vittoria sul nazismo. E così, come nessun giornalista ha chiesto cosa ne pensassero i musicanti ucraini che il Primo Maggio sono venuti a celebrarlo a Roma, nessun giornalista, nessun analista, nessun vip geopolitico che affollano di questi tempi gli studi televisivi, ha avuto niente da obiettare allo stupefacente monologo di Zelensky per le vie di Kyev in cui celebrando in solitaria la ricorrenza del 9 maggio, tra l’altro afferma: “In futuro a questa sacra data che celebra la vittoria degli ucraini sui nazisti ne sarà affiancata un’altra, quella della vittoria sui barbari russi”. Nessuno a rammentare che negli scorsi 7 anni, a partire dalla promulgazione della legge dei divieti del 2015, la gran parte dei monumenti dedicati alla vittoria nella Seconda guerra mondiale, sono stati abbattuti e in molti casi sostituiti da monumenti a Bandera. Nessuno a rilevare che nella ricorrenza del 9 maggio, da 8 anni, fin dal 2014, ci sono scontri di piazza tra filorussi e nazionalisti ucraini, con pestaggi e arresti dei russofoni-russofili.

Se a queste cose si aggiunge i fatto che, palesemente, nel 2014 in Ucraina c’è stato un golpe sostenuto dagli americani ben orchestrato dalla Nuland (quella del “si fotta l’Europa”) che, dopo il golpe, l’Ucraina che era sulla soglia della bancarotta ha ricevuto un’iniezione di milioni di dollari, è stata “attenzionata”, tanto per usare un eufemismo, dalle lobby che ruotano attorno al figlio di Biden, governata da emissari di oligarchi della peggior specie, infiltrata dalla NATO, dagli inglesi indipendentemente dalla NATO e, per finire, si è ritrovata con un comico come presidente che non per ridere ne ha fatte di ogni colore, fino al punto di far dimettere i vertici della magistratura che intendevano arginare la sua deriva da satrapo, se si tiene conto di tutto questo risulta veramente difficile capire come larghe fette della sinistra radicale si siano ritrovate partigiane per l’Ucraina. Tanto più se poi si mette sul piatto il fatto che ci sono i famosi battaglioni nazisti. E lasciamo perdere in che senso sono “nazisti”, quanti sono, come e in che misura siano stati virali rispetto all’esercito e alla popolazione.  Qui in Italia molti di questi “compagni” sono andati in escandescenza e si son fatti venire la pancreatite per cose banali come, ad esempio, un diplomatico che ha osato, da musicista, partecipare ad un concerto organizzato da un movimento ritenuto neofascista, oppure per un panettiere o un bagnino che hanno esposto innocui santini duceschi. Ma il nazista battaglione Azov per loro va bene. Uno che ha una storia pesante addirittura nella lotta armata, li ha definiti “patrioti”. Con un altro ho fatto un esempio. Gli ho domandato: “Immagina che l’Argentina attacchi il Cile di Pinochet, lo invada con i carri armati e gli porti via una regione e che la popolazione cilena reagisca armi alla mano così come in Ucraina. Esalteresti e ti schiereresti con i Cileni”? Risposta: «Ma che esempio è? Quello poi era una dittatura militare». Già…. L’Ucraina di Zelensky invece è democratica, gli americani non hanno fatto in Ucraina quello che hanno fatto in Cile usando, ossia, invece di imporre una giunta militare una giunta di oligarchi a loro collegati e da loro teleguidati, banchieri e quant’altro.

E a questo mio interlocutore non è servito neppure rammentargli il tempo in cui gli americani misero i loro stivali in Vietnam per la qual cosa per lui erano imperialisti e la NATO la loro Legione Straniera usata come foglia di fico schierandosi sui e i suoi compagni non con i pacifisti ma con i Viet Cong. Neppure è servito rammentargli che lui, ancora marxista, sulla guerra in Ucraina la tesi di Marx sulla guerra non la porta in campo manco di striscio, tesi in base alla quale la guerra ha sempre connessioni con gli interessi del capitale: è lo spostamento di un centro di accumulazione capitalistica ad altro centro a creare la condizione prima della guerra, dice il filosofo di Treviri. Niente: è la aggressiva folle cupidigia di Putin a determinare la guerra in Ucraina e bisogna stare con i partigiani ucraini.

Sul fronte opposto i neofascisti. Bisogna stare con il battaglione Azov perché sono camerati e perché l’imperativo è sempre la difesa dei sacri confini della Nazione. Anche qui, dopo l’esperimento con il “sinistro” di cui sopra un esperimento con un “destro”. «Partendo dal dato incontrovertibile che in una certa misura parte dell’Ucraina (se non tutta) sta alla Russia come l’Istria e la Dalmazia stanno all’Italia, se un domani per assurdo un governo italiano di matrice liberale o a comunista, quindi non parafascista, muovesse guerra alla Croazia per recuperare i territori irredenti sottratti all’Italia – indipendentemente dal fatto che i croati abbiano o meno istallato missili puntati su Roma e promosso atti ostili nei confronti degli italiani residenti in Croazia – e a battersi contro l’Italia ci fossero i battaglioni di Ustascia di Ante Pavelić, tu con chi ti schiereresti»? Tilt!  Certo, è un’iperbole che però, in quanto artificio dialettico, ha in tutta evidenza il merito di mettere a nudo la contraddizione di fondo, quella della difesa di un nazionalismo patriottardo di stampo borghese, con il malinteso senso del cameratismo.

Ma la contraddizione con la propria “coltura” diventa macroscopica se si prendono in considerazione non i nazionalisti tout court, ma la “camerateria tradizionalista”, quella che, per esempio, si richiama al pensiero di Evola e sotto cappella ci mette più o meno tutti i maestri del pensiero della Rivoluzione Conservatrice, con annessi e connessi. Sintetizzando, in questo campo la Nazione è intesa come l’ultima trincea da difendere in assenza di Impero. Perché è l’Impero la forma di Stato per eccellenza nel pensiero tradizionale. E allora, partendo dal presupposto che quel che c’è nell’idea di Impero russo è palesemente di matrice europea e tradizionale, là dove si palesa la possibilità di optare tra Nazione e Impero come può il tradizionalista attestarsi sulla trincea arretrata della Nazione? Cioè nella trincea del meno peggio ma non dell’ottimo. Nessuno sostiene la purezza della condizione imperiale russa. Non è la Kallipolis platoniana, ma è in tutta evidenza che forti e sostanziosi sono gli elementi dell’etica e della politica tradizionale. Una realtà statuale tutta da depurare dai veleni del modernismo e dell’occidentalismo che l’hanno infettata e, per inciso, è proprio la cultura “tradizionale” di stampo evoliano ad assegnare alla guerra la funzione di catarsi per mondarsi delle scorie della modernità; anzi, di più, l’idea della guerra come catarsi è uno dei pilastri a fondamento del pensiero tradizionale. È la guerra, tra l’altro, sopra tutto il tipo di guerra oggi in corso in Ucraina, fatta sul campo, con artiglieria, carri armati, fanti all’assalto che genera l’uomo nuovo, altra concezione del “pensiero tradizionale”. Su questo pensiero si può concordare o meno, ma è questo il pensiero che fa da base alla “camerateria tradizionale” e che mette in contraddizione i suoi epigoni sostenitori della priorità della difesa del nazionalismo.

Sul piatto c’è poi la questione geopolitica, così come c’è il conflitto di civiltà, argomenti che ho già affrontato e qui, solo relativamente alla questione dello scontro di civiltà, vorrei puntualizzare una cosa sola. Si ha tutti consapevolezza che in Russia è presente un impasto governativo fatto di oligarchi, pescecani della finanza, affaristi, e debosciati vari, ma è anche del tutto evidente per chi lo vuol vedere, la presenza di una forte componente tradizionale che vuole affermare la rinascita dei valori caratteristici della Russia e che respinge quelli occidentali. E questa componente non è rilegata ad un partito di opposizione, ma è incarnata nel Cremlino. E qui vale la pena di ricordare la tesi di Samuel Huntington secondo il quale, sotto l’involucro della globalizzazione, pulsano le tensioni delle civiltà oppresse dal mondo unipolare. Dice Huntington: «La mia ipotesi è che la fonte di conflitto fondamentale nel nuovo mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologia né economica. Le grandi divisioni dell’umanità e la fonte di conflitto principale saranno legata alla cultura. Gli Stati nazionali rimarranno gli attori principali nel contesto mondiale, ma i conflitti più importanti avranno luogo tra nazioni e gruppi di diverse civiltà. Lo scontro di civiltà dominerà la politica mondiale. Le linee di faglia tra le civiltà saranno le linee sulle quali si consumeranno le battaglie del futuro […]. L’Occidente non ha conquistato il mondo con la superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione ma attraverso la sua superiorità nell’uso della violenza organizzata [il potere militare]. Gli occidentali lo dimenticano spesso, i non occidentali mai […] Nel mondo che emerge, un mondo fatto di conflitti etnici e scontri di civiltà, la convinzione occidentale dell’universalità della propria cultura comporta tre problemi: è falsa, è immorale, è pericolosa… l’imperialismo è la conseguenza logica e necessaria dell’universalismo». Queste istanze delle civiltà oppresse dal Mondialismo sono alla fine emerse. In Medio Oriente dove sono state soffocate e ora danno segnali di rivalsa in Cina India e appunto in Russia. Questo è un elemento oggi in gioco nello scontro tra Russia e Usa che utilizza l’Ucraina e l’Europa (che sta allegramente portando al suicidio definitivo) per soffocare la nuova potenziale primavera della civiltà russa che se si realizza appieno, gli europei non possono che trarre beneficio.

Per chiudere. Se il posizionamento di certa compagneria è con tutta probabilità dovuto all’odio per l’attuale modello imperiale russo, modello che ha storicamente battuto quello leninista, con tanto di naufragio della lotta di classe da esportare nel mondo, cosa questa che genera un immenso rancore per cui va bene chiunque vi si opponga, USA e NATO in primis, il posizionamento della camerateria, soprattutto quella che ha rivendicato una visione tradizionale, è ancora più illogico e surreale. E ambedue consumano l’80% delle loro energie per stigmatizzare quelli che, ritenuti appartenere al loro campo ideologico, rifiutano di condividere le loro scelte e la loro posizione. La quasi totalità degli incipit del loro argomentare si compone di insulti al calor bianco verso quelli reputati eretici, prendendosela in particolar modo con i “rossobruni”, non essendosi accorti che il rossobrunismo oggi non esiste essendo stato una fase di transizione; contro quelli che loro chiamano con disprezzo “putinisti” etc. Il restante 10% del loro impegno è impiegato a negare l’evidenza: il fatto che quella in corso è un’aggressione americana e che purtroppo gli ucraini altro non sono che carne da cannone per la guerra NATO-Americana. L’altro 10% a mettere in piedi teorie astruse, come l’inciuccio Putin-Biden accordatosi per affossare l’Europa e cose consimili. Analisi complessive e oggettive: ZERO.

Sono veramente curioso di sapere cosa avranno da dire sull’ordine che verrà, posto che questa guerra la vinca l’Occidente e la Russia sia battuta. Però ora, gli uni e gli altri si trovano accomunati come collaborazionisti dell’Ordine unipolare e delle schifezze atlantiste. Che Dio abbia in gloria tanto la compagneria quanto la camerateria.

Foto: Idee&Azione

11 maggio 2022