Di democrazia, professori e partiti

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di Lorenzo Maria Pacini

Non è un segreto il fatto che tra i professori delle università italiane ci sia un certo fermento in merito alle vicende politiche che ci caratterizzano da qualche mese a questa parte. È una dicitura, questa, che a dire il vero fa un po’ ridere perché, da un lato, gli accademici sono sempre stati impegnati in politica, tant’è che alcuni atenei sono talmente tanto colonizzati da tradizioni di partito che è praticamente impossibile accedervi senza possedere la tessera con l’impressum del segretario di turno, e dall’altro lato è altrettanto doveroso notare che il “problema politico” al tempo del Covid è un qualcosa di presente sin dal gennaio 2020, non certo dal primo settembre 2021, ed affonda le sue radici in periodi ben più distanti dalla cosiddetta pandemia.

Ciò su cui possiamo riflettere in senso pienamente politico, è che l’aggregarsi di una intellighenzia non è mai un difetto in sé, anzi è qualcosa di lodevole e che promuove un progresso collettivo più o meno consapevole; bisogna però domandarsi quale forma politica questa vogliano darsi queste entità. Non è scontato riflettere sulla forma, in quanto espressione della sostanza. La Storia, dopo la Filosofia, ci insegna che molte buone idee politiche sono fallite perché non hanno saputo vestire l’abito politico più opportuno, o non sono riuscite a incarnarsi nelle culture dove si sono presentate. Ecco, dunque, il punto interrogativo più urgente: che forma darsi?

Dalle cronache giornalistiche risuonano i nomi di grandi pensatori e scienziati che si stanno organizzando su più fronti, ma non sono chiare le forme: da qualche parte si legge di movimenti, da altre si vocifera di partiti. Tutto molto bello, ma è possibile lanciare una provocazione: perché non andare oltre? Perché aggrapparsi ancora a questi paradigmi socio-politici? E se fosse possibile fare qualcosa di diverso?

La politica italiana vive una metastasi in fase terminale – anche se per i più attenti è chiaro che sia già terminata – che è quella della politica partitica, di questa forma, il partito, considerata come il sacro graal dell’universo politico, ristretto più ad uno sgabuzzino sporco che a un cielo stellato senza fine, o partito o movimento, ma nient’altro, quasi non fosse legittimo pensare altrimenti. Qui si trova, a mio giudizio, uno dei punti deboli più critici della nostra politica ed inevitabilmente anche i grandi intellettuali ed accademici che si pongono nella traiettoria di un’azione politica devono interrogarsi sull’opportunità, per non dire sulla liceità filosofica, di queste forme. I partiti non funzionano più, non assolvono la ragione per cui furono ideati, rappresentano anzi una ragione di suddivisione forsennata e ostinata delle forze politiche. Storicamente sono una forma politica piuttosto recente, appartengono alla seconda parte della Modernità, dall’Ottocento in poi, e in Italia hanno poco più di 150 anni di vita. Dove sta scritto che debbano esistere per sempre? Ogni periodo storico ha le sue epifanie culturali, l’essere umano si re-inventa di continuo e non è detto che quanto è stato adottato un secolo e mezzo fa debba essere valido per l’eternità. Rimuovere questo tarlo dal pensiero politico della massa è una missione difficilissima da compiere, perché l’essere umano è abitudinario ed ha un adattamento comportamentale che nella postmodernità ha raggiunto una pigrizia impressionante. Permane l’idea che solo creando un gruppo di persone volte ad occupare gli scranni di un salone dei palazzi di Governo sia il modo per fare politica e cambiare una nazione. Niente di più falso ed illusorio.

La politica è stata fatta per millenni – e anche qui a Storia ci insegna che molte volte è andata meglio di quanto abbiamo realizzato noi “persone evolute dell’era del progresso” – attraverso una miriade di forme politiche, che si adattavano ai complessi culturali e alla coscienza collettiva dei vari popoli. Pensiamo alla monarchia: è la forma politica che ha caratterizzato millenni di storia dell’umanità, in ogni dove sul pianeta. Perché mai dovrebbe essere inferiore o peggiore di una democrazia? In una monarchia non c’erano i partiti, al limite erano presenti le fazioni, eppure gli esseri umani hanno vissuto comunque. La democrazia ci ha regalato una infinità di governi, di partiti, di gruppi variopinti, ma non risulta che abbia fatto niente di meglio di altre forme politiche. Le cosiddette battaglie per i diritti e le libertà, e i concetti stessi di “diritto” e “libertà”, sono un qualcosa che viene prima e con discreta distanza dall’istanza democratica.

La democrazia, insegnava il sommo Platone ben prima dell’avvento delle forme politiche moderne, ha un problema di fondo: degenera inevitabilmente, perché ha la pretesa di sovvertire l’ordine naturale facendo credere che qualsiasi persona possa assolvere qualsiasi funzione. La società, invece, è un organismo, e come tale non può ammettere che la mano svolga le funzioni del cuore, o un piede quelle dei polmoni o del cervello. L’esito della democrazia è, spiegava Platone, la tirannide, che è la peggiore forma di abuso e violenza politica. La Storia, ancora una volta, ce lo dimostra. Con questo non ho intenzione di esprimere un giudizio di merito ad una forma politica, decretandone una come migliore dell’altra, specialmente parlando di cose già avvenute, bensì spingere ad interrogarsi sulle forme da attuare oggi ed in vista del domani. Non è sensato pretendere di costruire un mondo diverso a partire dalle stesse forme già conosciute ed esperite. Chi continua a proporre ciò non ha la visione politica, che è sempre sul lungo periodo ed implica una creatività che è costruttiva e dinamica.

Ecco, dunque, il quesito per i philosophes di un ipotetico nuovo illuminismo: o le idee si manifestano in nuove forme politiche, o gli esiti saranno quelli già noti.

Tale necessità è dettata anche da un’istanza di evoluzione collettiva che potremmo definire fisiologica, perché un corpo non cresce, non migliora e non si adatta se non che con nuovi stimoli ed ostacoli. Ripetere continuamente il medesimo esercizio crea solo l’abitudine, in questo caso l’abitudine al fallimento. Il momento epocale in cui viviamo ci chiama ad un impegno politico che è sì profondamente intellettuale, ma allo stesso tempo radicalmente rivoluzionario, o potremmo dire oltre-evoluzionario, perché ci obbliga a creare un qualcosa che non è mai esistito prima. Solo con nuove forme politiche avremo un mondo veramente nuovo.

Foto: Idee&Azione

14 dicembre 2021