Dobbiamo continuare a definirci conservatori

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di Sebastian Morello

I nomi sono importanti e il nome “conservatore” è importante se non vogliamo dimenticare chi siamo e per cosa lottiamo. I conservatori non sono semplicemente dei reazionari. Noi affermiamo qualcosa. Affermiamo la nostra civiltà e vogliamo conservarla.

Recentemente, John Daniel Davidson ha lanciato una chiamata alle armi – metaforicamente parlando – in un articolo pubblicato da The Federalist dal titolo “Dobbiamo smettere di chiamarci conservatori”. Il pezzo è stato ampiamente condiviso sui social media e ha ricevuto molti elogi dalla destra di Internet e a ragione. Trovo che nel pezzo ci sia poco da dissentire e molto da affermare. Tuttavia, voglio offrire una difesa della parola “conservatore”, alla quale egli sostiene che dovremmo rinunciare e spiegare perché penso che dovremmo continuare a usare il termine (e credo che Davidson pensi davvero che dovremmo farlo anche noi).

Davidson inizia con un elenco di come i conservatori non siano riusciti a conservare granché e osserva come abbiano effettivamente perso la guerra culturale. Non sono del tutto in disaccordo, ma se si considerano le ambizioni dei liberali, dei progressisti, dei socialisti e dei comunisti del dopoguerra, chissà come sarebbe stato il mondo oggi se non fosse stato per le sfide incessanti lanciate dai conservatori nel corso dei decenni per rallentare il processo di rivoluzione culturale.

In ogni caso, dal bilancio che Davidson fa non consegue che la causa conservatrice debba essere abbandonata, o che il nome di tale causa debba essere scartato. La Spagna, secolo dopo secolo, è stata conquistata da una forza nordafricana che odiava la cristianità, le cui glorie erano così visibili proprio in Spagna. Alla fine, l’intera Iberia fu conquistata, tranne il piccolo regno di Castiglia. Da lì, però, iniziò la Reconquista, che alla fine riconquistò l’intera penisola. Riconoscere il fallimento può portare all’azione.

Naturalmente i conservatori dovrebbero, come li invita a fare Davidson, considerare la loro infelice situazione. L’ideologia del progressismo che ora domina l’Occidente, che cerca di ripudiare la nostra civiltà e di sostituire la nostra vita condivisa basata sul bene comune con il caos degli appetiti concorrenti di individui isolati, ha conquistato le nostre nazioni e le loro istituzioni più nobili. Come dice Davidson, i conservatori devono smettere di fantasticare su politiche basate sul mercato in stile anni ’80 o su insediamenti libertari di piccoli governi. Devono invece istigare una Reconquista.

L’argomentazione da cui Davidson trae il titolo del suo pezzo sembra una di quelle a cui lui stesso non è dedito. A un certo punto Davidson afferma che i conservatori devono smettere di chiamarsi con questo nome e “iniziare a pensare a sé stessi come radicali, restauratori e controrivoluzionari”. Tuttavia, non adotta nessuna di queste denominazioni per il resto del suo articolo, rimanendo soddisfatto di chiamare i conservatori “conservatori”. Forse perché vede che il conservatorismo sta già adottando, in modo piuttosto organico, gli approcci al discorso culturale, morale e politico che termini come “radicalità”, “restaurazione” e “controrivoluzione” connotano.

Prendiamo la parola “radicale”. Questa parola, come molti sanno, etimologicamente significa “ritorno alle origini”. I conservatori degli anni ’80 e ’90 – a parte alcuni eccentrici come Russell Kirk e Roger Scruton, ai quali i reaganiani e i thatcheriani hanno sempre guardato di traverso – non leggevano Edmund Burke. Ebbene, oggi i conservatori lo leggono. Anzi, leggono molti di coloro che hanno guidato il movimento contro-illuminista da cui deriva la parola “conservatore”: Burke, Maistre, Bonald, Chateaubriand, Donoso, Coleridge, Cobbett, Newman, Chesterton, Eliot, Kirk, Scruton e così via. Stanno anche leggendo Platone, Aristotele, Cicerone, Seneca, Boezio, Agostino e l’Aquinate. Avendo fatto il punto della situazione e riconosciuto il colossale fallimento del conservatorismo a cui Davidson fa riferimento all’inizio del suo pezzo, i conservatori stanno tornando alle radici, scoprendo i principi della loro tradizione sociale e coloro che li hanno applicati in difesa della loro civiltà.

È così che iniziano la “controrivoluzione” e la “restaurazione”. Tornare alle proprie radici per attrezzarsi contro la rivoluzione, per ripristinare ciò che ci è stato tolto, è esattamente il senso del conservatorismo. E la parola stessa conservatorismo è significativa perché indica che non stiamo semplicemente protestando contro qualcosa. Il nostro non è un credo negativo e in questo senso siamo completamente diversi dai nostri avversari politici, morali e culturali che non conoscono altro che l’impulso a ripudiare. Noi affermiamo qualcosa. Affermiamo la nostra civiltà e vogliamo conservarla: come diceva Scruton, il conservatorismo è – al livello più fondamentale – amore.

La parola “conservatorismo” è importante perché, come ho detto, è legata a un canone di pensiero. Un canone con il quale dobbiamo continuare a familiarizzare se vogliamo riconquistare ciò che ci spetta di diritto, ossia la nostra eredità civile. Le persone di destra che si allontanano da questo canone sono abitualmente sedotte dall’esoterismo sgangherato di Julius Evola, Savitri Devi Mukherji o dal vasto bagaglio di neopaganesimo codino-nietzschiano che si trova nella blogosfera, il cui materiale sarebbe esilarante se non fosse così corruttore dei suoi lettori.

I pericoli imprevisti sono in agguato ed è plausibile che si rivelino troppo tardi perché possiamo fare qualcosa se abbandoniamo il termine “conservatore”. I nomi sono importanti e il nome “conservatore” è importante se non vogliamo dimenticare chi siamo e per cosa lottiamo.

Uno dei temi principali dell’articolo di Davidson riguarda la minaccia delle nuove tecnologie, rispetto alle quali le questioni più ristrette della “guerra culturale” rimangono, a suo avviso, secondarie. Egli ritiene che il conservatorismo, o ciò che esso denota, non sia adatto ad affrontare i pericoli posti da tali tecnologie. Anche in questo caso non dissento completamente, ma le nuove tecnologie scuotono sempre la vita stabile delle società consolidate. Quando è emersa la nuova tecnologia della stampa, inizialmente è stata usata per rompere l’unità religiosa della cristianità; in seguito, però, è diventata una forza importante per la coesione culturale e religiosa.

I social media e la tecnologia informatica sono stati, senza dubbio, una colossale forza del male nel mondo ed hanno contribuito in infiniti modi alla sorveglianza di massa sotto la quale tutti noi dobbiamo ora affaticarci. Tuttavia, ha anche reso immediatamente disponibili a tutti i più bei libri mai scritti, consentendo a un lavoratore a basso reddito di avere a portata di mano una biblioteca che Samuel Johnson avrebbe potuto solo sognare. Trattare la tecnologia come se non potesse, con l’aiuto dell’apparato coercitivo di uno Stato giusto e ben funzionante, essere assunta da un ordine sociale conservatore per il benessere dei suoi membri è, a mio avviso, sottovalutare il suo potenziale di bene.

Spesso inserisco una particolare citazione di Newman nei miei scritti, perché penso che sia il riassunto migliore e più pungente della causa conservatrice che abbia mai letto: il conservatorismo consiste nel trovare “un modo per unire ciò che è libero nella nuova struttura della società con ciò che è autorevole nella vecchia, senza alcun compromesso di base con il ‘progresso’ e il ‘liberalismo’”. La sfida che abbiamo davanti è quella di unire le nuove tecnologie del giorno con la legge morale che ha avuto autorità su di noi per tutto il corso della nostra civiltà fino alla nostra epoca maledetta. La maggior parte dei classici della filosofia, le opere patristiche e l’intera Summa Theologica si possono trovare su Internet, ma anche le più abominevoli perversioni conosciute dall’uomo. Un ordine sociale conservatore manterrebbe i primi e vieterebbe l’accesso ai secondi, unendo così ciò che è libero nel nuovo con ciò che era autorevole nel vecchio.

Davidson prosegue dicendo che i conservatori dovrebbero voler “esercitare il potere del governo” e che questo “significherà una drammatica espansione del codice penale”. Forse è vero, ma i conservatori non hanno mai creduto che la trasformazione sociale per il bene comune si ottenga esclusivamente con la coercizione, anche se la Legge e la sua applicazione sono una componente importante. I conservatori hanno sempre sostenuto che per la felicità della società – affinché non scenda nel collasso politico (che è sempre a pochi passi da decisioni sbagliate) – è necessaria una trasformazione interna, ossia la virtù. Il diritto ha naturalmente una dimensione didattica, ma ci si può aspettare che questo aspetto abbia l’effetto desiderato solo quando è sostenuto da una cultura più ampia che valorizza la virtù. Il fatto che il conservatorismo stia diventando una forza sociale sempre più religiosa è incoraggiante.

La trasformazione interiore attraverso la coltivazione della virtù sta tornando a essere un tema importante nel pensiero conservatore. È sorprendente che, contrariamente a quanto si prevedeva solo qualche decennio fa, il conservatorismo – soprattutto tra i giovani di destra – non si stia ridefinendo come una “causa laica per la civiltà occidentale”. Piuttosto, sta diventando una causa profondamente reazionaria, aggressivamente politica e profondamente religiosa.

Sia che si guardi ai ragazzi del NatCon o ai PostLib dalla parte di Davidson, sia che si guardi ai Vanenburg o ai Radical Orthodoxy da questa parte, termini come “cristianità”, “integralismo” e “identità religiosa” sono sulla bocca di tutti. I conservatori stanno riscoprendo la necessità della religione pubblica – la vera religione pubblica – per realizzare la virtù civica che è il prerequisito per conservare la civiltà (che, dopo tutto, è la causa propria del conservatorismo). Davidson sembra riconoscere questo fenomeno quando scrive che “parlare di difesa della ‘libertà religiosa’ significa fraintendere che il vero rischio oggi è l’irreligione diffusa”. In questa sua preoccupazione, tuttavia, dovrebbe sentirsi completamente a suo agio con il conservatorismo che sta rapidamente diventando il mainstream della destra.

Davidson afferma che i conservatori devono rinunciare al loro attaccamento al “piccolo governo” e abbracciare il potere politico per raggiungere i loro obiettivi. Questo sembra un attacco ad un uomo di paglia. I veri conservatori non hanno mai detto il contrario e hanno sempre riconosciuto la necessità di uno Stato solido e sano. Ciò su cui i conservatori hanno insistito, tradizionalmente, è che tale Stato non deve essere eccessivamente centralizzato o inutilmente intrusivo nella vita dei cittadini e che il modo migliore per avere uno Stato vigoroso che resista alle tendenze totalitarie è organizzare il potere politico in modo sussidiario.

I conservatori più sani di mente, che hanno sempre creduto che la libertà del mercato debba essere bilanciata dal paternalismo per il bene comune, sarebbero prontamente d’accordo con le seguenti raccomandazioni di Davidson su come il potere politico potrebbe essere usato:

Per fermare le Big Tech, ad esempio, sarà necessario usare i poteri dell’antitrust per smantellare le più grandi aziende della Silicon Valley. Per impedire alle università di diffondere ideologie velenose sarà necessario che le legislature statali le privino dei fondi pubblici. Per fermare la disintegrazione della famiglia potrebbe essere necessario invertire la farsa del divorzio senza colpa, insieme a generosi sussidi per le famiglie con bambini piccoli. I conservatori non devono rifuggire dall’avanzare queste argomentazioni perché tradiscono qualche cara fantasia libertaria sul libero mercato e il piccolo governo.

In effetti, come afferma l’autore, i conservatori non devono rifuggire da queste argomentazioni. Se i conservatori conoscessero meglio la loro tradizione politica e morale, non rifuggirebbero da questi argomenti, ma li vedrebbero per quello che sono: argomenti conservatori. E i conservatori non devono rinnegare il loro stesso nome di “conservatori” per abbracciare tali argomenti, ma devono piuttosto riaffermare che essere conservatori significa sostenere la causa del bene comune, se necessario con un intervento politico diretto.

I conservatori si trovano ora di fronte a un’opportunità unica. Il liberalismo ha reso le persone infelici. L’individuo isolato che persegue i propri impulsi appetitivi è una persona profondamente infelice. Il tasso di suicidi in Occidente è una chiara indicazione di questo fatto. Solo nel Regno Unito, la principale causa di morte per le persone di età compresa tra i 5 e i 34 anni è il suicidio. L’emancipazione e il benessere personale promessi dal liberalismo non sono mai arrivati. Equiparando il benessere umano alla mercificazione di tutto, il liberalismo ci ha rinchiusi nei nostri appetiti egoistici, creando un’epoca di solitudine e infelicità croniche.

Questo momento è un’opportunità molto speciale che i conservatori sarebbero sciocchi a perdere. Forse nei decenni passati la causa conservatrice sembrava un tentativo di riportare le persone in gabbia proprio nel momento in cui si sentivano emancipate. Ora, invece, la gente chiede a gran voce di essere liberata dalle pastoie dell’autoindulgenza e di recuperare le proprie “radici”. Vogliono impegnarsi in un discorso “basato sui valori”, ed è in questo discorso che la tradizione conservatrice può brillare come un grande faro, guidando le persone verso il porto tranquillo della sanità mentale. Questo è dunque un momento bellissimo per una vera rinascita conservatrice, ma i conservatori – che si definiscono tali – devono svegliarsi e coglierlo.

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Foto: Marceliano Santa María Sedano, Trionfo della Santa Croce a Las Navas, Museo Nazionale del Prado, Madrid

31 ottobre 2022

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