Due conti in tasca al blocco cinese

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di Lorenzo Centini

Dei principali paesi non atlantisti solo uno, la Cina, ha una solida economia che non dipenda per oltre il 50 % dall’export di Petrolio:

Iran (82%), Venezuela (96%), Khazakstan (73%), Fed Russa (63%), Algeria (95%), Siria (67%) sono tutti ultradipendenti dal Petrolio o da elementi collegati. Alcuni (Iran) hanno provato attivamente attraverso istruzione e industrializzazione a modificare questa struttura, altri (Venezuela) hanno dormito particolarmente sugli allori negli anni 2000-2015 quando il prezzo del petrolio era particolarmente alto e si poteva investire il surplus per sviluppare un’economia diversificata.

Occorre un ragionamento nel campo “eurasiatista” su questo: l’area dell’economia estrattiva, l’area eurasiatica e l’area diciamo antiatlantista si sovrappongono nei fatti.

Questa sovrapposizione ha tre effetti concorrenti:

1) La possibilità per le relative classi dirigenti di fare politiche antiamericane deriva in massima parte dalla loro possibilità di smerciare prodotti legati all’energia e materie prime. Questa possibilità può essere relativamente impedita, e dove questo non avviene è solo perché, oggi, esiste un compratore di ultima istanza (la Cina) che assicura la smerciabilità di certi prodotti. Cioè che, in ultima istanza, acquista il petrolio iraniano, le materie prime agricole del Brasile di Lula e lo zucchero cubano, il petrolio e gas russi, ecc. L’apertura economica e l’industria cinese garantiscono ipso facto le politiche antiamericane dei paesi succitati. Questo è un elemento di fragilità.

2) La relativa saldezza dei domini delle classi dirigenti su questi paesi ha la stessa intensità della dipendenza dalle materie prime. Paesi più “complessi” economicamente come Brasile, India, Sudafrica o Messico sono infatti stati meno saldi nella loro appartenenza a politica antiamericane e/o socialisteggianti/dirigistiche. Le élites politiche che fungono da redistirbutori dei proventi delle materie prime possono decidere di farlo in senso socialista/dirigista, attirandosi però sovente l’antipatia di altri ceti che sono più forti in economie diversificate. In breve sembra che il “dirigismo” di questi paesi sia legato alla congiuntura di una élite politica che deve legittimarsi (anche in buona fede) e il saldo controllo su una fonte relativamente semplice di guadagno. Questo è un elemento di fragilità: se il paese rimane dipendente dalle materie prime è indebolito sul piano economico, ma se si apre non riesce a mantenere intatta l’élites politica che compie scelte antiamericane/dirigistiche.

3) Paesi che si sono impegnati di più sulla via della industrializzazione del salto di qualità economico (Iran) hanno performato politicamente meglio di quelli che lo hanno fatto meno o non lo hanno fatto punto (F. Russa/Venezuela). In Iran l’esistenza di una borghesia iraniana non legata direttamente al petrolio ma interna alle prospettive costituzionali khomeiniste, rappresentata da Rohani, è stata insieme più flessibile e più proattiva di altre che sono apparse più fragili. Rohani può non piacere ma rimane trecento volte meno dannoso di un Guaidò a spasso.

Per concludere: sostenere i paesi “multipolari”, ad oggi, vuol dire sostenere élites politiche legate a doppio filo all’estrazione e alla redistribuzione di proventi di industrie a basso valore aggiunto. Per queste élites si tratta spesso di una scelta reversibile. Le stesse élites che hanno fatto oggettivamente pochino per rendere più complessa l’economia dei loro paesi.

La scelta di campo di queste élites può essere facilmente “rivoltata”, o, in alternativa, dove la fede ideologica rimanga fissa è relativamente semplice colpirli.

Questo cartello di nazioni si regge perché esiste un piccolo miracolo: una nazione ad economia davvero diversificata (Cina) che ha mantenuto una barra dritta in politica internazionale. Ripeto: è l’ibridazione capitalistica cinese che fa da garante ai patti politici progressivi di altre nazioni.

Dobbiamo essere sinceri noi antiatlantisti. Il blocco “cinese” ha diversi problemi strutturali e politici. Bisogna premere, nel piccolo, perché queste classi dirigenti usino il volano cinese (OBOR, capitali cinesi, ecc.) per industrializzarsi e per raffinare il proprio capitale umano, così da uscire da questo empasse politico-economico.

Foto: Idee&Azione

29 marzo 2022