È l’uomo che nobilita il lavoro

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di Belinda Bruni

Donne e lavoro: tutti ne parlano; tutti hanno qualcosa da dire. Sfortunatamente le infinite discussioni degenerano in guerre ideologiche sulla pelle delle donne. Diatribe vuote tra modelli femminili astratti e non calati nella realtà concreta di una donna vera che vorrebbe mettere a frutto i propri talenti ed essere madre per scelta.

Nessuno in questo paese parla di donne e lavoro in modo appropriato e soprattutto dalla parte delle donne. Nemmeno le donne.

Le polemiche su Samantha Cristoforetti ne sono un triste esempio: chi la critica come pessima madre perché va in missione cinque mesi lasciando due figli piccoli e chi la esalta per lo stesso motivo, trattano Samantha come un idolo, un’icona da usare per tirare acqua al mulino della propria ideologia, non come una persona fatta di carne e sangue e di scelte difficili. Lei è un’astronauta, un mestiere talmente fuori dal comune che non può essere paragonato ad altre situazioni e nessuno dovrebbe esprimere giudizi su come lei e suo marito gestiscono la famiglia; né per esaltarla, né per giudicarla. Non rendono onore alla categoria coloro che la giudicano pessima madre, ma anche coloro che si paragonano alla prima donna italiana negli equipaggi dell’Agenzia Spaziale Europea dovrebbero prima essere certe di aver chiaro cosa sia il senso del ridicolo.

Elisabetta Franchi, stilista e imprenditore (criticata anche perché si definisce imprenditore e non imprenditrice…moriremo di politicamente corretto prima che di fame e di virus…) ha affermato che assume donne solo “non giovani” perché prima fanno figli e si devono occupare della famiglia. Polemiche a cascata tra chi la condanna e chi applaude perché ha detto un’ovvietà.

Purtroppo entrambe le parti sono in grave errore, e sono tutti nemici delle madri.

Quello che ha detto la signora Franchi è che un uomo o una donna più matura sono disponibili per il lavoro h24. Una donna con figli piccoli no. La giornalista che l’ha contestata ha parlato di mancanza di asili nido per risolvere il problema delle giovani madri.

L’offesa più grande contro le donne è affermare che per fare carriera devi lavorare h24. Vivere per lavorare e non avere distrazioni. Finché sarà questa l’idea disumana di lavoro non ci sarà mai spazio per le donne. Nessuno deve lavorare h24, nemmeno gli uomini. Che sono comunque padri e fondamentali. Ogni essere umano dovrebbe poter curare anche la dimensione relazionale e spirituale.

Cosa prova una donna divisa tra i talenti ricevuti in dono, che non possono essere sotterrati, e l’amore per la propria famiglia, lo sanno solo le donne che lo vivono.

Le donne che sono lasciate sole, giudicate qualunque cosa facciano. Prima di tutto da altre donne.

Che le femministe da salotto e le bigotte moraliste tacciano. Sarebbe ora di cambiare il livello del discorso, di elevarlo dalle basse diatribe ideologiche. Di parlare di cosa è veramente il lavoro. Cosa significa lavorare.

Il lavoro è per l’uomo (essere umano) non l’uomo per il lavoro, particolarmente per il lavoro dell’era moderna. Siamo cresciuti nel “migliore dei mondi possibili”, con il mito dell’uomo che si fa da sé: se ti impegni e se “hai voglia di lavorare” avrai successo. Il contraltare è che se non sei disposto a tutto per il lavoro, se non vuoi vivere per lavorare (invece di lavorare per vivere), sei un fallito, un nullafacente, uno che non merita compassione, un reietto.

Dovremmo tornare a porci domande fondamentali, come “perché l’uomo lavora e che significato ha il lavoro per l’essere umano?”. Nella dimensione materiale su cui ci siamo lasciati appiattire, anche se ci diciamo spirituali e religiosi, abbiamo dato per scontato che il lavoro abbia solo un significato economico e di prestigio sociale, un idolo a cui sacrificare tutto. Il ricatto sul lavoro per indurre alla vaccinazione senza imporre un obbligo è quello che ha funzionato di più nella popolazione adulta; pur di lavorare un uomo perbene cede anche la salute e la dignità e si fa complice di una dittatura (e non si neghi che se grandi numeri si fossero fermati anche solo per poco tempo si sarebbero ottenuti risultati).

Abbiamo cancellato dalla nostra cultura, ormai intrisa di puritanesimo anglosassone, che la vera dimensione del lavoro è metafisica, interiore ed esteriore. Esteriore perché ogni uomo che lavora dà il proprio contributo al bene comune e ad una società ordinata e giusta; perché il lavoro dell’uomo si fa continuazione dell’Opera Divina. Interiore perché il lavoro è realizzazione dei propri talenti, che non sono mere passioni o ambizioni. È il compimento del proprio destino su questa terra, quell’unico e insostituibile compito che ognuno di noi è chiamato ad assolvere per santificarsi o, se preferite, per realizzare il vero Sé. Quindi il lavoro ha da essere iniziatico come lo è stato in tutte le civiltà tradizionali.

Per ripristinare questa visione occorrerebbe rivedere totalmente il sistema lavorativo, ma non solo, anche il sistema educativo e formativo. Tornare ad affermare con forza che è maestro colui che aiuta l’allievo a trovare la propria vocazione e a compiere il proprio destino, oltre i miti di convenienza, competizione, successo materiale, che dovrebbe essere una conseguenza, non il fine della vita.

L’uomo moderno non sa lavorare, ha soltanto imparato a studiare e a fare le cose richieste da una società totalmente materialista, anche là dove crede di elevarsi con il sentimento e la morale.

Scopriremmo che in un sistema umano di lavoro c’è posto anche per le donne, senza imporre loro di lavorare come un “uomo disumano”. Ma dovremmo accettare che la società in cui viviamo è intrinsecamente malata, in putrefazione, non più sanabile dall’interno.

La crisi che ci ha investito in modo evidente negli ultimi due anni (i presupposti erano intuibili per chi voleva vedere da almeno trenta) poteva essere un’occasione provvidenziale per rivedere anche il concetto stesso di lavoro. Un dono immeritato che Dio ha fatto all’uomo ormai cieco.

Se il lavoro diventa un ricatto, un Uomo degno di questo nome dovrebbe chiedersi se il lavoro vale la violazione del proprio corpo, della propria dignità, della propria anima.

Ma l’uomo più progredito di ogni tempo ha scelto di mancare il suo appuntamento con la Storia.

E le donne non sono state migliori.

Foto: Idee&Azione

16 maggio 2022