È troppo presto per definire “rivoluzione colorata” le proteste nel Karakalpakstan dell’Uzbekistan

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di Andrew Korybko

Anche se c’è sempre la possibilità che gli eventi vadano temporaneamente fuori controllo, le probabilità sono drasticamente ridotte contro chiunque, locale o straniero, speri di armare con successo le percezioni sulle riforme costituzionali dell’Uzbekistan per scopi legati alla Rivoluzione Colorata e per scatenare una guerra ibrida contro la Russia, la Cina e/o l’Iran in Asia Centrale per procura attraverso il Karakalpakstan.

Il Ministero degli Interni uzbeko ha disperso venerdì una manifestazione illegale nella regione occidentale del Karakalpakstan che, a loro dire, era stata organizzata in risposta a un “fraintendimento delle riforme costituzionali che vengono condotte nella repubblica”. Questa gigantesca, ma scarsamente popolata e in gran parte impoverita fascia di questo Paese doppiamente privo di sbocchi sul mare è formalmente una repubblica autonoma con il diritto costituzionale di secedere attraverso un referendum, anche se una bozza delle numerose modifiche legali proposte dall’Uzbekistan suggerisce che perderà questa prerogativa, per lo più simbolica, e stabilirà che la sua costituzione non deve contraddire le leggi nazionali, invece di limitarsi a non contraddire la costituzione, come avviene ora. Inoltre, secondo quanto riferito, è stato arrestato anche un blogger locale, il che ha provocato proteste non autorizzate nella capitale Nukus.

L’Asia centrale, precedentemente stabile, è in tensione da quando, all’inizio di gennaio, è scoppiata l’inaspettata guerra ibrida del terrore contro il Kazakistan, durante la quale i terroristi hanno quasi preso il controllo di questa ex Repubblica sovietica, prima che una decisiva operazione di pace CSTO guidata dalla Russia salvasse il più grande Paese della regione. Mosca ha concluso che le reti terroristiche regionali erano coinvolte in questo tentativo di cambio di regime, ma finora poco altro è stato rivelato ufficialmente sull’origine di questo incidente. In ogni caso, ha richiamato l’attenzione sul ruolo pernicioso degli attori non statali che operano tra l’Asia centrale e l’Afghanistan, il quale sta tornando ad agitarsi, catalizzando così una più stretta integrazione militare tra queste ex repubbliche sovietiche – tra cui l’Uzbekistan – e la Russia.

Dopo aver spiegato il contesto dei disordini di venerdì, è giunto il momento di spendere qualche parola sull’Uzbekistan. Questo Paese è stato descritto con disinvoltura dagli osservatori occidentali come “la Corea del Nord dell’Asia centrale”, perché l’ex presidente Islam Karimov lo ha praticamente chiuso alla maggior parte del mondo. Il suo successore, il presidente Shavkat Mirziyoyev, è andato nella direzione opposta, riaprendo gradualmente il Paese alla comunità internazionale. Sono state attuate alcune riforme politiche cosmetiche e riforme economiche e socioculturali relativamente più sostanziali, relative rispettivamente al posizionamento dell’Uzbekistan come centro di connettività regionale e al ruolo della religione nella vita quotidiana. Tuttavia, i servizi di intelligence militare rimangono onnipresenti e onnipotenti dietro le quinte.

L’incidente di Andijan del maggio 2005, avvenuto appena un mese dopo la “Rivoluzione dei tulipani” del vicino Kirghizistan, può essere considerato un tentativo di Rivoluzione del colore che è stato represso con la forza e che, secondo quanto riferito, ha provocato un gran numero di vittime, apparentemente civili. La sua importanza nel quadro generale è data dal fatto che rappresenta il primo serio tentativo degli Stati Uniti di prendere il controllo del Paese più importante dal punto di vista geostrategico dell’Asia centrale, che confina con le altre quattro ex repubbliche sovietiche della regione e con l’Afghanistan. Negli anni successivi all’insediamento del Presidente Mirziyoyev, tuttavia, le relazioni uzbeko-americane sono notevolmente migliorate. Nonostante ciò, continuano ad abbondare le speculazioni sul fatto che gli Stati Uniti siano ancora impegnati a destabilizzare l’Asia Centrale, sia per il contesto della Nuova Guerra Fredda sia per il crescente ruolo della regione nel multipolarismo.

L’Asia centrale è situata nell’Heartland eurasiatico, il che la rende il punto di convergenza degli interessi russi, indiani, cinesi e iraniani, soprattutto in termini di geoeconomia. Ne consegue naturalmente che la sua stabilità, o la sua mancanza, avrà un impatto sul resto del supercontinente e quindi influenzerà la lotta globale tra il miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti e il Sud globale guidato dai BRICS. Soprattutto per questo motivo e per il contesto illustrato nel paragrafo precedente, alcuni osservatori favorevoli al multipolarismo nella comunità dei media alternativi (AMC) si sono affrettati a ipotizzare che le ultime proteste del Karakalpakstan contro il progetto di riforma costituzionale, che avrebbe avuto un impatto sull’autonomia del loro sub-stato, fossero una Rivoluzione Colorata, ovvero l’arma degli Stati Uniti per sfruttare le proteste a fini strategici.

Tuttavia, è troppo presto per arrivare a questa conclusione, anche se ciò non significa che anche questa interpretazione debba essere completamente scartata, poiché è possibile che gli eventi si muovano in questa direzione dopo qualche tempo. Per approfondire, i servizi militari e di intelligence uzbeki hanno ancora un’influenza immensamente potente nel Paese dietro le quinte, il che significa che è molto improbabile che ci sia stata una considerevole infiltrazione finanziaria, informativa e/o militante/terroristica nella regione autonoma occidentale, il cui diritto alla secessione, finora costituzionalmente sancito da un referendum, la rendeva già un prevedibile obiettivo della guerra ibrida. Naturalmente, potrebbe essere che la corruzione e/o l’incompetenza abbiano paralizzato la loro professionalità negli ultimi anni, anche se ciò sembra ancora molto improbabile.

A livello regionale, è difficile avere un’idea precisa dell’equilibrio demografico del Karakalpakstan, ma i rapporti suggeriscono che l’etnia titolare e i kazaki formino collettivamente la maggioranza. Qualunque sia la vera proporzione, non c’è dubbio che un numero statisticamente significativo di karakalpak abitino questa repubblica autonoma, altrimenti non le sarebbero stati concessi i diritti politici, in gran parte simbolici, che le sono stati riconosciuti poco dopo l’indipendenza dell’Uzbekistan. Tenendo conto di ciò, è comprensibile che alcuni di loro possano scendere in piazza per protestare, nonostante non abbiano ricevuto l’autorizzazione a farlo, alla notizia che il diritto ufficiale della loro regione di secedere tramite referendum potrebbe essere rimosso con la promulgazione delle riforme costituzionali proposte.

Anche se non è mai stato realistico, in senso pratico, che potessero avvalersi con successo di questo diritto, potrebbe comunque aver avuto una sorta di effetto psicologico calmante per la gente, da tenere sempre in considerazione nella peggiore delle ipotesi di dissoluzione totale dello Stato. Nonostante ciò sia abbastanza improbabile a causa dell’ubiquità e dell’onnipotenza dei servizi di intelligence militare nella vita quotidiana dietro le quinte, potrebbe comunque essere rimasto nella subcoscienza dei karakalpak locali (soprattutto dei più “semplici”) considerando l’attuale fase caotica della transizione sistemica globale al multipolarismo provocata dal conflitto ucraino. Le notizie sulla sua potenziale perdita, amplificate dal blogger locale recentemente arrestato, potrebbero quindi averli incitati alla protesta.

Questo significa che la maggior parte dei partecipanti alla manifestazione non autorizzata di venerdì quasi certamente non erano agenti pagati da un servizio di intelligence straniero, come molti nell’AMC generalizzano ingenuamente tutti coloro che partecipano a presunte Rivoluzioni Colorate. È infatti possibile che tra loro ci fossero elementi collegati all’estero, come quelli inseriti in “ONG” mascherate da intelligence e/o fronti terroristici, che avrebbero potuto manipolare la psicologia della folla (anche attraverso la disinformazione, le fake news e le voci armate) al fine di provocare la violenza. Tuttavia, si tratterebbe di una minoranza statisticamente insignificante, in linea con la meccanica di base di tutte le rivoluzioni colorate. Comunque sia, tali forze esercitano una grande influenza sugli eventi, ancora una volta in linea con la meccanica di base.

Presumendo che nell’incidente di venerdì siano stati probabilmente coinvolti, direttamente o indirettamente, elementi legati all’estero, questo di per sé non fa delle proteste non autorizzate una Rivoluzione Colorata. Tutto ciò che suggerisce è l’intenzione di alcune forze oscure di provocare gli eventi verso questo scenario, che, per chiarire, sarebbe l’arma delle proteste per fini politici attraverso la catalizzazione di un ciclo di disordini che si autoalimenta, in cui la violenza civile-statale va fuori controllo e quindi destabilizza il Paese come parte di un complotto per costringere la sua leadership a qualche concessione unilaterale. L’ultima ipotesi comprende il ritocco del regime (riforme legali o inversione delle stesse), il cambio di regime e/o il reboot del regime (modifica costituzionale di vasta portata volta a “balcanizzare” il Paese).

Affinché uno di questi risultati si concretizzi, è necessario che vi sia una pressione simultanea dal basso verso l’alto da parte della popolazione (in particolare di coloro che partecipano a proteste armate concepite come parte del complotto della Rivoluzione Colorata di una potenza straniera) e una pressione dall’alto verso il basso da parte dello stesso Stato che sta dietro ai disordini e dei suoi partner internazionali. Inoltre, questa stessa pressione su due fronti deve essere abbastanza forte da far credere al governo preso di mira (a torto o a ragione) che capitolare di fronte a qualsiasi richiesta sia “meno doloroso” che continuare a opporsi (anche con mezzi sempre più forti). Dato che Cina, Russia, Kazakistan e Turchia sono i principali partner commerciali dell’Uzbekistan a partire dal marzo 2022, è impossibile per l’Occidente guidato dagli Stati Uniti fare pressione con le sanzioni.

Sul fronte della sicurezza militare, il Karakalpakstan è in gran parte rurale, il che significa che i disordini urbani possono essere contenuti con relativa facilità rispetto a quelli che si verificherebbero se la maggior parte della popolazione vivesse in città. Anche nella peggiore delle ipotesi, in cui la capitale regionale vicino al confine con il Turkmenistan fosse temporaneamente conquistata da insorti/ribelli/terroristi/ecc, essa può essere immediatamente isolata dal resto del Paese prima dell’inizio di un’operazione di ordine pubblico/liberazione che potrebbe includere anche il supporto logistico/di intelligence/tecnico russo/CSTO. Lo stesso stato di cose è in atto anche per quanto riguarda le numerose località rurali sparse, il che suggerisce fortemente che qualsiasi incipiente Rivoluzione dei colori in Karakalpakstan (se questo è ciò che è accaduto venerdì, il che è discutibile) è destinata a fallire.

Per questi motivi, è prematuro per l’AMC ipotizzare che l’incidente di venerdì a Nukus sia stato una rivoluzione colorata, tanto meno che rappresenti una seria minaccia per la stabilità dell’Uzbekistan e soprattutto della regione. Anche se c’è sempre la possibilità che gli eventi vadano temporaneamente fuori controllo, le probabilità sono drasticamente ridotte contro chiunque, locale o straniero, speri di armare con successo le percezioni sulle riforme costituzionali del Paese per scopi da Rivoluzione Colorata legati a una guerra ibrida contro Russia, Cina e/o Iran in Asia Centrale per procura. Non tutte le proteste, comprese quelle illegali, sono la prova di una Rivoluzione Colorata, poiché le dinamiche socio-politiche in Karakalpakstan legate alle ultime riforme dell’Uzbekistan sembrano, per ora, essere veramente di base.

Questo non vuol dire che non ci siano “cellule dormienti” nella regione e oltre che sperano di sfruttare la situazione che è stata inavvertitamente innescata dalle modifiche costituzionali proposte e dal modo in cui alcune forze le hanno interpretate (sinceramente o meno) prima di condividere la loro comprensione (accurata o meno) con il pubblico, ma solo che le probabilità che l’Uzbekistan diventi l’ultimo campo di battaglia della guerra ibrida nella nuova guerra fredda tra il miliardo d’oro dell’Occidente guidato dagli Stati Uniti e il Sud globale guidato dai BRICS sono quasi nulle per il momento. Certo, dietro le quinte potrebbero esserci fattori non ancora pubblicamente noti che potrebbero cambiare drasticamente questa valutazione, ma gli argomenti presentati in questa analisi per spiegare perché probabilmente non è così dovrebbero essere presi in seria considerazione dall’AMC.

Pubblicato in partnership su One World https://oneworld.press/?module=articles&action=view&id=3040

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: voanews.com/AP

3 luglio 2022