Elevare il pensiero

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di Massimo Selis

Da un grande cesto, la mano di una suora estrae un biglietto dove è scritto il nome di una consorella. La suora chiamata ad alta voce si avvicina al bancone, mentre da un altro cesto viene estratto un secondo bigliettino che recita le parole di una massima di un Santo, di un mistico o Dottore della Chiesa che accompagnerà la meditazione della suora per tutto l’anno. Nessuna casualità, ma al contrario le misteriose disposizioni della Provvidenza che abbina la giusta frase per l’anima di ogni singola suora. È questa una fra le scene più belle e significative de La conversa di Belfort, film di Robert Bresson del 1943, ambientato in un convento di domenicane.

Ci sovviene il parallelo con gli Esercizi Spirituali Ignaziani nella vita ordinaria (E.V.O.). Durante gli incontri che si tengono all’incirca ogni due settimane, viene consegnata agli esercitandi una “scheda” con una parte di riflessione spirituale e teologica e alcuni passi della Scrittura suggeriti per la meditazione che deve accompagnare quotidianamente il periodo fino al successivo incontro. E fra questi passi si raccomanda di sostare e tornare più volte su quelle frasi, espressioni o talvolta anche solo parole nei quali il Signore si è manifestato dando un particolare gusto spirituale, ma anche dove al contrario l’esercitando ha provato particolare resistenza o ribellione: dove appunto la Parola divina trovava un’altra parola, nell’anima dell’esercitando, con cui entrava in conflitto. Ma proprio da questo conflitto si deve trar maggior beneficio per l’anima, si deve scendere in profondità per comprendere l’essenziale, ciò di cui appunto ciascuno ha realmente bisogno.

Questo esercizio continuo che dura due anni impone all’esercitando di non cedere alle distrazioni, di non cercare le novità, ma di concentrarsi solo e soltanto dove Dio sembra parlargli con più intensità. S. Ignazio sottolinea infatti che «Non è il sapere molte cose che soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare intimamente!». Come anche il detto latino «non multa sed multum», non le molte cose ma il molto. Perché il molto è in realtà il poco che si è assaporato andando fino in fondo.

È un differente rapporto con le cose che non vengono più “misurate” secondo il criterio della quantità – l’unico criterio oggi esistente, ahimè – ma poco alla volta riconosciute per la loro essenza qualitativa.

È un differente rapporto con il tempo, che non è un nemico con cui ingaggiare una lotta che dura per tutta la vita, ma un distillato di attimi, ciascuno dei quali può prodigiosamente farsi spiraglio dell’eterno.

È un differente rapporto con la conoscenza che supera il piano materiale e “strumentale”, per farsi cibo per l’anima che cerca la Verità senza compromessi. Verità che si fa Vita annullando ogni diaframma.

Forse è fin troppo evidente come noi abbiamo perduto tutte queste cose, ma fatto ancor più grave è che non sembriamo desiderosi di recuperarle. Eppure taluni – forse neppure così pochi – lamentano una crisi del pensiero, diremmo quasi un suo arretramento, una sua contrazione. Ci si arresta alle belle e approfondite analisi, ma non si è più capaci di accedere alle porte della Sapienza. Ma non è certo un caso.

Guardiamo allora al nostro rapporto con la cultura. Coloro che ancora leggono, spesso divorano pagine, perfino libri. Si dirà che non tutti i libri hanno il medesimo “spessore intellettuale” e non tutti quindi abbisognano della stessa concentrazione, dello stesso tempo da dedicarvi. Ma anche questa è una verità troppo parziale. Noi incameriamo contenuti, per studio, lavoro o per interesse personale fa poca differenza, e il mondo si relaziona con noi secondo la quantità di contenuti che abbiamo acquisito. E noi stessi ci relazioniamo con gli altri, li giudichiamo e alla stessa stregua vogliamo essere giudicati per i contenuti appresi. Ed è questo l’unico tipo umano oggi esistente, al di là delle posticce differenze ideologiche, di credo o altro. Tutto è quantità, solo quantità. E come insegna S. Tommaso, il numero è sempre dalla parte della materia.

E questo non può che evidenziarsi in maniera ancor più esplicita all’interno di quel “regno” popolare che sono le piattaforme di socialità virtuale. Ogni giorno, spesso fin dalla prima mattina, leggiamo un breve scritto e poi scorriamo per fermarci su di un altro e poi su un altro ancora. Se il tempo non ci tiranneggia troviamo il modo di aggiungere un piccolo commento. A nostra volta scriviamo brevi riflessioni, pensieri o andiamo in cerca di qualche ispirata citazione.

Vi è un forse un filo conduttore, o una trama che si dipana provvidenzialmente in tutte quelle parole che passano velocemente davanti ai nostri occhi? Per nulla, o quasi. Questo mondo corre e ci fa correre: tra vita fisica e vita intellettuale non c’è differenza.

Se però ci struggiamo perché a questa umanità mancano parole di Sapienza, manca la capacità di penetrare a fondo i Segni dei Tempi, mancano quelle intuizioni che giungono dall’Alto, allora per prima cosa dobbiamo smettere di correre, anche sulle pagine, anche sugli schermi dei computer, e sostare.

E qui sta la prima grande prova da affrontare e superare. Se io mi fermo, se io non inseguo il tempo, la quantità, se comprendo che le “molte cose” sono soltanto illusione di conoscenza, tutto il mondo continuerà a correre, a giudicare gli altri e me secondo i criteri di sempre. Per lo “spirito di questo tempo” io resterò indietro e solo. Perché sostare su una frase per giorni e giorni senza passare alla successiva, perché vincere la tentazione di curiosare sulle pagine dei propri “conoscenti virtuali” saltellando da una riflessione all’altra ci fa immediatamente balzare fuori da “questo mondo” e ci fa entrare nel vero mondo. Il mondo che è conforme all’uomo, alla vita e quindi alla vera conoscenza. Un mondo che, prima d’ora non eravamo nemmeno capaci di immaginare.

Solamente la parola letta, assaporata finché essa non abbia compiuto la sua “missione spirituale”, e capace di tradursi in vita concreta, può elevare il pensiero. Può farci superare questa cappa di mediocrità che tutto rende monotono e asfittico. E quella parola allora ci cambia, ci trasmuta in esseri nuovi.

Noi siamo malati, profondamente malati. E non vi sono rimedi se vogliamo con tutto noi stessi rimanere ancorati ai “miti” di questa società. Il principale forse tra questi è proprio il mito della quantità.

La traiettoria che conduce alle vette del pensiero, che fa piovere i benefici della Sapienza, oltrepassa i confini di “questo mondo”. Non si tratta di una semplice scelta, ma di avvertire una chiamata interiore che si fa sempre più “importuna” e che sola può farci tagliare quei legacci che ci mantengono in schiavitù. C’è una porta da attraversare che ad oggi è rimasta sempre chiusa. E non si può nemmeno restare sulla soglia a dare qualche timida sbirciatina. Bisogna saltare nell’altra stanza con decisione e coraggio.

Il mondo sta correndo verso la sua distruzione. Noi non la possiamo impedire, perché essa è a suo modo preordinata da Dio, in vista del nuovo principio. Ma quello che possiamo e dobbiamo fare, per noi e per gli altri, è ridonare a questo tempo che manca, il suo senso profondo, la sua vera dignità. Il mio augurio è che allora troviamo la forza per arrestare la nostra “vana corsa” vincendo così le più subdole tentazioni di questo mondo.

La battaglia finale – questa – è battaglia delle Idee. E a combatterla servono uomini capaci di elevare il pensiero oltre le nebbie del transitorio.

Foto: Idee&Azione

17 gennaio 2023

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