Elezioni mid-term: dinamiche interne e ripercussioni internazionali

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di Fabio Massimo Parenti

Sebbene i risultati definitivi arriveranno soltanto più avanti, le elezioni di medio termine statunitensi hanno già consegnato un quadro piuttosto bloccato. Il Senato viene confermato ai Democratici, sebbene per pochissimo, mentre la Camera dei Rappresentanti dovrebbe andare ai Repubblicani.

Come apparso già dopo i primi due giorni di spogli, la cosiddetta “onda rossa” del Grand Old Party, prevista da alcuni sondaggi prima del voto, non c’è stata.  

Al di là dei numeri complessivi e dei meccanismi maggioritari che assegnano – anche con il minimo scarto – i singoli seggi, appare evidente il consolidamento di una tendenza presente da molti anni nel Paese, ma cristallizzata dal fenomeno Trump: la spaccatura tra le grandi città e i centri piccoli e medi. Analizzando il voto per la Camera, che assegna un maggior numero di seggi e dunque va “più in profondità” nel territorio rispetto a quello per il Senato, anche all’interno degli Stati “rossi” solitamente i centri principali, dominati dal settore dei servizi – finanza e consulenza in particolare -, catalizzano gran parte del voto democratico, mentre nelle aree dell’America profonda, caratterizzate soprattutto da agricoltura e industria, le cose vanno molto diversamente.

 

Metropoli contro provincia

Interessanti, in questo senso, sono i dati che provengono dal Midwest, tradizionale area produttiva del Paese, segnata dalla presenza di una cintura industriale sensibilmente ridimensionata a partire dagli anni Settanta-Ottanta del secolo scorso, tanto da guadagnarsi l’appellativo di Rust Belt (Cintura della Ruggine), e di una cintura agricola ed agro-industriale, concentrata in particolare sulla coltivazione del mais, da cui la definizione di Corn Belt.

L’affermazione repubblicana in queste aree segna un’evidente insoddisfazione per l’operato dell’Amministrazione Biden da parte di una fetta importante del mondo produttivo nazionale. Basti pensare che nell’Indiana il GOP ha conquistato 7 seggi su 9, perdendo soltanto ad Indianapolis e nel distretto nord-occidentale, orbitante nell’area metropolitana di Chicago. Proprio la celebre metropoli dell’Illinois, fortemente legata alla figura di Barack Obama, e la vicina Springfield, sede dello storico annuncio della sua candidatura nel 2007, hanno determinato la vittoria del Partito Democratico nello Stato (14 seggi contro 3), ma il rosso repubblicano torna ad essere dominante non appena si varcano i confini in quasi tutte le direzioni: Missouri (6 a 2), Iowa (4 a 0), Wisconsin (6 a 2), Kentucky (5 a 1). Unica eccezione il Michigan, dove comunque i Dem l’hanno spuntata per poco (7 a 6).

Proseguendo lungo la regione geografica delle Grandi Pianure, che da Nord a Sud segnano il cuore agricolo ed industriale del Paese, il rosso domina praticamente quasi ovunque: North Dakota (1 a 0), South Dakota (1 a 0), Nebraska (3 a 0), Kansas (3 a 1), Iowa (4 a 0), Oklahoma (5 a 0), Wyoming (1 a 0), Montana (2 a 0) e Texas (25 a 13), che da solo vale il 9,2% del PIL nazionale. Fa eccezione il Colorado, dove i Democratici vincono 4 seggi contro i 2 conquistati dai Repubblicani, ma questi ultimi si affermano in modo piuttosto netto nella parte orientale dello Stato, cioè quella pianeggiante e coltivata.

Questo ci riporta ad una necessità molto sentita negli Stati Uniti del dopo-Bush jr., cioè quella di rilanciare la manifattura e l’agricoltura nazionale, in parte depresse dal massiccio offshoring iniziato con Reagan all’alba degli anni Ottanta, ed arrestare lo spopolamento delle aree maggiormente depresse dalla trasformazione post-industriale del Paese.

 

Conseguenze nella politica verso la Cina

Vista per lungo tempo da una grossa fetta dell’opinione pubblica statunitense come la principale minaccia al sistema manifatturiero, la Cina è diventata negli anni il capro espiatorio di molti rappresentanti politici, non solo di destra, ed è stata spesso accusata di aver “assorbito” la manifattura occidentale praticando “comportamenti scorretti”. La realtà, più lucidamente, ci dice che senza milioni di investitori esteri pronti ad impegnarsi sul nascente mercato cinese, la delocalizzazione di intere filiere produttive non sarebbe mai avvenuta.

Al di là delle scelte imprenditoriali, il processo di globalizzazione ha anche una sua dinamica oggettiva e fisiologica. Per poter sviluppare e modernizzare le proprie economie, i Paesi in via di sviluppo, di cui la Cina è tutt’ora capofila, sono partiti quasi da zero, dovendo quindi attrarre capitali, tecnologie e competenze dalle economie più avanzate. Oggi, però, questa lunga semina quarantennale sta consentendo ai mercati occidentali di raccogliere anche frutti importanti. La crescita del mercato cinese e la rapida ascesa di una classe media in continua espansione nel Paese asiatico ha cominciato già da qualche anno ad invertire progressivamente la rotta: se la bilancia commerciale con Stati Uniti e Unione Europa è ancora favorevole a Pechino, l’import cinese dall’estero sta crescendo più velocemente dell’export.

Da circa cinque anno, negli Stati Uniti è attiva Americans for Free Trade, organizzazione di associazioni di categoria industriali, agricole e sindacali che chiede la rimozione di buona parte delle restrizioni commerciali contro la Cina, volute da Trump ed inasprite da Biden. Nell’ultima lettera inviata al presidente in carica il 7 dicembre 2020 e firmata anche da Farmers for Free Trade, l’organizzazione ha chiesto di rivedere la politica commerciale verso la Cina ed altri partner colpiti da particolari sanzioni o dazi: le misure volute dalla Casa Bianca, e le conseguenti contromosse di Pechino, erano costate, sino a quel momento, oltre 68 miliardi di dollari alle imprese e ai consumatori statunitensi. Pur ribadendo la necessità che i partner commerciali dovessero rispettare i loro impegni e non praticare comportamenti scorretti, Americans for Free Trade ha puntato il dito contro la Sezione 301 del piano tariffario imposto alla Cina e la Sezione 232 dell’atto restrittivo su acciaio ed alluminio, definite nei termini di un “oggetto contundente che ha imposto costi sproporzionati ai danni di lavoratori e famiglie statunitensi” [https://americansforfreetrade.com/wp-content/uploads/2020/12/AFT-FFT-Biden-Transition-Team-Letter-Final-120720.pdf].

Appare piuttosto chiaro che queste categorie – tra cui manifatturieri, agricoltori ed imprenditori agricoli, dettaglianti, aziende tecnologiche, fornitori di servizi, compagnie energetiche, produttori motoristici ed altri operatori della catena logistica – siano particolarmente preoccupate dall’atteggiamento di sfida che Biden ha messo in campo verso la Cina, tanto più alla luce dall’inflazione che sta colpendo il Paese, aggravata dalla conseguenze della guerra in Ucraina dove l’Amministrazione USA si è pesantemente esposta rifornendo di armamenti di ogni tipo l’esercito di Kiev.

L’affluenza, quasi mai al di sopra del 50% per le elezioni di medio-termine, e stimata in questa occasione ad appena il 27% per i giovani di età compresa tra i 18 e il 29 anni [https://circle.tufts.edu/2022-election-center], conferma l’esistenza di un’ampia fascia di elettori che non trova più risposte dai due partiti tradizionali e dai rispettivi falchi, divisi dall’ideologia di riferimento, ma accomunati dall’intransigenza in politica estera e dall’idea di mantenere ad ogni costo la supremazia del Paese sul resto del mondo (American primacy).

Come in Europa, anche negli Stati Uniti, gli interessi delle categorie produttive, e dunque del mondo del lavoro, stanno entrando palesemente in contrasto con gli interessi sia della burocrazia politica, molto chiusa al proprio interno ed autoreferenziale, sia di quell’apparato militare-industriale contro cui già il presidente Dwight D. Eisenhower aveva puntato il dito nel 1961, durante il discorso per il suo commiato.

Malgrado l’entusiasmo di Biden, seguito all’annuncio delle vittorie Dem all’ultimo tuffo in Nevada e in Arizona, il prossimo biennio non sarà facile per l’inquilino della Casa Bianca. L’incontro previsto al G20 con Xi Jinping dovrà mettere in chiaro alcune linee rosse che Washington non potrà più varcare, a cominciare da Taiwan, dove la visita di Nancy Pelosi di qualche mese fa ha innescato picchi di tensione militari persino più elevati di quelli registrati durante la ben più prolungata crisi dello Stretto del 1995-’96.

Foto: Idee&Azione

16 novembre 2022

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