Eros e Identità

image_pdfimage_print

di Massimo Selis

Corpi erranti come sonnambuli, gli occhi spalancati ma prigionieri in una tunica opaca; tastano il mondo con mani incerte e straniere. Più non cercano, più non ricordano cosa si cela sotto le ombre della notte, nei nascondigli predisposti dalla loro anima. Lì dove uno specchio attende il bagliore lucido dei loro occhi per rivelare l’immagine sconosciuta di se stessi. Cos’altro è il transitare in questa landa d’esilio se non il riappropriarsi di questa figurainteriore, somiglianza della figura divina? Cos’è la conoscenza che ci costa tanto “sudor della fronte” se infine non conduce al riposante traguardo della conoscenza del vero Sé? Ma l’uomo di questi tempi appare ignaro di ciò che è e dunque del suo destino. Mai come oggi egli crede di conoscersi – arroganza degli sciocchi – eppur non lambisce che la scorza della propria interiorità. E non conoscendo se stesso egli si preclude il conoscere Dio. Da qui la rovina e la devastazione che coprono la terra tutta, da troppo tempo ormai.

L’Uomo è albero di conoscenza che deve “crescere e moltiplicarsi”, ovvero dare frutti di vita. La linfa che lo fa crescere è l’eros, la forza misteriosa che muove l’intero universo. Se dunque oggi la pianta-uomo si è seccata sbiadendo sotto il sole è perché ha lasciato l’eros nelle mani del Satana: da forza che dà vita si è rovesciata in forza che uccide.

La psicanalisi e la psicologia empirica hanno “liberato” l’eros dalle prigioni di una mal intesa morale, lasciandolo però scorrazzare come una bestia affamata. Le pulsioni incontrollate hanno fatto dilagare nel mondo violenza, possesso, godimento, vendetta, polveri di energie incompiute che avrebbero dovuto essere investite nel processo verticale di integrazione e conoscenza di Sé.

L’eros è forza originaria, forza unitiva e di evoluzione. Adamo deve “sposare” la sua Eva, perché essa simboleggia la dimensione animica che egli – come sagoma di ogni uomo – è chiamato ad integrare e a far nascere. Se però tale traiettoria spirituale è sviata verso l’orizzontalità carnale – leggasi così il “peccato originale” – ecco che l’uomo si condanna all’esilio e all’involuzione. Esilio da se stesso e dalla conoscenza delle leggi ontologiche. Recuperare la verticalità dell’eros è allora necessario per scoprire la propria Identità.

Oggi la ricerca è invece solo esteriore, perché si è fatta “scientifica”: un dipiù che in realtà è molto meno. Dall’esterno si può conoscere solo l’uomo esteriore, l’illusione del suo psichismo, l’io soggettivo e transitorio. Lo Spirito interiore è invece tutt’altra cosa.

Nei testi antichi, specialmente in quelli sacri, le coppie maschili, molto spesso di fratelli, simboleggiano la progressione o regressione spirituale a cui può andare incontro l’uomo. Nella gemellarità Esaù-Giacobbe, ad esempio, osserviamo come il primo è l’Uomo dell’esilio, infatti è «tutto come un mantello di pelo», vive all’esterno, nella steppa. Giacobbe invece «dimorava sotto le tende», vale a dire nell’intimità con il divino. Questi però non ha la primogenitura che gli permetterebbe di crescere alla statura ontologica: la dovrà prendere da Esaù. Ciascun essere umano è abitato da questa gemellarità, ma le «tuniche di pelli» di cui è rivestito, rendono il primato ad Esaù, l’uomo in esilio che egli è, sul Giacobbe che non sa di essere e che deve diventare integrando la sua ombra. Il primato è dunque dell’incoscienza sulla memoria ontologica, sull’abisso in cui si trova il Nome divino inscritto in ogni uomo.

Un’umanità che ha lasciato l’eros nelle mani dell’Avversario non poteva che precipitare nell’incoscienza tanto di se stessa che di Dio. E così, sterile ed errabonda, si consegna alla non-esistenza. Staccatasi dal principio vitale, non genera, non crea e sempre più sprofonda nelle acque dei malanni che lei stessa si è procurata. Raddrizzare la freccia dell’eros divino significa mettersi alla scoperta della vera Identità.

«Gnothi sautòn» (Conosci il tuo Sé), ammoniva il secondo precetto dell’oracolo delfico, perché la via che conduce all’interno è anche la via che conduce al cielo. E da qui al traguardo finale, forse pur irraggiungibile, e ancor più enigmatico: «Ei» (Tu sei). Soltanto chi accetta la sfida della conoscenza interiore potrà presentarsi un giorno «faccia a faccia» davanti a Colui che dice «Io Sono Colui che Sono». E i due Esseri intoneranno parole divine.

Non scansiamo ancora una volta la “chiamata” che il tempo presente ci sta inviando. Nulla può mutare se prima non muterà l’uomo, il grande assente da questo frammento di Storia. Oggi in scena vi è solo la sua ridicola controfigura.

Le “forme” di questo mondo lusingano e incantano, come voci di mille sirene, ma è necessario vincere i loro richiami, strappare il velo dagli occhi e non indietreggiare davanti al dolore che in principio questo viaggio comporta, come le parole di S. Agostino suggellano: «non andare fuori di te, rientra in te stesso; nell’uomo interiore abita la Verità».

Foto: atc commphoto da Unsplash, modifiche di Idee&Azione

16 luglio 2021