Esercizi di neolingua: schiavi delle parole

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di Belinda Bruni

Wikipedia, la post-verità che corre sulla rete, riporta che “la demisessualità è un tipo di sessualità grigia in cui l’individuo riesce a percepire attrazione sessuale solo per persone con cui ha un forte legame emotivo” mentre “l’asessualità è un orientamento sessuale che consiste nella mancanza di attrazione sessuale verso ogni genere. Le persone asessuali, dunque, provano poca o nessuna attrazione sessuale”. Ma possono avere legami romantici.

Da questo possiamo dedurre che una ragazza che non è disposta a “fare sesso” facilmente non è una ragazza seria, con le idee chiare, che rispetta se stessa e l’altro, semplicemente è demisessuale, è il suo orientamento, non è una scelta, ma “è nata così”.

Un’altra conseguenza dell’uso del concetto di demisessualità è che insegnare il valore della continenza, del rispetto di se stessi e dell’altro, il pericolo insito nel comportamento sessuale promiscuo, non è fare una buona educazione, ma forzare dentro un orientamento sessuale.

La trappola logico-linguistica è servita: in apparenza si riconosce una realtà al desiderio di legami affettivi profondi prima che sessuali, ma di fatto un comportamento sano e funzionale che comporta maturità affettiva e consapevolezza di se stessi insieme al dominio degli istinti, non viene considerato un valore, solo un modo di essere fra i tanti e pertanto non può essere insegnato perché “se non sei così non puoi farci nulla”.

L’asessualità non esclude la masturbazione come bisogno fisico. Ad essere esclusa è la relazione fisica con l’altro. Il modello relazionale proposto non è quello di un incontro con l’altro ma un modello egoico secondo il principio del “io sono così e devo cercare una persona che mi corrisponda esattamente”. Un incastro, non un cammino da percorrere insieme.

L’idea trasmessa è: non essere interessati al sesso è una condizione dell’essere e non una fase di maturazione, maturazione che è diversa da persona a persona.

In realtà sono sempre esistite persone che non avevano la smania di fare sesso o di aver un partner tanto per averlo. Senza alcun bisogno di infilarsi dentro un’etichetta, hanno poi spesso comunque avuto una relazione appagante e magari una famiglia con la persona che hanno sentito giusta per loro e per il loro cammino.

La neolingua impone invece di darsi una definizione sempre più precisa (viene detto infatti che asessualità è un termine ombrello al cui interno vi sono molte sottocategorie a seconda dei comportamenti attuati) e sbandierarla ai quattro venti. E guai a sostenere che le questioni intime tali devono restare, da condividere con le persone fidate in pieno rispetto e delicatezza. Discorsi da retrogradi repressi.

La smania di darsi etichette sempre più settoriali attraversa il nostro tempo in cui tutto si pretende fluido, ma decodificato esattamente con un codice. Una ragazza può definirsi asessuale, gender-fluid e queer, che tradotto in lingua corrente significa che non sente attrazione sessuale, non ha un genere definito, può sentire affetto per persone di generi diversi.  Dicono di non volersi adeguare a modelli imposti per essere liberi, poi non fanno altro che darsi etichette che riducono la persona dentro uno schema sempre più ristretto e non la liberano, ma la incatenano ad un’immagine costruita.

Appiattire la persona sull’orientamento e sul comportamento sessuale è un atto riduzionistico, come se da questa dimensione dipendesse tutto. Gli umani del XXI secolo si trovano immobilizzati dentro un materialismo e un immanentismo soffocante, che mentre vorrebbe alimentare relazioni improntate al rispetto dell’altro, in realtà le bloccano dentro binari precostituiti dove non sono ammessi dubbi o domande perché offensivi.

Ma resta pur sempre lecito accusare un eterosessuale di essere tale solo per imposizione culturale e non perché una persona viva serenamente la propria identità sessuale nel corpo che la natura gli ha dato e sia attratta da persone del sesso opposto. Il risultato sono adolescenti che si vergognano di essere banalmente eterosessuali. O che vengono accusati di transfobia perché non vogliono indicare i pronomi che vogliono siano usati con loro; non ne sentono il bisogno perché il pronome da usare con loro è insito in quello che sono: lei se è femmina, lui se è maschio. Anzi, scusate, she/he, sui social i pronomi si indicano in inglese: la neolingua parla inglese e pretende di rottamare l’italiano che non ha il neutro (e dobbiamo vedere Vladimir Luxuria scrivere tutti, tutte e tuttu) e usa il maschile plurale per gruppi al cui interno si trovano maschi e femmine. Grammatica patriarcale.

In realtà costringere una persona che vive il suo essere psicologico e spirituale in linea con il proprio corpo a definirsi per forza eterosessuale è una forma di violenza. Perché dovrebbe essere obbligata a definire se stessa in base ai comportamenti sessuali?

Le persone cosiddette eterosessuali sono e restano la maggioranza della popolazione e portano avanti la specie umana. Pretendere di farle sentire in colpa o privilegiate perché sono in armonia con il proprio corpo e possono generare figli senza mezzi tecnici quando sono in salute, è una forma di bullismo. Chiedere rispetto per quello che si sente è una cosa. Imporre all’altro cosa deve sentire o come deve parlare, o di vergognarsi di quello che è, è violenza.

Per quale principio un omosessuale non deve (giustamente) vergognarsi di quello che è, ma un eterosessuale dovrebbe sentirsi in colpa e chiedere scusa?

La follia prosegue nel definire religiosa l’idea che la sessualità sia legata alla procreazione.

La sessualità è la dinamica insita nella natura per il proseguimento della specie. Sganciare la procreazione dalla sessualità è il sogno distopico del potere.

Per creare un nuovo essere servono solo un uomo e una donna che fanno l’amore, il segreto è che questo è uno degli aspetti fondamentali della libertà umana. Controllare il principio e la fine della vita è la brama dell’uomo che rifiuta di essere creatura e vuole farsi dio e per questo alla fine si fa schiavo. Anche se si crede onnipotente. Schiavo della tecnica e dell’energia elettrica, mentre grida “Non serviam”.

La sessualità è qualcosa di meraviglioso che può diventare tremendo perché richiede una maturità affettiva ed emotiva che non può essere data per scontata.  La definizione di “demisessualità” recita che è la condizione di persone che “non provano attrazione sessuale se non formano un profondo legame emotivo”. Poniamo attenzione su “non provano”; non è contemplato che una persona possa provare attrazione sessuale per un’altra ma decida con la volontà di non metterla in atto per tanti motivi diversi.

Eppure la capacità di non cedere agli istinti per il solo fatto di provarli e di saperli rimandare o superare, è una delle caratteristiche che distingue l’essere umano dagli animali.

Un altro aspetto fondamentale della libertà umana è infatti quello di poter essere signore delle proprie pulsioni e non assecondarle sempre e comunque: questo al contrario si chiama essere schiavo. E chi è schiavo delle pulsioni è manipolabile da chi le conosce e ha il potere di usarle.

È lecito usare le persone per puro godimento del corpo? Molti risponderanno sì, se c’è consenso delle parti. Ma quanto è profondo il consenso di giovani sottoposti all’imperativo del fare sesso e che non hanno nessuna formazione umana?

Come se il “fare sesso” fosse un contratto da sottoscrivere e non mettesse in campo emozioni potenti.

Il linguaggio riconosce ciò che è reale, dà un nome a ciò che esiste. La moderna neolingua inventa parole per poter creare realtà che non esistono e influenzare il pensiero, e dopo il pensiero indurre comportamenti. 

Restare liberi, restare umani, restare sani significa restare ancorati alla realtà e alla logica.

Foto: Idee&Azione

24 novembre 2022

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