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Esercizi di sovrastrutturalismo

di Andrea Zhok

Il ministro dell’Istruzione Bianchi ha un sogno (anche i competenti sognano): vuole che tutti gli studenti e i docenti cantino all’unisono l’Inno d’Italia in tutte le scuole del Regno, pardon, della Repubblica.

Ecco, perché questa sciocchezza merita un’osservazione supplementare?

Perché è un indice significativo di qualcosa di sciocco sì, ma pericoloso.

Cosa dovrebbe pensare di ciò ogni frequentante la scuola pubblica, e non villeggiante a Capalbio? Rispetto ad una scuola cui manca tutto, dagli spazi, alle infrastrutture, ai docenti, ai programmi, alla ormai proverbiale carta igienica, rispetto ad una scuola che risulta sempre meno attrattiva sia per gli studenti, sia per i docenti, rispetto ad una scuola uccisa da un fiume di misurazioni del nulla e di premialità del niente, mentre i livelli formativi affondano da decenni, rispetto a una simile catastrofe, cosa sogna il ministro?

Il coretto mattutino sull’Inno nazionale.

Ma attenzione a ridere, la dinamica di questo tipo di istanze è enormemente insidiosa.

Questa sceneggiata onirica del ministro ambisce ad essere trasmessa come “patriottismo” (fino a ieri reietto, ora, per qualche giorno, recuperato ad hoc). Se questo accade, se parte la relativa sceneggiata, i suoi critici potranno essere etichettati come privi d’amor di patria, di senso dello stato, disfattisti, traditori, (putiniani?), ecc.

A ruota, le usuali raffinate penne a gettone della stampa nazionale potranno esibirsi in invocazioni alle muse nel nome dei sani valori della patria e della nazione, sputando sui critici disfattisti e apolidi.

A questo punto si potrà creare, come al solito, sul puro nulla, uno schieramento oppositivo ed un dibattito artificiale, in cui per qualche giorno o settimana potremmo trovarci a discutere di “valori”, di “patria”, di “senso civico”.

Solo per far seguire tra qualche settimana una nuova onda (globalista? edonista? libertaria? lasciamoci stupire).

Ora, la dimensione su cui si valuta il valore delle idee non è il colore della vernice, ma lo spessore.

È perciò che la peggior cosa che può capitare ad una buona idea è di essere promossa per la sua verniciatura.

Questa tendenza, oggi assolutamente imperante – ma che fa parte della trasformazione di tutta la società in “società dello spettacolo” (Debord) – può essere chiamata “sovrastrutturalismo”.

Il sovrastrutturalismo è ciò che guida la tendenza, parimenti diffusa a destra come a sinistra, a concentrarsi sulla fuffa luccicante, sulla vernice metallizzata delle idee, sui gesti, i simboli, le apparenze.

Nessuno – figuriamoci il ministro Bianchi – si preoccupa davvero di come ridare fiducia nello stato o di come costruire un senso della comunità nazionale, tutte cose assai importanti, e che potrebbero essere condivise come importanti da tutti. No, uno sforzo del genere richiederebbe una pluralità di atti, di soluzioni testardamente ricercate, di iniziative radicali e durature, in tutti gli infiniti settori in cui la fiducia in un’etica pubblica è stata minata.

Praticamente si tratterebbe di rigirare il paese come un calzino.

Figuriamoci se qualcosa del genere passa, o è mai passato, per la mente di qualcuno come il nostro ministro.

Si ritrarrebbe inorridito.

No, l’essenziale è avere un’occasione per fare ammuina giochicchiando con le vestigia cadenti di valori rimossi e desueti, giusto il tempo di far cascare una pioggia di lustrini sul dibattito pubblico per qualche giorno, e poi via per una nuova recita.

Il “sovrastrutturalismo” è l’unica politica rimasta in vita.

Esiste un “sovrastrutturalismo” più spesso giocato a “sinistra” (battaglie navali nei bicchieri dell’aranciata su questo o quell’imperdibile “diritto civile”, con relativo vittimismo) e un “sovrastrutturalismo” più spesso giocato a “destra” (castelli di pongo per simboleggiare questo o quell’imperdibile valore eterno, con relative posture eroiche).

Ciò che è politicamente essenziale però, l’unica cosa che davvero conta e che davvero deve contare, è che tutto rimanga rigorosamente sulla superficie: deve occuparsi dei gesti, dei simboli, delle photo-opportunity, degli atteggiamenti, delle paroline giuste: dai coretti mattutini al frasario politicamente corretto, dalle panchine “inclusive” degli archistar all’indignazione a molla del “Me Too”, dalla povera Greta usata per risciaquature “verdi” agli inginocchiamenti del “Black Lives Matter”, e via di corsa verso altre sceneggiate, altre recite su problemi esotici o remoti, trattati in modi fittizi.

Ma attenzione, uno potrebbe immaginare che questa superficialità eretta a norma di vita debba avere almeno i pregi dei suoi difetti: “Non smuoverà niente, ma almeno non farà seri danni”.

Niente affatto.

Non c’è niente, assolutamente niente che venga preso oggi in modo più micidialmente serio dell’accondiscendenza a queste apparenze.

Potrai trovare compassione come mafioso, come assassino, come avvelenatore di fiumi o evasore totale, ma se verrai meno all’adesione alle regole della recita del momento, se dubiterai pubblicamente dei miracoli di Santa Greta o non ti inginocchierai a chiedere perdono perché a Minneapolis hanno dei poliziotti razzisti, allora sarai crocifisso, sanzionato, ostracizzato, diventerai l’archetipo del traditore.

La serietà con cui oggi si puniscono le infrazioni agli imperativi sovrastrutturali è qualcosa di simile alle infrazioni arcaiche rispetto ai tabù sacri, ma per ragioni completamente opposte.

I tabù tradizionali erano mortalmente seri perché incarnavano credenze consolidate secolari e vi davano coronamento formale;

le tabuizzazioni del sovrastrutturalismo odierno invece sono richieste dalla consapevolezza che dietro all’apparenza sottile, alla verniciatura di doveri e imperativi alla moda, non c’è assolutamente niente: il nulla abissale, un magma di disorientamento e disperazione, che teniamo a bada recitandovi sopra.

Foto: Idee&Azione

21 giugno 2022