Essere antioccidentali per essere

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di Lorenzo Centini

I concetti e le idee sono frangiflutti: senza tempeste non hanno alcuna funzione. E se non resistono (o resiliscono) non possono dirsi efficaci; o non può dirsi efficace chi se ne intesta l’utilizzo in società.

Uno di questi è l’antioccidentalismo, di cui si potrebbe dare questa definizione: acuta sensazione che Europa e Occidente non siano la stessa cosa.

L’antioccidentalismo è una di quelle idee che ha conosciuto una forte carica dinamitarda. Nato a Sinistra sfonda molto presto a destra tra il mondo nazionalrivoluzionario. In Europa si può dire che la quasi totalità della “Sinistra-Sinistra” e della Destra Nazionalrivoluzionaria avessero già concluso la propria transizione all’antioccidentalismo ad inizio anni ’90 – qualcuno ovviamente molto prima.

Vera cifra unitaria per esempio dell’ampio movimento contro le operazioni americane. E vero e proprio collante nel sostegno alla Siria di Assad, del movimento palestinese etc. Gli antioccidentali e i loro temi hanno talmente avuto successo in questi anni che la dicitura “Mondo Libero” era stata eclissata anche nel linguaggio comune degli occidentalisti, sostituita da un più ecumenico “E democrazie”: termine ombrello che poteva tirar dentro idealmente anche paesi democratici non occidentali (Giappone, India, ecc).

La forza dell’antioccidentalismo si basa(va) su una annotazione della realtà talmente lapalissiana che neanche la classe dirigente eurocratica ha saputo evitarne il fascino. È esistito negli ultimi dieci anni, sorprattutto con Trump (ma anche con Obama) un antioccidentalismo liberale il quale asseriva “Siamo europei: liberali, democratici, progressisti, ma europei”.

È un problema di realtà difficilmente negabile. Gli Stati Uniti sono un continente compatto e isolato pieno di materie prime. Noi siamo una propaggine segmentata priva di risorse naturali. Loro sono un paese basato su un progetto ideologico impresso su un territorio vergine. Noi siamo un esperimento, un precipitato di civiltà, un risultato di mille fermentazioni. Loro sono un soliloquio a voce alta, noi un dialogo costante. Loro coesistono con le altre culture, noi conviviamo.

L’invasione russa dell’Ucraina ha fatto fare all’antioccidentalismo venti passi indietro. Non a caso a coloro che non si schierano armi e bagagli con gli ucraini attaccati si rinfaccia prima ancora che l’intelligenza col nemico di essere “antioccidentali” di “provare vergogna della propria civiltà”. Think tank liberali si domandano dove sorga questo antioccidentalismo (anche se talvolta freudianamente gli scappa “antiamericanismo”) e di cosa si nutra.

L’acquisizione di una differenza fattuale tra le necessità americane ed europee, sia sul piano strettamente economico che sul piano di progetto di civiltà (“Zivilisation”) è un tesoro raro, una conquista da difendere. Equivale al riconoscimento dei governi borghesi a metà ‘800 dell’esistenza oggettiva di una questione sociale e tutte le contromisure socialdemocratiche per impattarla. Quel processo diede origine alle pensioni, alla legislazione sul lavoro, alla prima sanità pubblica. Scusatemi se è poco.

Non vediamo al ricatto. O meglio: cediamoci, usandolo come leva, come si usa fare nella lotta a terra. Siamo antioccidentali. Possiamo anche odiare Putin, ma non come voi perché non siamo voi. Saremo anche progressisti ma lo saremo come sappiamo fare.

Culturalmente bisogna demolire, azzannare, avvelenare, annichilire il concetto di Occidente come luogo metageografico con una missione storica. Questo vuol dire molti campi di battaglia: mediterraneizzare i nostri sguardi. Anche accettare un proprio discorso antirusso, obtorto collo. Ma come gli Americani hanno passato settanta anni ad avvelenare l’idea di civiltà europea inventandosi roba come il familismo amorale, il fascismo eterno i miti del cattolicesimo come ostacolo alla scienza e molti altri concetti usati per minare la cultura europea, ora dobbiamo reagire.

Foto: Wikimedia modifiche Idee&Azione

26 aprile 2022