Fai presto a sporcarti con l’autodeterminazione: quattro stanze wilsoniane

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di Lorenzo Centini

Partiamo dal considerare i seguenti punti:

1 – Di principi si può pure morire

2 – Zelenskij non ha letto Wilson ma lo ha capito

3 – L’Ordine si costruisce sempre su qualche maceria

4 – I mostri sotto al letto

 

1 – Di principi si può pure morire

Nel 1918 Woodrow Wilson, allora Presidente degli Stati Uniti d’America, propone il suo famoso piano all’Europa in procinto di costruire il suo nuovo ordine dopo la Prima Guerra Mondiale.

Il piano, esulando dai contenuti singoli, prevedeva un principio motore: l’autodeterminazione dei popoli.

Il principio di autodeterminazione non era, ovviamente, una novità: Wilson lo aveva mutuato sia dall’esperienza post-1848 europea sia dalla tradizione anticoloniale statunitense. A questo canovaccio già pronto però Wilson aggiunge due elementi davvero innovativi: da un lato l’idea del “Principio”, vale a dire del fatto che l’autodeterminazione non fosse più una aspirazione, e cioè che fosse una spinta originata dal popolo stesso al quale si poteva o meno concedere un riconoscimento, ma un principio ordinatore della geopolitica contemporanea, ergo un piano che si dovesse realizzare metodicamente. Dall’altro lato lo sganciamento del principio di autodeterminazione dal problema della “Taglia Minima”, che aveva invece guidato, per tutto l’Ottocento, il problema della autodeterminazione.

Questa rivisitazione americana del principio di autodeterminazione era d’altronde collegata all’altro piano wilsoniano, e cioè la Società delle Nazioni. Ben si rendeva conto infatti Wilson che se l’intercapedine Nazioni/Imperi veniva ridotta di rango e ipotecata (cioè posta sotto gerarchicamente alla volontà e sentimento dei popoli) si rendeva necessaria una forma terza di supervisione. A tal proposito Wilson si servì della struttura diplomatica e mentale inglese e delle parole d’ordine di Briand (altro personaggio che andrebbe studiato meglio). Poco interessa qui che poi la Società delle Nazioni sia fallita e che ci sia voluto ben altro successivamente: Wilson aveva lanciato i semi di uno iato. Lo iato tra l’esistenza delle potenze statali come depositario ultimo della forza e la loro ipoteca teorica. Wilson aveva dato la voce ai Lilliput e lasciato i bastoni ai Gulliver.

 

2 – Zelenskij non ha letto Wilson ma lo ha capito

Doppio carpiato nel 2022. Ancor prima che alla cortina fumogena denazificazione/pazzia di Putin ecc. la crisi in Ucraina si regge su un dato incontrastabile: c’è stata una classe dirigente che, forse sobillata, impaurita, corrotta, ad ora non ci interessa, ha deciso di esercitare un diritto proprio degli stati indipendenti, vale a dire associarsi o meno ad alleanze militari.

In punta di diritto è inutile sofisticare: Zelenskij e la classe dirigente ucraina hanno ragione, ed è proprio l’autodeterminazione dei popoli a fornirgliela. Zelenskij però, che dubito abbia letto Wilson, ha forse intuito lo iato di cui sopra. Nel mondo esistono due livelli: il mondo dei “popoli” e il mondo degli stati che li rappresentano. Questi due livelli non possono coesistere sullo stesso piano formale, non foss’altro che nessuno dei due livelli è autosufficiente. Gli stati senza popolo sono aggregati di ordinanze; i popoli senza stati sono coiti interrotti.

Gli Stati parlano con grammatiche dell’ordine. Essi ricercano ordine, confini, reciprocità: tendono naturalmente all’equilibrio (e spesso alla Pace). Sono prima Forma che Sostanza, ergo antepongono i limiti alle possibilità. I popoli, invece, antepongono la sostanza alla forma: possono essere dinamite nella stanza.

La classe dirigente ucraina si è trovata nel contesto di avere per le mani uno stato al servizio di un popolo, ed ha esercitato la libertà che le è riconosciuta wilsonianamente. Così facendo, però, ha interrotto la grammatica degli Stati, e di solito degli Stati più grandi. Poco importa che uno degli stati più grandi, gli USA, adoperi in modo astuto la situazione: in un contesto rovesciato, nel quale il Messico impianta basi navali cinesi, il copione sarebbe stato identico. La pace internazionale, stante ferma la situazione, sarebbe stata infranta irrimediabilmente.

 

3 – L’ordine si costruisce sempre su qualche maceria

La grammatica dei tanto vituperati stati è, nei fatti, l’unica che può garantire la Pace. E questo è esattamente contrario a quel che, a prima vista, ci vien detto. Gli Stati perseguono obbiettivi politici commisurati alla loro forza: e dominando, nell’uso della forza, in qualsiasi momento, la legge dell’attrito, l’ordine emerge naturalmente dall’esaurirsi della forza. Lo Stato quindi, non il Popolo, è colui che comincia una guerra, ma è anche il solo che può finirla. Non a caso la diplomazia gassosa wilsoniana, in questi anni, è stata perfetta per dissolvere e non per ricomporre. Tutte le guerre evitate, in questi anni, sono state evitate dalla diplomazia classicissima di stati che hanno deciso di pre-esaurirsi. Uno su tutti l’accordo sul nucleare iraniano. O anche i tanto vituperati accordi di Minsk II.

La fraseologia wilsoniana, la quale per la prima volta riconosce l’inerzia all’autodeterminazione dei popoli, diventa perniciosa quando si lega agli Stati. Perchè nessun ordine si basa su principi assoluti. Clausewitz lo aveva ben capito: la guerra è un modo preventivo di entrare nella politica interna altrui rispetto a me. Attraverso l’ipoteca della guerra tra stati esercito una spinta coattiva alla società altra a non procedere ad utilizzare tutta la propria libertà di stato sovrano. La guerra è Libertà perchè già deterrenza: e come le leggi seccano la libertà individuale per la miglior libertà dell’individuo in società, così la guerra costituisce la pre-deterrenza contro i principi assoluti dei popoli. I quali sono già da sempre liberi di autodeterminarsi: nulla gli impedisce di sollevarsi e prendere armi, come la legge divina non ha mai salvato ex ante nessun Re dal regicidio. Ma sempre nel solito mondo di forze e spinte è l’attrito a rendere possibile il movimento, ergo il progresso.

 

4 – I mostri sotto al letto

Nelle intercapedini si sviluppano muffe e mostri. Nell’intercapedine del mondo dei “popoli liberi” e degli Stati legati si è sviluppato il chaos contemporaneo. Il mondo multipolare necessita, per non essere un mondo impazzito, di un elemento di incontro tra la libertà dei popoli, che è un fatto di per sé, e la necessità degli Stati di mutuo riconoscimento.

È pericoloso questo? Pericolosissimo. Perchè è un passepartout per il campismo imperiale, per continue Conferenze di Berlino nel quale quattro o cinque forze si spartiscono il mondo e lo tengono per le palle con lo spauracchio del chaos, castrando le riforme interne agli stati. In un mondo che, nel prossimo futuro, dovrà fare i conti con due o tre cicli di rivoluzioni tecno-sociali, questo sarebbe un pericoloso trionfo dei paternalismi.

Ma l’alternativa, si sappia, è quella che vediamo. La guerra, sola ricompositrice di discordie momentanee. Perchè quello iato si riempie solo annullando Wilson: o recuperando lo Stato (ed è quel che tifiamo attualmente in fondo, e cioè che l’Ucraina sia neutrale in barba ai voleri degli ucraini) o sacrificando la Pace per il principio di libera autodeterminazione.

Il futuro è fosco, il bivio ormai tra paternalismo e unipolarismi sovrapposti o chaoslandia per tutti senza zucchero shakerata bene.

Foto: Idee&Azione

4 marzo 2022