I rizomi della cultura postmoderna: l’uomo

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di Lorenzo Maria Pacini

Tutta la cultura postmoderna si configura come una canonizzazione della proclamata fine dell’uomo. Dopo la catastrofe metafisica della “morte di Dio” in epoca moderna, segue quella dell’uomo, ora rimpiazzato dai cyborg e dalle macchine tecnologiche, capaci di replicare il desiderio e le emozioni, prive di ogni calibrazione spirituale, fluide per definizione. È l’evo dei rizomi, strutture concettuali perfette per dare spazio all’incarnazione demoniaca anticristica.

Il rizoma, da rizo-, radice, con il suffisso -oma, rigonfiamento, nelle scienze botaniche è una modificazione del fusto con principale funzione di riserva. È ingrossato, sotterraneo con decorso generalmente orizzontale. Tuttavia nel repertorio concettuale di Deleuze e Guattari, l’uno filosofo e l’altro (anti)psichiatra, il rizoma indica tutt’altro che radicamento, verticalità e gerarchia: esso cresce infatti orizzontalmente e ha struttura diffusiva, reticolare, anziché arborescente. Il rizoma è un anti-albero, un’anti-radice, un’anti-struttura. L’orizzontalità rizomatica è giocata simbolicamente contro l’immagine filosofica di una conoscenza verticale, come per il biblico albero della conoscenza, cui i due pensatori attribuiscono una intrinseca valenza (bio)politica, ovviamente repressiva. Parlano di un corpo senza organi, accusando di totalitarismo ogni cosa che porta in sé un ordine o un fine naturale, avanzando la proposta di una ibridazione totale per liberare l’uomo dalla schiavitù della ragione. Avviene così la delocalizzazione topografica dell’essere in una serie di contenuti animati dal marketing pubblicitario e trasmessi ironicamente tramite i social media, atrofizzazione dell’arte e mistificazione dell’annichilimento solitario.

La pretesa di Deleuze e Guattari è stata assoluta: rivoluzionare il pensiero ed il linguaggio con una postura di innocenza e ingenuità. La dissoluzione del soggetto è l’unica via per far comparire una nuova umanità. Anche in questo caso, il principio di ciclicità viene rispettato: si porta all’esasperazione il soggetto rinchiudendolo nel soggettivismo, per poi, una volta giunti all’apogeo, negarlo tragicamente e spodestarlo dalla sua tradizionale posizione epistemologica. La cultura viene allora rimodellata, non ci sono più le difese dell’ego a sorvegliare i sacri portali della vita sociale. L’illuminismo cede il passo all’oscurità della ragione.

Un nuovo tipo umano compare, anti-umano per rizomatica in-definizione, ed è bestiale, non vive la vita ma la consuma e si lascia consumare da essa, telespettatore pigro e disinteressato del mondo che lo trapassa. Il globalismo è l’unico stile di vita plausibile per questa nuova figura sfumata, dai contorni astratti, perché propone tutto fuorché la responsabilità e la trasformazione del pensiero in azione, fornendo concetti usa e getta e costruendo feticci da impiegare quando come nemici, quando come sodali per battaglie simulate.

È difficile credere che ci sia qualcuno capace di resistere questo declino. Bisogna essere degli artisti, stravaganti navigatori dell’immaginifico, per sopravvivere al turbine escatologico. Eppure, le nostre idee sono quelle che portano in sé già da ora una vittoria irrevocabile, radicata nel caos estremo e nell’abisso, nel culmine superiore ed in quello inferiore della soggettività radicale che si sta già incarnando e manifestando proprio attraverso di noi, e griderà la sua verità intuitiva raccogliendo i gli eroi resistenti.

Foto: Idee&Azione

11 giugno 2021