Il 18 brumaio di Napoleone Mattarella

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di Roberto Pecchioli

Ne succedono di cose, da quando siamo passati al bosco. Ci vorrebbe uno storico che scrivesse così: Mario Draconibus Sergio Mattarella consulibus, Iuliano Amato iudice maximo, in italica re publica magnus eventus fiat. Grandi eventi accadono in Italia sotto il consolato di Mario Draghi e Sergio Mattarella, con Giuliano Amato giudice massimo, l’ex dottor Sottile eletto presidente della Corte Costituzionale il giorno della seconda incoronazione del Viceré Sergio. La restaurazione è servita, la sovranità resta saldamente nelle mani dei due fiduciari dell’Impero, il potere di controllo è nelle mani sapienti dello stesso personaggio che trent’anni fa le mise nelle tasche degli italiani con la manovra “lacrime e sangue” e il prelievo forzoso sui conti correnti dopo l’attacco alla lira non sventato dal governatore Ciampi.

Dopo la trionfale rielezione del mite giurista palermitano mancano soltanto il Congresso di Vienna e il Metternich per il quale l’Italia era un’espressione geografica. Qui nel bosco abbiamo tempo per riandare al passato e il 29 gennaio 2022, anno III dell’era covidiana, ci pare simile al 18 brumaio dell’anno VIII della Rivoluzione francese. Quel giorno, 9 novembre 1799, Napoleone Bonaparte fece il colpo di Stato – un golpe bianco, giacché il giovane ufficiale corso era già di fatto al potere – che esautorò il Direttorio, prima restaurazione antigiacobina, e pose le basi per la nomina a imperatore.

Per carità, nessuna intenzione di chiamare imperatore il buon Sergio II, successore di se stesso. Nessuna illegalità, nessun tintinnare di sciabole, se non l’uniforme carica di mostrine colorate del generale Figliuolo (mai nome fu più appropriato), plenipotenziario all’epidemia. Tutto è stato fatto secondo la legge: del resto, la legge sono loro, non possono sbagliare. Il 18 Brumaio, Bonaparte disse ai suoi fidi: le vin est tiré, il faut le boire, il vino è stappato, ora bisogna berlo. Fu l’avvio di una traiettoria che cambiò per sempre l’Europa, nonostante Waterloo.

Sergio Mattarella, indaffarato a riempire gli scatoloni e lasciare la dimora quirinalizia, è l’epigono di Vittorio Emanuele II, allorché, dopo gli accordi con la Francia (e l’assenso dell’Inghilterra) pronunciò lo storico discorso del 10 gennaio 1859, inizio della seconda guerra d’indipendenza. “Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi”. Trasloco sospeso, ritorno al Colle tra applausi scroscianti del sistema politico, della stampa e del circo mediatico. Il grido di dolore cui è stato sensibile lo scafato politico passato indenne dalla Prima alla Seconda Repubblica (come Amato, guarda le combinazioni!) è, apparentemente, quello della politica sconfitta e bloccata, nonché della folla di peones parlamentari a quindicimila mensili certi di perdere il posto in caso di elezioni.

Molti accusano la palude a Cinque Stelle – quelli che dovevano aprire il Palazzo come una scatoletta di tonno – ma dimenticano le orfanelle forziste e le siepi centriste, sei personaggi in cerca di autore, un padrone per continuare a mungere la mucca. Il grido di dolore cui è stato sensibile Sergio I, successore (e forse punitore) di se stesso, proviene dagli alleati internazionali, dal potere finanziario, dai good fellows di oltre Atlantico e dalle cupole (tutte rigorosamente non elettive) di Bruxelles, Francoforte, Wall Street. Volevano Draghi e la Santa Stabilità: l’avranno, con gran pena di una minoranza di italiani (non illudiamoci…), l’indifferenza dei più e l’applauso di chi in questa Italia ci si trova benissimo, tra privilegi piccoli e grandi.

Goldman Sachs, la banca d’affari globale di cui Super Mario (e Prodi, e Monti) sono stati dirigenti o consulenti, aveva battuto più di un colpo. Lo stesso ha fatto la bionda Ursula d’Europa e, più in basso, Confindustria e la CGIL, ossia il regime in tutte le sue declinazioni. Qualunque cosa pensino gli italiani in coda per il tampone, sono solo due le poltrone che contano: quella del Quirinale e quella di Palazzo Chigi. Le uniche che consentono di essere ufficiali di collegamento, interlocutori – o portaordini- del Potere. Che strano, nessuna delle due è scelta dal popolo. Nessuno ha eletto Draghi, salito al trono per acclamazione dei politichini piccoli piccoli dell’Italietta postdemocratica, impotente lumpenproletariat parlamentare tenuto buono da stipendi, vitalizi e bonus.

L’inquilino del Quirinale – che forse diventerà suo per usucapione – è eletto dal sinedrio dei suddetti, il cui applauso liberatorio fa gelare il sangue di alcuni italiani, ma fa respirare di sollievo il piano alto dell’oligarchia e i direttori delle banche presso cui hanno acceso mutui. Vuolsi così dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare. La terza poltrona che conta è occupata dal presidente della Corte Costituzionale, che decide sulla legalità delle norme. Perbacco, ma è Giuliano Amato, già numero due di Craxi, unico socialista di peso sfuggito alle retate e alla dannazione di Mani Pulite. Il gioco della tela – o filetto – si disputa su un tavoliere di tre quadrati concentrici, uniti con segmenti nei punti medi dei lati. La “tela mulino “è la felice condizione del giocatore che può piazzare tre pedine su ciascun lato: qualunque mossa faccia, è vincente.

Tre pedine, Mario, Sergio, Giuliano, vittoria sicura. L’avversario non è pervenuto, perdente per insipienza, scarsa esperienza delle regole del gioco, specie quelle non scritte, e perché le truppe giunte in soccorso del vincitore provenivano dalle sue file. Salvini si credeva Napoleone, quello di Waterloo che aspettava Grouchy per ribaltare le sorti della battaglia, ed arrivò il prussiano Blucher. L’irrilevanza intellettuale dell’ex comunista padano è imbarazzante, ma, come in quasi tutte le vicende italiane, vince il tradimento, l’intelligenza con il nemico e, più giù, l’eterno Franza o Spagna purché se magna.

Così è maturato il 18 Brumaio di un Napoleone per caso, dalla chioma bianca, il prigioniero delle dorate stanze in cui vivrà sino a 88 anni. Il grido di dolore non è rimasto inascoltato e la cosa più divertente (nel bosco ci divertiamo a sorridere di quello che meraviglia gli altri) è che l’implorazione a Mattarella sia iniziata dagli stessi che un mese fa presentarono un progetto di legge volto a impedire la rielezione presidenziale: il PD, partito – Stato portavoce di tutte le oligarchie e di tutti i ceti di servizio.

Poi dalla sinistra di Liberi e Uguali dal nome  ossimoro, che svolge felice (Speranza dixit) il ruolo di cagnolino da salotto del capitalismo globalista; da Silvio Berlusconi, ammaccato ma immortale, che qualcosa in cambio avrà spuntato, tra un contatto riservato e l’altro; dalla palude centrista, che sogna convergenze parallele, equilibri più o meno avanzati secondo tornaconto e aborre le posizioni nette, i sì e i no; la Lega, messa nel sacco da marpioni, giocata dal fuoco amico, travolta dall’oggettiva inadeguatezza del Capitano che partì per suonare e venne suonato; i grillini, vindici della legalità, portavoce del popolo sofferente , che mai e poi mai avrebbero votato il vecchio democristiano, convertiti sulla via di Damasco con vista sul vitalizio.

L’esito finale è un assioma di De Gaulle: il potere non si prende, si raccoglie. Specie se lo consegnano dall’alto. Sergio II resterà, più silenzioso che pria, garante degli “alleati” e dell’Unione Europea, in perfetto tandem consolare (Roma repubblicana…) con il Drago. Questi, seccato per il mancato trasloco, scatenerà l’inferno, nel senso che comanderà lui e solo lui, con buona pace delle vergini democratiche e della Lega, che pagherà il conto più salato in termini elettorali, giacché suo è il blocco sociale più danneggiato dalle politiche dell’ufficiale dei Dragoni, insieme con l’indifeso popolo dei precari, dei giovani e dei disoccupati.

Vogliamo fare un elenco incompleto? Energia carissima con totale dipendenza dell’Italia da fornitori esteri; disoccupazione in aumento inevitabile, tra restrizioni e green pass; sanità allo sbando: oltre al Covid, interventi rimandati sine die, esami clinici cancellati, rifiuto di terapie ai non vaccinati; immigrazione incontrollata; denatalità drammatica, prodromo dell’estinzione biologica degli italiani; perdita di ogni scampolo di sovranità residua; cessione degli ultimi asset industriali del paese; Caporetto della scuola, tra didattica a distanza e istruzione tecno strumentale; possibile emersione di un’opposizione sociale a partire dalla rivendicazione dei diritti naturali perduti.

La risposta sarà più Stato di polizia, già visto all’opera nelle cariche di Trieste e negli sgomberi di Torino con decine di feriti, allorché i giovani sono insorti contro la penosa gestione dell’alternanza scuola –lavoro, costata la vita a un diciottenne. Per quanto riguarda Mattarella I, qualcuno ricorda il suo rifiuto di firmare la nomina a ministro del professor Paolo Savona, non di un pazzo estremista? O il silenzio sulle vicende incredibili della magistratura e del Consiglio Superiore di cui è presidente? Oppure il testardo impegno a non restituire agli italiani il voto dopo la caduta del governo Conte bis, cui è succeduto Draghi? Dal presidente giurista nessuna obiezione ai DPCM relativi all’epidemia: nello stato di eccezione si scopre il sovrano.  

La base del triangolo isoscele è presidiata da Giuliano Amato, titolare del terzo palazzo che conta, quello della Consulta. L’ex craxiano, ex tutto, ha già detto la sua: nelle questioni su cui la scienza ha rilievo, ascolteremo la scienza. Traduzione: sull’ epidemia e non solo decideremo secondo un diritto “progressivo”, senza fermarci alla lettera e allo spirito delle norme vigenti. Il diritto positivo, creatura di Hans Kelsen importata in Italia da Norberto Bobbio, teoria giuridica basata sulle procedure intese come legalità pura, è oltrepassato. Decidono tutto loro, sono intelletti finissimi, troveranno argomenti per definire legale ciò che interessa.

Il 18 Brumaio di Napoleone fu il primo squillo di un uomo straordinario. Mezzo secolo dopo, lo imitò malamente il nipote, Napoleone III, giunto alla presidenza della Repubblica nel 1848 sulle ali dei moti di quell’anno rivoluzionario. Fallito il tentativo di ottenere pieni poteri, il 2 dicembre 1852 fece un colpo di Stato. Il piccolo Napoleone represse duramente gli insorti e fondò il suo potere sugli interessi della borghesia, oltreché su consegne patriottarde che condussero la Francia alla disfatta contro la Prussia. Carlo Marx scrisse il famoso libello Il 18 brumaio di Luigi Napoleone.

Draghi e Mattarella non sono golpisti, tuttavia lo scenario è una pesante spallata globalista, liberista, antinazionale. Marx intuì tutto in un celebre passaggio. “Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro; gli uomini e le cose sembrano illuminati da fuochi di bengala; l’estasi è lo stato d’animo di ogni giorno. Ma hanno una vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una lunga nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta”.

Quelle rivoluzioni continuano, in nome del globalismo e della privatizzazione del mondo. Non fanno rumore, agiscono nella legalità da esse stesse proclamata e non trovano reazioni apprezzabili. Il 29 gennaio 2022, il nostro piccolo 18 Brumaio senza colpo ferire, è un episodio in più di una guerra asimmetrica combattuta dai pochi potentissimi contro i molti che non capiscono, abbozzano o applaudono. Le avanguardie dissidenti, incredule, “si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano: hic Rhodus, hic salta! Qui è la rosa, qui devi ballare!” Forse quel momento arriverà: nell’attesa, una nuova ingloriosa sconfitta.   

Foto: Idee&Azione

2 febbraio 2022