Il complesso soggetto storico meglio noto come “comunità scientifica”

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di Lorenzo Centini

Per motivi di studio mi sono iscritto nel corso degli anni in vari gruppi di neuroscienze. Sono popolati di persone mediamente gentili e disponibili, anche con una certa sensibilità alla divulgazione. Da par mio che di chimica, medicina e fisiologia so nulla, mi limito a spiluccare, qualche volta chiedere, più spesso leggere e cercare di capirci qualcosa.

Oltre al beneficio di mischiare zone franche di conoscenza a bazzicare in questi gruppi appare chiara una cosa, un fenomeno strano ma quantomai significativo. Non c’è un ceto medio in riferimento all’importanza che si riconosce al proprio ambito di studi.

Da un lato vi è una maggioranza non così schiacciante che, nel proprio ambito di studi (che qui sono le neuroscienze ma che potrebbero facilmente essere la genetica, la robotica, ecc) ha trovato la chiave di ogni cosa. E quindi la biochimica, lo studio delle interazioni sinaptiche, l’utilizzo delle scansioni dell’attività elettrica del cervello sono i passepartout per ogni cosa. Letteralmente ogni evento è spiegabile da questo o quel paper. Non ci sono filosofia, etica, sentimento, politica, morale, arte, caso, destino, religione che tengano: ogni cosa è schiacciata, in questo caso, sulle scoperte neuroscientifiche.

Bontà loro (o nostra) raramente questa convinzione che tutto sia a portata di intelletto e di tecnica conoscitiva si traduce in un programma coerente. Per la serie che quasi nessuno apertamente (ma forse questi dibattiti avvengono solo altrove) propugna la gestione del mondo a partire dall’interazione biochimica del cervello. Nessuno auspica la gestione chimica delle emozioni come mezzo di elevazione collettiva.

Dall’altro lato vi è una foltissima minoranza che non sospetta nulla di tutto questo. Vivono la loro passione e le loro conoscenze come potrebbero vivere quelle legate a competenze da ferrotranviere, o alle capacità di manipolazione artigianale del legno di olivo. Hanno una stragrande ammirazione per ciò che studiano, lo trovano Keyreniamente “bello”: ma vige una quasi neutralità successiva. Sono bravissimi e competentissimi ma non sospettano (per ciò che si può vedere) delle implicazioni di ciò che studiano. Anzi, alcune volte vedono alcune riflessioni che cominciano sul tema anche con una certa qual stizza, come se il vile interesse della società avesse sporcato la loro Grande Opera.

Tutto questo per dire che le tanto evocate “scienze” e “cupole tecniche” sono fatte da persone, e che spesso queste persone hanno dinamiche sociologicamente meno “opache” di quanto noi possiamo sospettare. Né entusiasti tecnomanti né aperti discepoli del sapere, ma sempre qualcosa nel mezzo.

L’uso di parlare di “Tecnica” e di “Scienza” in modo disinvolto, come se non vivessero nel mondo camminando su gambe e guardando da occhi non fa bene a nessuno. Spesso non sospettano in alcun modo quale mondo stanno cucinando. E questo vale per ogni branca del sapere.

Almeno, questo è quello che io, nel mio piccolissimo, ho visto. Non equivale ad una raffinata ricerca sociologica: gradisce solo essere un pungolo per compierne una continua, ognuno dal suo punto di vista. Le “Comunità scientifiche” sono oggetti storici molto più complicati di come ce li aspettiamo.

Foto: Idee&Azione

10 dicembre 2021