Il consolato americano di Mumbai non deve comportarsi come un viceré

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di Andrew Korybko

Il Consolato americano di Mumbai non ha alcun diritto di chiedere all’India di vietare l’accesso alle navi russe, e solo grazie alla buona volontà di Delhi non c’è stata (ancora?) una condanna ufficiale.

ThePrint, uno degli autorevoli media online indiani, ha riferito sabato che il Consolato americano di Mumbai ha chiesto quindici giorni fa che alle navi russe non fosse permesso di entrare nel porto della città. L’Autorità portuale di Mumbai ha a sua volta chiesto indicazioni alla Direzione generale della navigazione, che ha poi chiesto al Ministero degli Affari esteri cosa fare, il quale ha rifiutato di commentare. Considerando che questo incidente è avvenuto circa mezzo mese fa e che da allora non è emersa alcuna notizia credibile che suggerisca anche solo lontanamente che l’India abbia intenzione di prendere sul serio questa richiesta, si può concludere che è stata gentilmente respinta, proprio come tutti gli altri esempi di pressione americana finora.

L’eccezionalità di questo esempio sta nel fatto che è coinciso con la partecipazione dell’India al G7 del mese scorso, che di per sé ha suggerito che gli Stati Uniti hanno finalmente iniziato ad accettare il fatto che non hanno alternative al rispetto dell’autonomia strategica del loro partner nei confronti della Russia se sperano di mantenere ottimi rapporti con essa. Questa successiva rivelazione dimostra che l’approccio “poliziotto buono, poliziotto cattivo” tipico dell’America era ancora utilizzato dietro le quinte, cercando di continuare a corteggiare l’India e allo stesso tempo avanzando richieste neo-imperialiste nei suoi confronti. In altre parole, il Consolato americano a Mumbai si era ufficiosamente autonominato viceré con il compito di regolare le relazioni russo-indiane.

Questo è assolutamente inaccettabile per l’India e conferma che gli Stati Uniti non hanno ancora imparato a rispettare pienamente il diritto sovrano del loro partner di condurre una politica estera indipendente in linea con i propri interessi nazionali oggettivi. In mancanza di ciò, le relazioni indiano-americane non raggiungeranno mai il loro pieno potenziale reciprocamente vantaggioso, perché Washington frenerà sempre tutto facendo richieste altrettanto ridicole a Delhi. Il problema più profondo è che le burocrazie militari, di intelligence e diplomatiche degli Stati Uniti (“Stato profondo”) non capiscono veramente l’India, per quanto alcuni esperti in materia sostengano che lo fanno, altrimenti questo atroce incidente al consolato americano di Mumbai non sarebbe accaduto.

È prerogativa degli Stati Uniti ricalibrare la propria politica, dal momento che l’India è stata inequivocabilmente chiara nel perseguire per principio gli interessi nazionali oggettivi, come recentemente confermato dal Ministro degli Affari Esteri Jaishankar a fine maggio e all’inizio di giugno, entrambi gli eventi precedenti alla richiesta del sedicente “viceré”. L’India parla, ma l’America non ascolta, il che può essere solo il risultato dell’arroganza legata alla sua screditata ideologia suprematista dell'”eccezionalismo americano”. Nonostante il declino della sua egemonia unipolare nel corso di quest’ultima fase accelerata della transizione sistemica globale verso il multipolarismo, gli Stati Uniti hanno controproducentemente raddoppiato questa ideologia invece di moderarla.

Questa osservazione conferma quanto siano diventati avulsi dalla realtà i suoi decisori dello “Stato profondo”. Una lettura sobria delle dinamiche geostrategiche associate all’emergente ordine mondiale multipolare farebbe comprendere l’urgente necessità di riformare la politica americana nei confronti dell’India, al fine di ottimizzare il potenziale reciprocamente vantaggioso insito nelle loro relazioni bilaterali. Invece, gli Stati Uniti si aggrappano a politiche imperialiste obsolete che non sarebbero fuori luogo ai tempi del Raj. Il Consolato americano a Mumbai non ha alcun motivo per chiedere all’India di bandire le navi russe, ed è solo grazie alla buona volontà di Delhi che non c’è stata (ancora?) una condanna ufficiale. 

Pubblicato in partnership su One World

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: One World

11 luglio 2022