Il contabile eco-femminista

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di Konrad Rekas

Ve lo ricorderete sicuramente dai tempi del Komsomol. Quando gli attivisti si riunivano e alcuni Jinx [iettatori] dovevano fare autoaccusa. All’improvviso, qualcuno che fino ad un momento prima consideravate un buon collega si alzava e sibilava velenosamente: “E penso che un buon ingegnere possa essere solo un ingegnere marxista!”.

Immaginatevi lo stesso ora: deve solo essere un’eco-femminista.

Il contabile come un maschio bianco eterosessuale

Come almeno alcuni di voi hanno confessato una volta, io sono un contabile. Non praticante, ma comunque così, per curiosità professionale, con un occhio che segue ciò che nel settore fa vibrare un pallottoliere. E chi associasse la contabilità all’atmosfera familiare di un ufficio polveroso, in cui per fortuna non arriva nessuna notizia, sbaglierebbe. Sfortunatamente, ogni anno ne compaiono sempre di più. Vi potrebbe mai venire in mente, guardando qualcosa di così dolorosamente noioso come un bilancio trimestrale, che è solo un altro prodotto della dominazione bianca, maschile, occidentale, anglosassone e piccolo-borghese? E allo stesso tempo prova del suo sinistro controllo su pratiche e teorie contabili apparentemente innocenti… Beh, non lo sapevo nemmeno io, ma ora lo so, avendo colmato le ultime carenze nella letteratura professionale e sentendomi richiamato alla divisione ideologica da guru del settore come il prof. Sonja Gallhofer e prof. Jim Haslan. CLT solo l’inizio dell’Illuminismo, un percorso su cui viene abbandonata anche la prospettiva umanoide, figuriamoci il buon vecchio libro mastro. Perché chi ha detto che non si può, che non si deve fare bilanci dal punto di vista di un gatto, per esempio? E con l’aiuto della danza e delle tecniche video?

Sia il giardiniere che l’impresario di pompe funebri usano una vanga, ma… Probabilmente ogni saggio di Storia della contabilità doveva contenere un riferimento alla “Summa de Arithmetica, Geometria, Proportioni et Proportionalita” di Luca Pacioli. E l’autore di ogni lavoro che assomigli a compiti di contabilità moderna in qualche modo ha cercato di utilizzare la definizione trita e ritrita di gestione di Milton Friedman, secondo la quale il suo obiettivo finale è massimizzare il reddito degli azionisti. Pertanto, il ruolo della contabilità rimane solo quello di fornire tali informazioni utili per raggiungere questo obiettivo. I sostenitori della dottrina classica osano ancora credere che essa garantisca un trattamento pienamente oggettivo, trasparente e puramente utilitaristico della contabilità come semplice strumento di gestione. Il problema, tuttavia, era che c’era una trappola nascosta in questo approccio. La fusione della funzione contabile informativa e ricreativa con il modo di pensare dei Chicago Boys o qualsiasi altra teoria economica non è l’unica possibilità. Poiché la contabilità può essere utilizzata solo per moltiplicare la ricchezza e monetizzare tutti gli elementi dell’attività umana ritenuti utili e benefici – è anche possibile individuare e scegliere altre finalità, in particolare, che la rendicontazione finanziaria (ma anche la contabilità gestionale) possono essere utilizzate con successo al beneficio di altri sistemi di valori.

Perché dovremmo correre ascoltando “Progresso!”

È iniziato tutto in modo innocente, postulando un approccio più olistico, un po’ più digeribile per gli occhi delle persone che si abituano a leggere qualsiasi cosa oltre ai numeri. C’era anche l’aspettativa di un contesto più ampio, che esprimesse i dati finanziari attraverso il prisma dell’impatto dei valori presentati non solo sugli azionisti stessi, ma anche sull’ambiente sociale di una determinata entità. Infine, gli anni ’90 e l’inizio di questo secolo in particolare hanno posto l’accento sugli effetti ambientali e sulla teoria dello sviluppo sostenibile, che alcune scuole hanno anche ritenuto necessario inserire nel quadro strettamente definito della rendicontazione contabile. Dal punto di vista della storia e della teoria della contabilità, il processo della sua finzione è andato dalla rendicontazione integrata, attraverso la rendicontazione ambientale, poi il concetto di Contabilità ambientale, sociale e di governance, all’inclusione di tendenze dottrinali come l’ecologia profonda e il femminismo…

C’è anche spazio per una critica sistemica della contabilità in generale come prodotto e strumento di un sistema che dovrebbe essere rifiutato nella sua interezza di fronte alle minacce che ha causato alla sopravvivenza della vita sulla Terra.

Naturalmente, le tendenze più estreme sono ancora marginali nella pratica aziendale. Tuttavia, la ruota del progresso sta accelerando e negli ambienti accademici queste tendenze raggiungono quasi il monopolio, censurando efficacemente i concorrenti. Inoltre, parlano chiaramente meglio alla sovrastruttura politica e burocratica dell’economia moderna, che, a sua volta, non esisterebbe senza rappresentare gli interessi della classe dominante, cioè le società globali e i finanzieri. Queste sono, anche, lentamente benché inesorabilmente, travolti da nuove tendenze. Nell’ultimo decennio, già circa l’85 percento delle principali società globali è passato a una rendicontazione sostenibile. Ma è ancora troppo poco, troppo lento e non abbastanza radicale per iniziative di base come “Socially Responsible Investment” o di settore come “The Integrated Reporting Council 2013 Framework” e il “Sustainability Accounting Standards Boards”. Dopotutto, l’Unione Europea non sarebbe sé stessa, se non avesse emanato una pertinente Direttiva 2014/95/UE (“Direttiva CSR Reporting”), che estende i requisiti per le relazioni informative su questioni di protezione ambientale, diritti umani, lotta alla corruzione, ma anche aumentare la diversità.

Il contabile – annientatore di specie

Secondo alcuni autori, potrebbe non esserci tempo per una lenta influenza sulla coscienza, a causa della “minaccia all’esistenza del nostro habitat”. Occorre quindi determinare quale possa essere il “contributo della contabilità nell’arrestare e invertire i processi di cambiamento climatico e di annientamento delle specie”. Questo approccio è giustificato dall’idea che “il ruolo finora svolto dalla contabilità all’interno della civiltà occidentale ha avuto la sua parte nel provocare la crisi attuale”. Tuttavia, non si tratta solo di riconoscere questa ovvietà e “rivelare la verità” (anche nei resoconti finanziari). Soddisferebbe qualunque imbranato, visto che si sa che tutti sono colpevoli, compresi i contabili, quindi non basta confessare i peccati. No, non basta più. Contabilità è rimboccarsi le maniche e insieme – salvare il pianeta prima di tutti gli altri! E il suo recupero, soprattutto GESTIONE secondo nuove, giuste regole…

Una delle proposte su come imporre efficacemente tutte queste equità è l’“Extinction Accounting and Accountability”, postulando un’esauriente menzione nelle relazioni dell’impatto dell’attività dell’azienda sulla condizione delle specie colpite da questa attività. In pratica, tali concetti derivano dall’osservazione che molte aziende ancora non vedono il senso di tali indagini o (secondo gli attivisti) “hanno paura di una reazione esterna alla segnalazione di tali dipendenze”. Anche se questo è un punto su cui dovrebbero piuttosto aver paura di non farlo. In una parola: gestisci un’impresa – hai il dovere di sapere e informare l’universo se la quantità di imballaggi di cartone che hai usato ha esaurito la popolazione dello scarso grande blu in Siberia! Perché in caso contrario, incontrerai un destino peggiore di un bruco calpestato. Si tratta quindi di forzare cambiamenti nella gestione aumentando la portata dell’obbligo di rendicontazione. E, naturalmente, dal momento che la contabilità è in fase di riforma, non ci sono limiti. Perché, in realtà, essendo un costrutto razzista maschile, la contabilità non ne usa un altro come valuta al posto di, per esempio… unità ecologiche? Quindi “unità ecologiche” come misura del valore – sarebbe già qualcosa, ma dimentichiamo lo scambio di emissioni…!

E non è ancora l’approccio più radicale, poiché il modello di “The Arch” (Atkinson & Maroun, 2018), ad esempio, assume un certo equilibrio tra l’imperativo del guadagno finanziario dell’uomo e i suoi obblighi morali (intesi come moralità ecologica, ovviamente). Nel frattempo, autori come Gray e Milne (2018) si stanno già avvicinando al rifiuto non solo della prospettiva antropocentrica, ma anche il riconoscerla come un ostacolo dannoso, insieme alla metodologia contabile tradizionale. La contabilità, così come la finanza, sono state inventate dalle persone per ottenere una scala di riferimento, metodi di comparabilità e misurabilità di ciò che è materiale e quindi anche per stimare il valore di parti o addirittura dell’intero ecosistema per l’umanità. E poiché l’umanità non è solo irrilevante (“soggettiva”), ma anche direttamente dannosa – allora con quale diritto vuole misurare e valutare qualcos’altro?!

La prospettiva del gatto del bambino aborigeno

Tuttavia, mentre questi autori non presentano un’alternativa specifica, essa la si può trovare nei lavori di Sonja Gallhofer (1997, 2018), che propone un approccio eco-femminista. Proseguendo il pensiero di Hines (1992) sulla dualità e lo squilibrio del mondo occidentale, riscontrabile anche nella contabilità classica – Gallhofer dichiara una combinazione di analisi profondamente ecologica e femminista per rivelare la natura “androcentrica” dell’oppressione esercitata sul mondo femminile e sulla natura, coinvolgendo anche la contabilità come strumento di questi oppressori maschi, bianchi e tuttavia anagrafici. Perché esattamente non ci sono bilanci preparati dal punto di vista di un bambino? O perché la storia della contabilità è così razzistamente eurocentrica quando non considera, ad esempio, le conquiste degli antichi contabili aborigeni? E perché non ci chiediamo nemmeno come sarebbe preparato il conto economico da un gatto del genere (probabilmente preferibilmente un gatto selvatico)? No, non sto scherzando, chi prenderebbe comunque in giro i contabili – per favore leggete da voi… [1]

E no, non è nemmeno finita. Dopotutto, la stessa forma di contabilità, questo costrutto fascista, è anche un’espressione dell’oppressione e pure suo strumento. Quindi, via le tabelle, gettiamo i fogli di calcolo nel cestino. Dato che la priorità va data ai valori intangibili e, di regola, a quelli incommensurabili – perché non esprimerli con mezzi presi, ad esempio… dall’arte? Moderno, certo, e possibilmente concettuale. Perché non esprimere il bilancio sotto forma di fotografia artistica, film, collage? Perché non restituirlo… ballando? E no, non mi sono inventato nemmeno questo (Gallhofer, S., 2018. “Going beyond western dualism: towards corporate nature responsibility reporting”, Accounting, Auditing & Accountability Journal, Vol. 31 No. 8, pp. 2110-2134 [2]).

Vogliamo davvero sapere QUANTO?

Un mondo che non tanto sta arrivando quanto sta già sorgendo intorno a noi – non ha bisogno di strumenti di misurazione oggettivi. Certo, questo è un grande affare, ma la cui scala globale legata alla civiltà non deve essere conosciuta da nessuno, tranne che dalle… parti interessate. E qual è il senso di tutta questa storia, che sembra coronare non solo la Storia della contabilità, ma anche dell’economia e della finanza come l’abbiamo conosciuta finora? La professoressa Gallhofer è oggi uno dei principali docenti, scienziati e… ideologi che hanno dato il tono alla famosa Adam Smith Business School, ovvero la Facoltà di Economia e Finanza dell’Università di Glasgow. Quello creato dallo stesso Padre del liberalismo. Così i suoi lontani eredi finirono il suo lavoro. Perché un buon liberale oggi non può che essere un liberale eco-femminista. E anche il contabile, ovviamente.

[1] https://www.sciencedirect.com/journal/critical-perspectives-on-accounting/vol/8/issue/1

[2] https://www.emerald.com/insight/publication/issn/0951-3574

Traduzione a cura di Costantino Ceoldo

Foto: Idee&Azione

3 gennaio 2022