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Il Corpo mistico: responsabilità e relazione

di Massimo Selis

Il nostro occhio raggiunge appena alcune leghe definendo così le linee dell’orizzonte. In questa «aiuola che ci fa tanto feroci» non ci ritagliamo che una piccola zolla e a null’altro prestiamo attenzione e cura. In verità, però, tutto ciò che accade su questa Terra – e non solo! –  ci riguarda, in qualche modo. Si vuole intendere, con questo, che qualunque cosa – azione, o pensiero, sia che espliciti il Bene, o il Male – resta. E se resta, allora significa che ha un effetto, anche se questo effetto a noi pare invisibile. Non come la rugiada che ai primi caldi del mattino evapora silenziosa, così che le foglie subito perdono il suo rinfrescante ricordo. Se, ad esempio, il Male e la sovversione si concentrano in un determinato luogo, o all’interno di un determinato popolo, allora essi dovranno essere espiati in qualche misura da tutti, prima o poi.

Nella pienezza dei tempi, circa 2000 anni fa, l’Altissimo inviò Suo Figlio per accompagnare l’umanità, già molto decaduta, alla riconquista della sua originaria condizione edenica e perfino oltre, in attesa della Seconda Venuta del Cristo, la quale trasformerà non solamente la struttura fisica dell’uomo, ma anche del Cosmo. Così come per la colpa – o felix culpa – di un solo Uomo – Adamo – la Creazione tutta e l’umanità sono cadute in condizione d’esilio, allo stesso tempo, per un solo Uomo – Gesù – il riscatto si è propagato nell’intero Cosmo passato, presente e futuro. Gli uomini, separatisi dalla loro costituzione ontologica, attraversano le fatiche del vivere terreno per espiare e redimere questa colpa, al fine non solo di raggiungere la salvezza individuale, ma anche di portare a compimento il progetto di Dio sulla Creazione, che, come attesta San Paolo, «geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto». Allo stesso tempo, anche i peccati di una generazione si riversano come triste eredità su quella successiva e l’espiazione sarà necessaria affinché i piatti della bilancia cosmica tornino nuovamente in equilibrio. Si viene al mondo come eredi di una Storia: cosmica e familiare.

Ma poiché le anime non sono tutte uguali e le leggi della democrazia non regolano per fortuna l’universo e l’uomo, sono proprio gli innocenti talvolta a portare, in modo del tutto speciale, questo peso, come segno evidente di un amore totale e gratuito, in completa assonanza all’esempio di Cristo, primo fra tutti gli innocenti.

L’Apocalisse chiarisce ancora oltre raffigurando un’umanità radicalmente rinnovata, uno stato per cui «Dio sarà Tutto in tutti».  Allo stesso modo il prologo giovanneo inizia con un’affermazione «En archè en o lògos» che si può anche tradurre così: nel Principio era la Relazione. Noi che ancora viviamo in cammino e non sappiamo se parteciperemo di questa nuova esistenza – anche se lo speriamo – abbiamo però ricevuto un aiuto e un insegnamento per contribuire fin da ora alla Restaurazione finale: l’aiuto è la Chiesa, Corpo mistico del Cristo; l’insegnamento è quello di amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la nostra mente e il prossimo come se stessi, affinché diveniamo tutti “una cosa sola”.

Vi è, tuttavia, un aspetto che tristemente rimane assente dalla riflessione e dallo studio in seno alla Chiesa: il senso della responsabilità collettiva che fa da rimando al principio del male non come fatto individuale ma comunitario. Con questo termine ci si vuole riferire specificamente alla cosiddetta espiazione collettiva. San Paolo, proprio nell’enucleare la dottrina del Corpo mistico, infatti, sottolinea che quando un membro gode, tutti godono, ma quando uno patisce, tutti patiscono. Qui, davvero, occorre soffermarsi, meditare, e capire in profondità, ovvero assimilare.

René Girard, utilizza nei riguardi di Cristo, disceso in terra per “sollevarci dall’errore cosmico” «airōn tēn amartian tou kosmou» e per Restaurare l’intera Creazione, la formula del capro espiatorio. Ora, se Gesù ha attraversato la sua Passione, Morte e Resurrezione, per una sorta di “espiazione collettiva”, allora anche noi che ci definiamo cristiani, ovvero persone che si sforzano di identificarsi un po’ alla volta con Lui, saremo chiamati, in modi del tutto personali, a fare lo stesso in piena consapevolezza. Questo può accadere a noi come singoli, come popolo, o anche come intera comunità credente.

Pertanto, là dove qualcuno subisce un’ingiustizia, una persecuzione, là dove il male si radica in un determinato luogo geografico, può darsi che qualcuno stia svolgendo la funzione “cristica” di capro espiatorio. Sovente, al contrario – con un’idea che richiama certe eresie di matrice protestante e in particolar modo calvinista – si arriva a pensare che il male, o anche la “buona sorte”, siano solo segni di un castigo o piuttosto della benevolenza divina. Non che questo non possa accadere, ma ricordiamo anche che mentre il singolo può espiare i suoi errori anche nella realtà ultraterrena, le nazioni e i popoli devono gioco forza espiare ogni cosa prima della finale consumazione della storia.

All’opposto si nota, invece, nell’era moderna, un volersi concentrare esclusivamente sull’aspetto individuale della fede, estromettendo sempre più il principio collettivo; questo ha condotto in maniera evidente alla formazione di una sorta di “individualismo cattolico”, che è un tragico ossimoro. Se infatti guardiamo all’Antico Testamento, vediamo come il popolo eletto è sempre solidalmente responsabile di quello che fa come di quello che non fa. Rimettendo le cose nella giusta prospettiva, ci si avvicina alla comprensione che anche una crisi sociale ed economica  di così enorme portata, come quella attuale, è prima di tutto una crisi della “politica”, con riferimento alla casta che dovrebbe manifestare l’iniziazione regale, e ancora oltre, una crisi religiosa, e cioè della casta sacerdotale; (non dobbiamo però dimenticare che ognuno di noi possiede la triplice unzione artigiana, regale e sacerdotale, e taluni perfino quella profetica!). Salendo ancora, si può sintetizzare il tutto in una crisi spirituale che coinvolge l’umanità intera e dalla quale nessuno è esentato. La radice del caos moderno è dunque molto lontana nel tempo e infinitamente più profonda di quello che si vorrebbe far credere. Lo sconvolgimento si compiva mentre correvano le generazioni, eppure nessuno si è accorto di nulla, anzi si è involontariamente collaborato alla sovversione. Tutt’oggi si continua, in realtà, a brancolare nel buio, cercando solo di tappare le falle qua e là, ma nessuno agisce sulle vere cause. Sarà un mero caso? Non lo crediamo.

Se, però, facciamo nostre le categorie che qui esponiamo, poco alla volta il quadro si compone e chiarisce. Le realtà spirituali, quelle cosmiche e quelle umane e materiali sono in relazione inscindibile: se dunque una parte soffre, anche le altre ne risentiranno, manifestando lacerazioni e andando incontro alla decadenza.

Ciò che si palesa sul piano fisico ha una giustificazione nell’ordine metafisico, per cui un disordine o uno scompaginamento in quel piano, non può che produrre le devastazioni a cui assistiamo. L’azione umana è estensione dell’atto contemplativo e non semplice atto di volontà. È necessario riappropriarsi al più presto della dimensione intellettuale, termine invece che è divenuto persino sospetto negli ambienti cristiani, anche perché non se ne comprende nemmeno più il vero significato. Ma la vera conversione non è forse quella intellettuale? Certo che lo è, essa è appunto una metánoia, ovvero una trasformazione della mente che si spinge verso un ordine superiore dal quale discende poi tutta la vita interiore ed esteriore dell’uomo. Dobbiamo invece abbandonare il più presto possibile il sentimentalismo religioso che ha inquinato ogni aspetto della nostra esistenza.

Se quindi, come affermato, la terra e l’umanità sono sconvolte, allora nessuno può ritenersi assolto. Mentre il veleno si insinuava fin nelle cellule di certi organi sociali, di certe aree dell’organizzazione comunitaria, noi vivevamo tranquillamente senza preoccuparcene, illusi di adempiere comunque al “nostro dovere”. Si impone allora la necessità urgente di sentire dentro noi stessi la partecipazione a questa sofferenza e lavorare con ogni energia per risanarla. Non si tratta, però, ovviamente di un semplice sentire emotivo, ma di un partecipare con le parti più profonde del nostro essere alle convulsioni della famiglia umana, alla crisi del Corpo mistico, che è sempre più sfilacciato. In un corpo, però, se è vero che tutte le membra partecipano al suo corretto funzionamento, è altrettanto vero, che ognuna ha un suo compito ben specifico, e un ordine gerarchico. Il capo non può obbedire ai piedi, semmai è il contrario! Si deve ripristinare il corretto ordine, sapendo che questo si raggiunge solo se si lavora su entrambi i piani: individuale e collettivo. Infatti, le scissioni e le distorsioni che si verificano nell’uomo singolo o nel corpo sociale reagiscono le une alle altre. Se quindi non si agisce anche all’esterno, se quindi non si ripropone una vera Politèia, vano è il tentativo di risollevare l’individuo. Dal semplice Io, dobbiamo passare al Noi: i tempi sono maturi.

Dante ci ammaestrava già molti secoli addietro: non si possono riascendere i Cieli, se la Terra sulla quale viviamo è sconvolta. Beatrice, non a caso, segue a Virgilio.

Insistere solamente sull’aspetto educativo e dottrinale – in realtà non si fa più nemmeno questo, almeno in maniera corretta – non solo è vano, ma rafforza le linee della sovversione che sanno molto bene che la persona nulla può se non è inserita in un ambiente che mantiene almeno qualche angolo di ordine e salute. In modo speciale questo riguarda le anime dei più piccoli e dei semplici che hanno da essere protette e custodite da chi siede su più alti gradini.

Si raddrizza la via solo ricentrando l’uomo. E l’uomo, così come Dio l’ha voluto, è, prima di tutto, dotato di intelletto. Egli, infatti, è chiamato a conoscere Dio, e quindi a conoscere se stesso. Solo attraverso questa conoscenza spirituale, esso potrà amare Dio, per poi amare se stesso e amare il prossimo, allo stesso modo in cui Dio lo ama. Vale a dire, che io non vivrò più nell’indifferenza, quando accetterò che solo attraverso la vera conoscenza, raggiungerò la vera compassione e quindi sarò portato alla vera azione; non potrò più dire allora: “ma io cosa c’entro in tutto questo?” e “che posso mai fare?”.

Come ogni grande impresa, non ci si deve aspettare che siano i molti ad iniziarla, né che l’impulso venga dal vertice oramai corrotto; sarà invece un piccolo e apparentemente insignificante gruppo di anime, quel piccolo resto che non può più vivere rintanato nell’ombra, ma deve uscire nella pubblica piazza dove le lame delle spade brillano felicemente alla luce.

Forse il tempo che il Signore ci lascerà non è poi tanto, ma occorre riconsacrare il mondo, poiché l’instaurazione del Regno celeste dipende solo da noi e da nessun altro.

Foto: Giusto de’ Menabuoi, Paradiso, Battistero, Padova

5 luglio 2021