Il crepuscolo delle liberaldemocrazie

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di Andrea Zhok

I. Democrazie fantastiche e dove trovarle

Nelle discussioni pubbliche sul conflitto tra Russia e Ucraina, al netto dei molti e spesso confusi argomenti che si affastellano, l’ultima linea del fronte mentale sembra correre lungo una singola contrapposizione: quella tra “democrazie” e “autocrazie”. Qualunque fatto potrà essere vero o falso, qualunque argomento potrà essere valido o invalido, ma alla fine il punto è che, grazie al cielo, da una parte ci siamo “noi”, le democrazie, e dalla parte opposta ciò che democrazia non è. Su un lato dell’abisso starebbero le “democrazie”, identificabili con le liberaldemocrazie sviluppatesi sotto l’ala statunitense (Europa occidentale, Canada, Australia, Israele, e poco altro), sull’altro starebbero “autocrazie”, o “pseudo-democrazie corrotte” (essenzialmente indistinguibili dalle autocrazie).

Questo grande schema si alimenta di pregiudizi duri a morire, come l’idea che le democrazie siano naturalmente pacifiche, e non facciano mai la guerra – naturalmente salvo quando costrette dalle infami “non-democrazie”. Lo schema è tanto vago quanto impermeabile, tanto opaco nei dettagli quanto fermo nella fede che incute.

Eppure, quando andiamo a vedere le situazioni nel dettaglio, scopriamo un quadro curiosamente frastagliato. 

Possiamo scoprire, ad esempio, che nella pur breve storia delle democrazie (che, con poche eccezioni, comincia dopo il 1945) non sono affatto mancati conflitti tra di esse (dalla guerra del Kashmir tra Pakistan e India, alle guerre del Paquisha e del Cenepa tra Perù ed Ecuador, passando attraverso le guerre tra le repubbliche jugoslave, alla guerra dei Sei Giorni – con Libano e Israele governati da democrazie, ecc.).

E poi possiamo scoprire che la democrazia per eccellenza, gli USA, è curiosamente il paese coinvolto nel maggior numero di conflitti al mondo (102 dalla sua nascita, 30 dal 1945 a oggi), conflitti, nessuno ne dubita, cui gli USA sono stati forzati controvoglia da autocrazie malvagie e corrotte; e tuttavia rimane singolare come nessuna di quelle bellicose autocrazie possa neppure lontanamente concorrere con gli USA per livello di attività bellica.

Ma a prescindere da questi punti, che possono essere ritenuti accidenti, le vere questioni sono: che cosa costituisce l’essenza di una democrazia? E perché una democrazia può essere considerata un ordinamento istituzionale di valore?

II. La democrazia: procedura o ideale?

C’è chi ritiene che la democrazia sia semplicemente un insieme di procedure, senza un’essenza funzionale o ideale. Ad esempio, la procedura elettorale a suffragio universale sarebbe caratterizzante delle democrazie. Ma palesemente avere elezioni non è una condizione sufficiente per essere ritenuti democratici: dopo tutto si tenevano elezioni anche sotto il fascismo. E che dire della combinazione di tenere elezioni e avere un sistema pluripartitico? Quantomeno se guardiamo alla percezione pubblica occidentale neanche queste condizioni sembrano bastevoli, visto che sui media sentiamo nominare come autocrazie, o comunque come non-democrazie, paesi dove si tengono regolari elezioni con una pluralità di partiti (ad esempio Russia, Venezuela e Iran). Ma se le cose stessero così, allora dovremmo chiederci un po’ più dappresso cosa sia che qualifica davvero un ordinamento democratico come tale. Qual è il senso di una democrazia? Cosa vi conferisce valore? 

Il tema è ampio, controverso e non trattabile qui in modo esaustivo, ma provo a fornire, un po’ assertoriamente, un paio di tratti di fondo che delineino il nocciolo di un autentico ordinamento democratico.

Credo che una democrazia derivi i suoi pregi di fondo da due istanze ideali, più esplicita la prima, un po’ meno la seconda: 

1) L’accoglimento di un pluralismo dei bisogni. È giusto che tutti i soggetti di un paese – se capaci di intendere e volere – abbiano la possibilità concreta di far sentire le proprie esigenze, di esprimere i propri bisogni, e di avere una rappresentanza politica capace di farsene carico. Quest’idea ha carattere principalmente difensivo, e serve ad escludere la possibilità che solo una minoranza riesca ad imporre politicamente la propria agenda e a far valere le proprie esigenze, a scapito degli altri.

2) L’accoglimento di un pluralismo delle visioni. In seconda battuta, possiamo trovare anche un’idea positiva, concernente la dimensione fondativa del “popolo”. Una visione del mondo e dell’azione collettiva nel mondo trae beneficio, forza e verità dal fatto di potersi giovare di una pluralità di punti di vista, non ristretti né ad una sola classe, né ad un solo gruppo culturale, né ad un solo retroterra esperienziale. Se nella comunicazione interna ad una democrazia (nella “politica” in senso etimologico) si ottiene una sintesi di queste prospettive esperienziali diverse, con ciò si può di principio ottenere una visione più ricca e autentica del mondo. Quest’idea non ha carattere meramente difensivo, ma attribuisce alla pluralità delle prospettive sociali un valore propositivo: la “verità” sul mondo che esperiamo non è monopolio di un gruppo particolare, ma emerge dalla molteplicità delle prospettive sociali ed esperienziali. Quest’idea è più ambiziosa ed assume che una parzialità esperienziale tenda a creare comunque una visione astratta e limitante del mondo, e che tale limitazione sia intrinsecamente gravida di problemi.

Queste due istanze, tuttavia, rappresentano in qualche modo delle idealizzazioni che hanno bisogno dell’esistenza di meccanismi capaci di trasferire quelle istanze nella realtà. Devono dunque esistere pratiche sociali, leggi, costumi, istituzioni capaci di trasformare il pluralismo dei bisogni e il pluralismo delle visioni in rappresentanze e azioni collettive. 

Il meccanismo elettorale è solo uno di questi meccanismi, ed è discutibile se sia il più importante, anche se l’esposizione periodica ad un sistema di valutazione diretta è in qualche modo cruciale come metodo di controllo e correzione dal basso. 

Ora, la verità è che il sistema di pratiche, leggi, costumi e istituzioni che permette alle suddette istanze democratiche di ottenere realizzazione è estremamente vasto ed intricato. Di fatto abbiamo a che fare con un sistema di condizioni, in cui può bastare il severo malfunzionamento di un fattore a compromettere l’insieme. Una politica non rappresentativa della volontà popolare, una magistratura condizionata da poteri esterni, un sistema economico sotto ricatto, un sistema mediatico venduto, ecc. tutti questi fattori, e ciascuno da solo, possono rompere la capacità del sistema istituzionale di rispondere alle istanze ideali 1) e 2) di cui sopra.

Prendiamo di contro il caso di un sistema spesso menzionato come manifestamente non-democratico, ovvero il sistema politico cinese. Esso non è caratterizzato dal pluripartitismo (anche se recentemente sono stati permessi partiti diversi dal Partito Comunista). Tuttavia, è una repubblica e non un’autocrazia, in quanto vi si tengono regolari elezioni che possono realmente scegliere candidati alternativi (deputati ai congressi del popolo, che possono eleggere deputati ai congressi del popolo ad un livello successivo più alto, in un sistema ascendente che giunge fino al Congresso nazionale del popolo, che elegge il Presidente dello Stato). Si tratta di una democrazia? Se abbiamo in mente le democrazie occidentali, sicuramente no, visto che ne mancano vari aspetti. Tuttavia, in qualche misura esso è un sistema che, almeno in questa fase storica, sembra accogliere almeno le istanze negative (1) di cui sopra: recepisce esigenze e richieste dal basso e vi corrisponde in modo soddisfacente. È un accidente fortunato? Si tratta di una “democrazia sui generis”?

Se invece guardiamo al sistema politico russo, qui ci troviamo davanti a qualcosa di più simile per struttura ai sistemi occidentali, visto che qui abbiamo elezioni con più partiti in competizione. Ma sono elezioni eque? O il condizionamento della libertà di stampa e di informazione è decisivo? Anche qui ha avuto luogo negli ultimi vent’anni un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione ed anche alcune limitate aperture in termini di diritti, ma siamo di fronte ad una piena democrazia?

III. Democrazie formali e oligarchie economiche

Questi modelli (Cina, Russia) che vengono spesso nominati come non-democratici sono sicuramente diversi dalle liberaldemocrazie di modello anglosassone; questa diversità presenta però anche aspetti interessanti in una prospettiva propriamente democratica, nel senso delle istanze 1) e 2). L’aspetto più interessante è una minore esposizione all’influenza di poteri economici indipendenti, estranei alla sfera politica.

Questo punto, si noti, può essere letto sia come un pregio che come un difetto in termini democratici. C’è chi direbbe che tra le componenti sociali i cui interessi devono essere presi in considerazione in una democrazia (nessuno in democrazia deve essere privo di voce) ci devono essere anche gli interessi dei ceti abbienti, e che perciò sistemi poco sensibili a quelle domande sarebbero democraticamente difettosi.

Qui però ci troviamo nei pressi di un punto critico. Possiamo fingere che nel mondo moderno le rappresentanze dei potentati economici siano un potere accanto agli altri, un’istanza sociale accanto alle altre: ci sarebbero i rappresentanti dei pensionati, dei metalmeccanici, degli agricoltori diretti, degli insegnanti, degli animalisti e poi anche dei fondi di investimento internazionale, come un gruppo di pressione accanto ad altri. Solo che questa è naturalmente una pia frottola. Nel mondo odierno, in dipendenza dall’evoluzione del moderno sistema capitalistico, il potere di gran lunga più influente e onnivoro è rappresentato dai grandi detentori di capitale, che quando operano per interessi di ceto esercitano un potere non limitabile da alcun’altra componente sociale. Per questa ragione, ovvero a causa del ruolo abnorme in termini di potere che può essere oggi esercitato dal capitale, può accadere che formati istituzionali meno “democraticamente ricettivi”, in paesi “a democrazia imperfetta” offrano una maggiore resistenza alle istanze di capitale rispetto a paesi sulla carta più democratici.

Questo punto va compreso bene, essendo davvero molto delicato.

Da un lato, che le democrazie, in assenza di robusta sorveglianza e forti correttivi, possano degenerare rapidamente in plutocrazie, ovvero nel governo di fatto di ristrette élite economiche, è certo al di là di ogni possibile dubbio. Si tratta di una tendenza strutturale che solo ciechi o ipocriti possono negare. Dall’altro lato, questo non significa di per sé che sistemi che si presentano come potenzialmente “resistenti alla pressione plutocratica” lo siano davvero, né che siano effettivamente in grado di promuovere un’agenda di interessi prossimi al popolo (il caso storico del fascismo italiano, inventore dell’espressione “demoplutocrazia”, rimane lì come ammonimento).

In questa fase storica, il problema visto dal punto di vista di una liberaldemocrazia occidentale non è quello di idealizzare altri sistemi o imitare altri modelli, che magari in questo momento si mostrano capaci di fare gli interessi della propria popolazione. Per dire, è argomentabile che il sistema istituzionale cinese negli ultimi decenni stia acquistando credito per la sua capacità di migliorare, non solo economicamente, la condizione della propria immensa popolazione. Ma si tratta di un sistema che si è evoluto su basi culturali e storiche altamente specifiche, non replicabili né trasferibili, dunque è opportuno studiarlo, è giusto rispettarlo nella sua diversità, ma bisogna anche evitare idealizzazioni o improbabili “trasferimenti di modello”. 

L’importanza storica dell’esistenza di una pluralità di modelli è insieme geopolitica e culturale. Sul piano geopolitico il pluralismo multipolare può limitare le tentazioni imperiali di un singolo agente storico: con tutti i limiti dell’URSS, la sua mera esistenza nel secondo dopoguerra produsse maggiori spazi di opportunità in occidente, grazie allo stimolo fornito dall’esistenza di un modello sociale alternativo, cui raffrontarsi. Il multipolarismo è una sorta di “democrazia tra nazioni”, e consente di ottenere a livello di comunità storiche gli stessi effetti idealmente promossi sul piano interno da una democrazia: l’accoglimento di una pluralità di bisogni e di una pluralità di visioni.

IV. Opzioni crepuscolari

Il problema che ci si presenta ora, con terribile urgenza e gravità, è che il sistema delle liberaldemocrazie occidentali dà chiari segni di essere arrivato ad un punto di non ritorno. Il blocco delle liberaldemocrazie occidentali, dopo un cinquantennio di involuzione neoliberale, è in condizione di bancarotta democratica avanzata. Dopo la crisi del 2008, e in modo sempre crescente, abbiamo assistito ad un allineamento di interessi dei maggiori potentati finanziari, allineamento dipendente dalla percezione di una crisi epocale incipiente che coinvolgerà tutti, inclusi i rappresentanti del grande capitale.

Cose note da tempo, ma la cui consapevolezza era stata finora tenuta lontana dalla coscienza operativa, ora si presentano come evidenze non più aggirabili dai maggiori attori economici. 

È noto che il sistema economico capitalistico emerso dalla rivoluzione industriale ha bisogno di espandersi, ampliarsi e crescere indefinitamente per poter corrispondere alle aspettative che genera (e che lo tengono in vita). È parimenti noto che un sistema a crescita infinita è nel lungo termine autodistruttivo: lo è sul piano ambientale per ragioni logiche, ma ben prima di arrivare a crisi ambientali definitive esso sembra essere entrato in crisi sul piano politico, in quanto la sovraestensione del sistema produttivo globale lo ha reso sempre più fragile. L’arresto del processo di globalizzazione, di cui si parla in questo momento, non è un evento tra gli altri, ma rappresenta il blocco della principale direzione di crescita degli ultimi decenni. E il blocco della fase espansiva per questo sistema equivale all’avvio di un crollo / cambio di sistema.

I lettori di Marx, sentendo menzionare l’idea di un crollo di sistema potrebbero trarne lieti auspici: dopo tutto la profezia sull’insostenibilità del capitalismo ha una ricca e prolifica tradizione. Purtroppo, l’idea per cui l’abbattimento del capitalismo debba sfociare in un sistema idealmente egalitario, un viatico alla realizzazione del potenziale umano, appare da tempo come una prospettiva affetta da implausibile meccanicità.

La situazione che si profila agli occhi dei più attenti e potenti tra gli attori economici internazionali è piuttosto la seguente. A fronte di una promessa di crescita sempre più instabile ed incerta si profilano essenzialmente due sole direzioni possibili, che potremmo chiamare le opzioni: a) “cataclismica” e b) “neofeudale”.

  1. a)I processi degenerativi innescati dalle crisi incipienti possono sfociare in una grande distruzione di risorse (come fu, l’ultima volta, la Seconda guerra mondiale), una distruzione tale da rimpicciolire forzosamente il sistema, economicamente e demograficamente, riaprendo così la strada ad una riedizione della prospettiva tradizionale, ad un nuovo ciclo identico ai precedenti, dove la crescitaè la soluzione invocata per tutti i mali (disoccupazione, debito pubblico, ecc.). Difficile dire se qualcuno davvero persegua attivamente una strada del genere, ma è probabile che ai vertici dell’odierna piramide alimentare questa prospettiva venga percepita come una possibilità da accogliere senza particolari patemi, come un’opzione interessante e non sgradita. 
  2. b)In mancanza di eventi cataclismici, l’altra strada aperta per i grandi detentori di capitale è rappresentata dal consolidamento del proprio potere economico in forme di potere meno mobile di quello finanziario, meno dipendente dalle vicissitudini del mercato. Il potere economico ambisce ora a passare sempre più dalla forma liquida ad una forma “solida”, sia come proprietà territoriale, immobiliare, sia come diretto potere politico o (che è lo stesso) mediatico. Quest’opzione, un po’ come avvenne alla caduta dell’Impero Romano, dovrebbe consentire ai grandi detentori di capitale di trasformarsi direttamente in autorità ultime, in una sorta di nuova aristocrazia, di nuovo feudalesimo, solo senza investiture spirituali.

Questo duplice scenario può presentarsi però anche in forma di oscillazione tra implementazioni parziali di queste opzioni. È molto probabile che, come è tipico per soggetti adusi a “differenziare il portafoglio” per ridurre i rischi, ai vertici entrambe le opzioni, a) e b) vengano intrattenute in parallelo, soppesate, e preparate simultaneamente. Questo è un tratto tipico della razionalità capitalistica e specificamente neoliberale: non ci si impunta mai su una singola prospettiva, che in quanto tale ha sempre un carattere contingente e rinunciabile: ciò che conta è la configurazione creata dall’oscillazione tra le varie opzioni, purché tale oscillazione consenta comunque di rimanere in posizione di preminenza. Dunque, è possibile che l’esito di questa opzione bicipite sia una oscillazione tra due versioni parziali: distruzioni più circoscritte di un cataclisma globale, abbinate ad appropriazioni di potere politico-mediatico più circoscritte di un balzo di sistema in un nuovo feudalesimo postmoderno.

Questa terza opzione è la più probabile e la più insidiosa, perché può prolungare per decenni un’agonia sociopolitica senza sbocco, cancellando gradualmente la memoria di un mondo alternativo nella popolazione. La fase in cui ci troviamo è una fase di accelerazione di questi processi. I media delle liberaldemocrazie si muovono già pressoché all’unisono su tutti i temi fondamentali, creando le agende dei “temi del giorno” con le relative interpretazioni obbligatorie. Qui è importante capire bene che in sistemi di massa ed estensione come quelli moderni non è mai importante avere il controllo del 100% del campo. La sopravvivenza di istanze e voci minoritarie, infragilite e prive di capitali a supporto, non rappresenta alcun rischio né alcun elemento ostativo. Il 100% del controllo è desiderabile solo in quelle forme, dove la dimensione politica ha la priorità, in cui un’opinione di minoranza può conquistare le menti e divenire opinione di maggioranza. Ma se la politica è di fatto già posseduta da forze extrapolitiche, come le strutture di finanziamento o di appoggio mediatico, il dissenso marginale può essere tollerato (almeno finché non dovesse divenire pericoloso).

Le liberaldemocrazie occidentali, che recitano oggi la parte del cavaliere dell’ideale offeso dalla brutalità autocratica, sono in verità da tempo delle sceneggiate inconsistenti in cui la democrazia è una suggestione e, per alcuni, una nostalgia, con poco o nulla di reale dietro. Con la politica e l’apparato mediatico già massivamente sotto ricatto – o a libro paga – le nostre democrazie fantasticano vantandosi di rappresentare un mondo che non c’è più, se mai c’è stato. 

Rispetto a sistemi che non hanno mai avuto la pretesa di essere pienamente democratici i nostri sistemi hanno un problema supplementare: non sono minimamente consapevoli di sé, dei propri limiti e perciò anche del pericolo che corrono. Le liberaldemocrazie occidentali sono aduse essere quella parte del mondo che ha trattato il resto del pianeta come il proprio pied-à-terre negli ultimi due secoli; a partire da questo atteggiamento di superiorità e sufficienza, i cittadini delle nazioni occidentali non riescono a vedersi con gli occhi di nessuno che non siano sé stessi, non riescono a rappresentarsi se non nella forma della propria autorappresentazione ideale (spesso cinematografica), non riescono neppure ad immaginare che possano esistere forme di vita e di governo differenti dalla propria. 

L’Occidente si trincera, come ultimo baluardo, dietro a scampoli di saggezza spicciola, tipo il celebre aforisma di Churchill: “La democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre finora sperimentate.” Questa brillante battuta, spesso ripetuta, incorpora il gesto consolatorio di pensare che, sì, certo, avremo pure un sacco di difetti, ma una volta pagato tributo formale ad essi, non dobbiamo più preoccuparcene, perché siamo comunque senza paragone il meglio che la storia dell’umanità ha prodotto.

Ecco, i Romani devono essersi ripetuti qualcosa del genere fino al giorno prima che i Visigoti di Alarico mettessero Roma a sacco.

Foto: Idee&Azione

12 aprile 2022