Il filo d’oro

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di Massimo Selis

Un oscuro padrone schiavizza le infantili coscienze di questa umanità: il terrore. Colui che divora l’ignoto e l’inatteso, perché le pareti del suo palazzo devono brillare di una sola falsa luce, la sicurezza. E così alfine, ogni cosa si va facendo manifesta spalancando i cancelli dei cimiteri ben nascosti nelle nostre interiorità. Non eravamo preparati nemmeno all’idea della morte, perché siamo estranei alla vita.

E non valgono le etichette formali di un credo piuttosto che un altro. Le anime sono nude – prego, guardatele pure! – una volta tanto il pudore non serve. Tuttavia, se di molte fra loro si possono già scrivere i necrologi, anche quelle che alzano la voce per smascherare la dilagante follia forse non hanno inteso granché della Vita e del suo Mistero.

C’era una volta, tanto tempo fa, nella vecchia Cina, un Mandarino ricco e potente. Egli amava così tanto la musica, che dall’interno del suo grande palazzo uscivano sempre suoni melodiosi, al punto che i contadini dei villaggi circostanti chiamavano quel palazzo “la scatola della musica”. Un giorno il Mandarino, ormai divenuto anziano, si trovava a passeggiare nel bosco, quando sentì una musica straordinaria, mai udita prima: così bella, così piena di vita e di gioia! Era il canto di un usignolo.

Ordinò allora ai suoi servi che lo catturassero immediatamente. Gli fece dunque preparare una gabbia d’oro tempestata di diamanti. Ma l’usignolo, nella gabbia, taceva ed era triste. Angosciato, il Mandarino indisse una riunione del consiglio di governo. Venne deciso di liberare l’usignolo, attaccando però alla sua zampetta un lungo e sottile filo d’oro, in modo che potesse volare, ma dentro al giardino. L’usignolo, però, più saggio degli uomini, non s’illuse di questa finta libertà. Volò in alto, in alto… finché tra le nubi trovò la morte!

Anche quando crediamo di essere liberi, in realtà non lo siamo. Un filo d’oro ci tiene legati ad uno o più beni con cui identificarci; siamo come quel piccolo usignolo della leggenda. Il male, che è molto più astuto di noi, sa che sono proprio le nostre qualità e non i nostri difetti che ci impediscono di spiccare il volo. Perché ad esse volgiamo il nostro attaccamento. Quei piccoli beni formano la barriera tra noi e il bene maggiore.

Non si tratta solamente di beni materiali o sociali, come la sicurezza economica, la reputazione e la stima, le relazioni. Le nostre unghie affondano ancor di più nei beni più insospettabili: in quelli psicologici, intellettuali e addirittura in quelli spirituali. L’attaccamento è massimo per le nostre capacità, qualità originali, i titoli e le conoscenze, la purezza e l’umiltà interiore, la vita ascetica.

Essere liberi significa allora spezzare questi attaccamenti, per essere pronti a seguire con slancio la missione che Dio traccerà di volta in volta per ciascuno di noi. Potremmo dover gettare alle spalle quanto di più caro abbiamo perché nel viaggio che ci si prepara davanti sarebbe un’inutile zavorra. Non è tanto il bene che dobbiamo abbandonare, quanto l’attaccamento che abbiamo per esso. Anche se ci venisse chiesta la sua totale rinuncia, ci potrebbe essere restituito a metà della corsa, ma questo all’inizio non è dato conoscerlo.

Chi è capace di spezzare il filo d’oro sperimenta qui la vittoria sulle “piccole morti” preludio a quella finale. Che altro sarebbe la vita se non una prova ontologica che non deve solo essere affrontata, ma superata!

Abramo, a cui viene chiesto di sacrificare il suo unico figlio, è sagoma dell’uomo che deve puntare la lama del coltello alle sue più radicate certezze (Isacco), se vuole guadagnare la vita divina. Non si è per la Vita senza prima aver dimostrato di aver vinto la paura per queste “piccole morti”.

Gli sconvolgimenti sociali e culturali di questi tempi ultimissimi chiamano a gran forza le anime a tale coraggio. Nessun cambiamento è senza dolore, e ogni “nascita” si veste col rosso del sangue. Chi si tirerà indietro, non potrà dire di aver ricacciato le tenebre, né di solcare i mari della luce. Egli sarà solo un sonnambulo che crede di esser sveglio, uno che è estraneo alla vera morte, perché si accontenta dell’ideologia della vita.

Foto: Idee&Azione

16 giugno 2021