Il giovane ricco

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di Massimo Selis

La strada era tracciata, lunga e tortuosa, ma il traguardo sicuro. Poi d’un tratto – in verità i segni erano già stati posti lungo il cammino – la Storia, e chi dall’alto la comanda, ci mette davanti un ostacolo che ostruisce il passo. Su un lato, una deviazione, un sentiero stretto che si inerpica su di una collina verde. Gli alberi fitti e bassi. Eppure lassù, in cima, la vista deve essere meravigliosa e l’aria fresca e chiara. La crisi (krisis) porta con sé la scelta e perciò un cambiamento.

Nei Vangeli sinottici si narra il dialogo di Gesù con un uomo che, corsogli incontro, gli si getta ai piedi domandandogli cosa dovrebbe fare per avere la vita eterna. Molti di noi, oggi, sono come quell’uomo e molti di noi sembrano ancora scegliere la sua stessa risposta all’invito di Gesù di lasciare le sue ricchezze per seguirlo. Ma sono i sensi ancor più profondi che affiorano scavando nel testo, a meglio descrivere l’anima della presente umanità incapace di accogliere l’attuale crisi come una Grazia letteralmente precipitata dal cielo.

Quell’uomo aveva percorso la difficile via della perfezione personale, la via delle virtù. Era un uomo giusto, pio, un esempio per molti. Aveva ottemperato a tutti i comandamenti che Gesù gli elenca, comandamenti che, si badi bene, riguardano la vita di relazione con gli altri, azioni esteriori, di “questo mondo”: «Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Gesù infatti omette il primo comandamento, quello che riguarda il rapporto con Dio, quello che dà forma e sostanza a tutti gli altri. Se si tronca il principio, tutta ha un colore e un sapore differente. Potrà anche apparire buono agli occhi degli uomini, ma solo nella misura in cui essi non sono capaci di leggere le persone e le azioni con gli stessi occhi di Dio. L’uomo era dunque cresciuto nella perfezione creaturale, che rimane quella del paradiso terrestre, del settimo giorno; Gesù gli propone la via per la divinizzazione nell’eucarestia dell’ottavo giorno. L’uomo appella Gesù come Maestro, come colui che ha qualcosa da insegnare perché ha autorità, ma Gesù gli risponde che egli deve comprenderlo nella sua vera natura: la Divinità. Perciò lo “vede” e lo invita con sé nella sua comunione (traduzione corrente: lo amò).

Ma per seguire la via della comunione, occorre riposizionare la bussola, liberarsi da tutti gli attaccamenti che hanno eretto l’immagine che abbiamo di noi stessi, l’immagine che anche gli altri conoscono. «Va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Le ricchezze di cui parla Gesù non sono i beni materiali, ma i nostri doni, i talenti che abbiamo ricevuto e che siamo chiamati ad accrescere e perfezionare. Le ricchezze sono anche la cultura, una posizione di privilegio.

Seguendo la decriptazione del testo fatta da Vincenzo Romano, possiamo meglio intendere: «Agisci da servo (traduzione corrente: va’), prendi i tuoi beni e portali in piazza. Dai te stesso ai poveri. E così ti farai povero anche tu. Nella comunione che Io ti ho offerto ti dico “Seguimi nella Divinità”. E ti trasporterò dentro al Mistero di Dio». Bisogna riconoscersi servi, umili amministratori qui in terra di beni che germogliano in cielo. Bisogna abbassarsi verso il prossimo e darsi completamente a lui, farsi letteralmente eucarestia vivente e lasciarsi “mangiare” da lui.

L’uomo però davanti a tale invito, se ne va rattristato. Non accetta il cambio di rotta. Continua a vivere nella solitudine delle sue virtù, mancando però la comunione col Cristo. La tristezza con cui se ne va è tuttavia indizio che la grazia l’ha toccato. Questa tristezza è dono di Dio che lo chiama a sé e continuerà a chiamarlo. Ha la tristezza di chi non sa rinunciare ad un bene, per un Bene più grande. Lo sguardo infatti non dovrebbe restare su ciò che si lascia, ma su ciò e su Chi si guadagna. Per questo, ai suoi discepoli Gesù poi sentenzia: «non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà». Non indica l’aver lasciato la moglie, perché questa simboleggia la Chiesa e la Comunione. L’individualità può e deve essere abbandonata, ma per guadagnare la Comunione con la realtà di tutto il mondo.

Come non vedere che oggi siamo come quel “giovane ricco” così resistenti ad accogliere l’invito a salire lungo lo stretto sentiero verso la cima della collina? Come non vedere che siamo del tutto incapaci di riconoscerci come semplici amministratori di doni celesti? Molti fra noi, che oggi sollevano la voce contro la Giustizia calpestata e deturpata, hanno nel bagaglio molte virtù, molti titoli, molte opere buone, molta cultura, una rispettabile posizione sociale. Eppure, la ricerca della perfezione personale, come obiettivo assoluto, è il più temibile degli idoli, perché costruisce un altare al proprio ego. Molti fra noi hanno lavorato un’intera esistenza per divenire delle brave persone, meglio ancora se acculturate, e per circondarsi da altre brave persone. Ma la Vita, che ora sta chiamando con forza, viaggiava su un altro sentiero, ed è stata mancata, totalmente!

Ora la Storia ci impone un ripensamento di tutto ciò che abbiamo creduto e fatto. Perché l’ora è propizia per questo cambiamento: è il kairós. Eppure, noi ci sentiamo già dalla parte dei “buoni”, e vorremmo solamente occupare i posti che per troppo tempo sono stati usurpati dai “cattivi”. Vorremmo che il mondo cambiasse, senza cambiare noi stessi. Abbiamo paura di perdere la nostra tranquillità, di essere destabilizzati, di essere messi in crisi. E a guardarci dentro, senza ipocrisia, ci ritroviamo abitati dalla solitudine. Abbiamo perduto il dialogo con le anime, e quindi, quello ancora più importante, con Dio.

Questa umanità è senza Vita. Tutta questa umanità. Non ha lo spirito di servizio, che sgorga da un intelletto illuminato dalla fede. I saperi umani si sono rivelati sterili. Buoni solo a nutrire il proprio ego. È necessario invocare la Sapienza che dall’alto possa scuotere e svegliare qualche anima. Quella stessa Sapienza che sola può dare la forza di superare l’ostracismo, il tradimento anche degli “amici”. Verrà il momento, e per alcuni potrebbe essere già ora, in cui ci si troverà abbandonati da tutti. In primis da coloro che si battono “dalla parte giusta”. Perché, al fondo, vogliono continuare sul cammino di morte della perfezione personale. Non si accorgono ancora di appartenere ad un mondo che virtualmente è già defunto. Anche il conforto della comunità, quindi, del proprio gruppo, si rivela un inganno da cui liberarci. Chi sceglie la Vita e la Verità, sa di accompagnarsi lungo il cammino anche alle persecuzioni.

Da una parte la via virtuosa, dall’altra la Vita.

Da una parte la solitudine dell’ego, dall’altra la Comunione.

Da una parte i saperi profani, dall’altra la Sapienza che prepara l’umanità alla metànoia finale.

È la crisi, è il giudizio e la scelta.

Non accoglierla ora renderà ancora più violente le devastazioni che colpiranno la Terra negli anni a venire. Ogni nostro No ritarda l’instaurazione del Regno. Questo è il momento per pronunciare il primo Sì.

O si è servi o non si È.

Foto: Heinrich Hofmann, Gesù e il giovane ricco (1889); Riverside Church, New York

16 ottobre 2021