Il livore verso chi fa il bene

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di Belinda Bruni

“Non fare del bene se non hai la forza di sopportare l’ingratitudine”, ammoniva saggiamente Confucio. A tutti è accaduto, prima o poi, di fare del bene e non ricevere nemmeno un grazie. Tutti siamo portatori della tentazione dell’egoismo e dell’ingratitudine, del ritenere che tutto ci sia dovuto.

Debolezza umana, più o meno marcata, che si affronta con una buona educazione (è ancora possibile usare questa parola?) fin da fanciulli, e con il custodire la memoria del bene ricevuto. La memoria ci abitua all’esercizio della gratitudine per essere stati accolti, amati e compresi e ci prepara a fare altrettanto per altri. La gratitudine fa bene alla vita. È una condizione dell’esistere a fondamento del Bene individuale e comune.

Oltre la debolezza umana e la mancanza delle basi di una buona formazione alle relazioni umane, troviamo una condizione più grave e molto diffusa nel mondo odierno, alimentata dall’individualismo e dall’egocentrismo: l’odio vero e proprio verso coloro da cui abbiamo ricevuto il bene.

Un astio rancoroso, un’invidia terribile verso la persona che è capace di fare il bene. Uno stato di inadeguatezza per aver avuto bisogno di aiuto, un senso di inferiorità verso chi è visto come migliore di noi e più capace.

Colui che riceve il bene si sente inchiodato in un debito di riconoscenza, se non verso chi fa il bene, almeno nei confronti della vita, manifestando ad altri quella stessa disponibilità che ha ricevuto.

Un debito che non tollera, un compito che non vuole assumere o non se ne sente all’altezza.

La risposta è la negazione del bene ricevuto, dal negare di aver mai chiesto qualcosa, allo sminuire il valore dell’aiuto, fino al vero e proprio attacco verso il benefattore con calunnie e fango.

Maria Rita Parsi la definisce Sindrome rancorosa del beneficato, nome altisonante (come molte definizioni psicologiche che usano nomi complicati per descrivere situazioni semplici) e la collega all’invidia primaria, sentimento di rabbia verso una persona che possiede qualcosa che noi desideriamo. L’invidia mira a danneggiare ciò che non si possiede perché non lo abbia nemmeno l’altro e riporta al rapporto primario con la madre. L’impulso invidioso cerca di derubare la madre e di mettere al suo interno le parti cattive del proprio Sé, allo scopo di danneggiarla.

Da adulto il livore rancoroso poggia sul percepire il benefattore come troppo potente e capace di annientare chi riceve il bene. Riconoscersi come beneficato è il primo passo per una sincera gratitudine e una matura capacità di fare il bene.

Non mettiamo in dubbio che un’elaborazione di questo tipo possa portare il rancoroso ad osservarsi e a provare a mettere insieme le parti di Sé che sono state scisse e tenute ben separate. Ma crediamo che tale visione da sola sia riduttiva. Oltre la dimensione psicologica vi è la dimensione spirituale dell’uomo ed è qui che si gioca la capacità della gratitudine matura.

L’uomo è creatura, non è onnipotente. Non si dà la vita da sé. È figlio, di un Padre onnipotente, ma misericordioso. È fatto a immagine e somiglianza di Dio, il suo percorso sulla terra è la santificazione, a imitazione di Cristo. Il primo passo è riconoscersi figlio.

Noi nasciamo beneficati da un Dio che si è fatto uomo ed è morto per noi, che “si è gettato in acqua per salvarci”, noi uomini trasportati dalla corrente verso morte sicura: ha lasciato la sua riva e si è fatto prossimo a noi, a costo della vita. Ecco la vera gratuità, l’amore oblativo. Questo non ci schiaccia, ma ci libera. Essere figli significa avere un posto nel mondo, talenti da mettere a frutto, un destino da compiere. Ognuno il suo. Non siamo soli, siamo figli e siamo fratelli e ci salviamo insieme. Nessuno si salva da solo. Aiutare l’altro a compiere il proprio destino fa parte del nostro cammino.

La gratitudine e la figliolanza ci spingono ad operare perché il Bene e il Bello si manifestino, perché gli altri siano messi nelle condizioni di realizzare il Bene e il Bello. E se le regole e le consuetudini ostacolano questa realizzazione, esse vanno spontaneamente aggirate.

Noi siamo figli di un Padre che ci lascia liberi e ci attende fino all’ultimo passo.

Fino alla fine non ci è preclusa la salvezza. I lavoratori dell’ultima ora avranno la stessa paga di quelli della prima ora. Ed è una splendida notizia, perché nessuno è perduto fino alla fine e ognuno può aiutare un fratello ed essere aiutato.  “Oppure sei invidioso perché io sono buono?”  il padrone ammonisce i lavoratori della prima ora che protestano contro quelli dell’ultima ora.

La gratitudine scaturisce dall’aver ricevuto il bene più grande: la vita eterna. E che l’abbiano ricevuto anche gli altri non ci toglie nulla. Se non sperimentiamo la gratitudine vuol dire che non siamo credenti. Anche la Preghiera delle Ore inizia con le Lodi mattutine e ci insegna che le nostre giornate devono iniziare con un “Grazie”.

Ma cosa fare nella vita ordinaria a fronte dell’ingratitudine?

Non smettere di essere generosi, fare il bene perché è giusto e non per avere in cambio; essere grati a nostra volta nei confronti della vita per poter fare il bene.

Ma saper dosare e prendere le distanze dall’ingrato rancoroso è rispetto per se stessi e un atto di carità verso l’altro. Non eccedere nel “fare il bene” oltre le nostre forze fino a svuotarsi; o cedere alla tentazione di fare “molto bene per essere molto amati”. Usare il discernimento. Lasciare il livoroso nel suo odio senza nemmeno tentare di correggerlo e metterlo di fronte alla sua mancanza non è amore.

Amiamoci abbastanza da non lasciarci distruggere dal rancore invidioso, amiamo abbastanza l’altro da non giustificarlo nel suo odio.

«L’ingratitudine è sempre una forma di debolezza. Non ho mai visto uomini eccellenti che fossero ingrati» (Johann Wolfgang Goethe).

Puntiamo all’eccellenza. Siamo figli di Dio, non del caso.

Foto: Gli operai della vigna, miniatura dal Codice aureo di Echternach, Museo nazionale di Norimberga

16 agosto 2022