Il mondo capovolto di Lupo De Lupis

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di Roberto Pecchioli

Per caso abbiamo ascoltato il dialogo tra due bambine delle scuole elementari: compunte, serissime come sanno essere a quell’età, discutevano dei massimi sistemi e sostenevano che i lupi sono buoni. Parola delle maestre. Ci è venuto in mente un cartone animato di tantissimi anni fa, il cui protagonista era Lupo De Lupis, “il lupo tanto buonino”. Aveva un romantico, mondano accento francese e, a differenza dei lupi delle fiabe e di quelli veri, era animato da ottimi sentimenti. Incompreso, finiva sempre per essere picchiato e cacciato, vittima del pregiudizio di essere un lupo.

Se Lupo De Lupis tornasse, sarebbe sorpreso di quanto è cambiato il mondo dagli oscuri anni Sessanta. In altri cartoni che hanno forgiato l’immaginario infantile di generazioni c’erano topi tutti “legge e ordine” – Topolino di Walt Disney – infallibile investigatore al servizio delle istituzioni, un gatto maldestro, Silvestro, che non riusciva mai a catturare il petulante canarino Titti e persino un leone mansueto, Svicolone, lesto a fuggire, doppiato con una gioviale cadenza bolognese.

Erano già in fila tutte le premesse del mondo sottosopra, alla rovescia, negatore della realtà naturale. L’ associazione di idee corre a un quadro surrealista di René Magritte, Il castello dei Pirenei. Una fortezza merlata dall’aspetto impenetrabile si erge sopra un enorme masso sospeso su un mare grigio e ondeggiante. Tra le varie interpretazioni “serie”, una, la meno attendibile, è la nostra: una civiltà arroccata in se stessa, priva di ancoraggi, sostenuta da un sistema di valori estranei alla realtà, fluttuante sul nulla, rappresentato dal mare minaccioso e scuro. Surrealismo, la rivincita impossibile di un mondo inesistente, irrazionale ed onirico.

Negli stessi anni di Lupo De Lupis, del gatto Silvestro e dell’orso Yoghi, socievole, bonaccione, simpatico ladruncolo dei cestini delle merende, ci entusiasmavamo al cinema per le imprese dei cow boys e dei soldati blu in lotta con i selvaggi pellerossa, colpevoli di difendere la terra dei padri dall’ ingordigia degli invasori.

Tutto era molto chiaro, benché già capovolto, in quella colonizzazione culturale. Il percorso ha raggiunto il suo culmine nel presente: lupi buoni, negazione della natura e della biologia a favore del “costrutto culturale”, disprezzo di tutto ciò che è stato faticosamente costruito nei secoli e nei millenni. Resta il bisogno umano di tracciare una linea che divide il bene e il male, una bussola per orientare il cammino. La differenza è l’inversione dei fattori, ma “noi” siamo sempre di qua (i buoni, colti, illuminati) e gli altri di là (i cattivi, i selvaggi). Josep Borrell, Alto (!!!) Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, a proposito delle guerre e delle turbolenze presenti, ha dichiarato che “noi siamo il giardino”. Gli altri – immaginiamo – l’orrenda oscurità da squarciare anche con le armi.  

Certo, rassicura pensare che ci sia una linea di demarcazione tanto netta. Buoni e cattivi: semplifica le cose, specialmente se il giardino dei buoni è abitato da noi. Tracci una linea per terra e trascorri la vita a posizionare l’uno e l’altro di qua o di là in base al criterio che ti è stato fornito, ma che ritieni frutto della tua libera, virtuosa riflessione. Le esperienze, le vicende della vita, i capelli grigi fanno capire solo a qualcuno che la linea disegnata con tanta sicurezza è opaca e niente affatto retta.

La frontiera è tra chi è “uno di noi” e chi, non essendolo, entra nel novero dei malvagi e perfino degli sciocchi. Strano che i cretini stiano sempre dall’altro lato.  

Prima la distinzione coinvolgeva anche gli animali. La gazzella e il leone, la volpe e le galline. Inutile ricordare chi è buono e chi cattivo. Eppure gli animali vivono di istinti e mancano di inclinazioni al bene o al male. Agiscono in base a ciò che serve alla conservazione della vita e della specie. Non aspirano ad altro, quindi è assurdo attribuire loro “diritti” nel senso umano del termine, come vuole una folle cultura dominante.  Il leone non odia la gazzella: è semplicemente carnivoro, il gatto non attacca per gusto topi o uccellini (l’orribile Titti…).  Quasi tutti, poi, come gli stessi umani finché non sono stati assaliti dalle ubbie della civilizzazione, hanno un forte istinto territoriale, difendono il “loro” spazio e la progenie. Sono forse tutti razzisti, da iscrivere senz’altro nel girone del Male?

Il caso del lupo è diverso, ha radici negli aspetti più profondi delle nostre paure. Per generazioni fu l’incarnazione del male e della cattiveria. Le madri zittivano i bambini minacciandone l’arrivo. Era il nemico dell’uomo perché colpiva le greggi e gli animali d’allevamento. Ma soprattutto per l’apparente irrazionalità malvagia del suo comportamento: il lupo non si limita a cacciare per sfamare se stesso e il branco, ma azzanna, sgozza e lascia sul terreno le vittime.      

Per questo, l’inimicizia del contadino e dell’allevatore verso il lupo persiste e aumenta con l’avanzare dei branchi verso le aree dominate dagli uomini. Per converso, gli umani di città, che guardano solo la TV e cianciano di natura davanti all’aperitivo, privi di relazione con l’ambiente e le sue leggi, difendono i lupi sino a ribaltare la vecchia fama. Possono addirittura pensare che siano “buoni” e cattivo l’uomo che tende trappole o spara ai superbi esemplari di Canis Lupus – che non è un placido animale da salotto, solo un po’ più fiero e riservato. Forse viene scambiata per bontà la prudente tendenza a evitare la prossimità con l’homo sapiens.

Il lupo rappresenta il male in senso ancestrale, in quanto non uccide solo per soddisfare il suo appetito ma anche come modalità di scarico dell’adrenalina che si porta dentro, che non si esaurisce finché non ha sgozzato un certo numero di animali più deboli. Quella tensione non può essere fermata: è un disegno della natura, l’animale non ha scelta. È un lupo e si comporta da lupo: uccide e se ne va.

Il lupo fa danni e l’uomo moderno – che considera il lupo “buono” e se stesso la quintessenza della civiltà e della bontà – fa leggi per proteggerlo. Nessuna malvagità nell’istinto dell’animale, ma in ossequio al sentire comune contemporaneo i “buoni” difendono i lupi, mentre “cattivi” sono coloro che difendono se stessi. In alcune zone rurali si è diffusa la consuetudine di inserire nel gregge un asino. Il simpatico equino – inseguito a sua volta dalla cattiva nomea di stupidità per la sua ritrosia a faticare per l’uomo – “sente” i lupi, raglia e avverte del pericolo. Non ci stupiremmo se la bontà dei Lupo De Lupis postmoderni considerasse tale pratica violenza contro il povero asinello.

Il privilegio di vivere in questo Occidente infatti è che siamo tutti buoni. Tranne pochi riottosi come lo scrivente, che – lo confessa con riluttanza – non amava Topolino, preferiva i soldati grigi confederati a quelli blu, stimava i guerrieri indiani, animati dal senso dell’onore e dal radicamento nella loro terra, ed era infastidito dalla bontà dolciastra di Garrone nel libro Cuore, il gigante povero e mitissimo, ligio all’autorità costituita. Non facevamo il tifo per Franti – il ragazzino torvo e maledetto, la malvagità in persona – ma l’abbiamo spesso giustificato. Fin dall’adolescenza, infatti, eravamo stati inseriti oltre la linea, nel campo dei cattivi.

Oggi tutti paiono buoni e benintenzionati, perfino i lupi, che impartiscono lezioncine travestiti da agnelli. Civiltà del buonismo: viva Lupo de Lupis.  Il risultato è che, nell’alluvione di finta bontà, tutto si capovolge e non ci sappiamo né vogliamo difendere. Se tutti sono buoni, a che serve? In lingua francese un’espressione idiomatica “entre chiens et loups”, tra cani e lupi, indica l’ora dell’imbrunire in cui colori e contorni sfumano e una cosa non si distingue più dall’altra.

I lupi non sono buoni, esattamente come non sono cattivi, due categorie soltanto umane. Per Ramiro De Maeztu, scrittore spagnolo, “essere è difendersi”. Difendersi non è attribuire categorie o etichette consolanti, ma distinguere con realismo il bene e il male per agire di conseguenza, seguire le tracce della verità senza credere nelle utopie di bontà universale. Non è vero che tutto può essere risolto attraverso il dialogo. Provate a dialogare con il lupo in azione, predicare tolleranza verso le pecorelle. Siamo così buoni e benintenzionati da dimenticare di difendere noi stessi e proteggere ciò che è nostro.

Branchi di lupi tanto buonini ci circondano. I loro morsi sono pensiero unico obbligatorio, minacce nucleari, dominio dei signori del denaro, imposizione di modelli esistenziali ed economici, boicottaggio di oleodotti, menzogne spacciate per clamorose verità scoperte solo da loro, virus che sfuggono ai cattivi pipistrelli. I lupi agiscono in branco se vedono un gregge debole, una difesa abbandonata. Un’Erinni seminuda del gruppo Femen irruppe in una chiesa urinando e simulando un aborto davanti alla Madonna: fa parte dei buoni, dovrà essere risarcita. Il suo era gesto era espressione del libero pensiero.

Buoni sono anche i cretini “climatici” che hanno cercato di deturpare i Girasoli di Van Gogh. Cattivo era il gigante olandese, anche se non riusciamo – al di là della furia nichilista- a comprendere il senso di ciò che fanno.  D’altronde, apparteniamo ai cattivi incalliti da troppo tempo per vedere la luce dei giusti. E giusti – come no – sono i liberatori anglosassoni i cui avi trassero popolazioni in schiavitù e legittimarono i corsari, banditi del mare autorizzati dalla Corona. Buoni per definizione, esportatori di bontà sotto forma di “democrazia”, quelli che lanciarono due ordigni nucleari su un nemico sconfitto, ci occupano e colonizzano la nostra mente, per impedirci di diventare cattivi.

E buoni, buonissimi, nonostante l’odio che distillano, sono quelli che considerano orribile il nuovo presidente della Camera, omofobo, allergico all’immigrazione, addirittura “putiniano” e – udite, udite – un empio che prega quotidianamente. Ohibò. Essere buoni significa pensare come loro, cioè quello che vogliono loro. I buoni, si sa, hanno casa a “sinistra”, una curiosa residenza da cui hanno sfrattato i poveri e gli operai per fare posto a stranieri e omosessuali. Una delle icone della bontà, Laura Boldrini, nel lanciare su Lorenzo Fontana gli anatemi del neo-bigottismo progressista, lo ha accusato di detestare i LGBTQIA+. Noi cattivi siamo incolti: non sapevamo che la A dell’acronimo designasse gli “asessuali”. Del resto ignoravamo anche di odiarli. Abbiamo imparato qualcosa e siamo grati all’esercito del bene che veglia su noi, mascalzoni che non si fidano dei lupi.  

I finti buoni sono pappagalli che ripetono suoni, non concetti, altoparlanti o fotocopie, come disse il Beato quindicenne Carlo Acutis citato dal pessimo Fontana. Spettatori di un cartone animato in cui i rospi sono drag queen e il male si trasforma in bene, credono sinceramente nella bontà dei lupi. Inquilini del mondo capovolto, dicono, come le tre streghe di Macbeth, “bello è il brutto, e brutto è il bello. E voliamo nella nebbia e nell’aria sporca.”

Foto: Idee&Azione

17 ottobre 2022

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