Il pan-africanismo e i suoi obiettivi: dalle origini alla resistenza contemporanea [1]

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di Sȃa Francois Farafin Sandouno

Il panafricanismo è oggi una tendenza popolare tra le masse popolari in Africa e nella sua diaspora. Tuttavia, questa ideologia non è nuova, bensì ha una lunga storia. Ripercorreremo le origini del movimento panafricanista, i suoi obiettivi e i problemi che ha affrontato e continua ad affrontare in ogni epoca dalla sua nascita.

Introduzione alla tradizione unitaria in Africa e definizione del panafricanismo

L’Africa è un continente policentrico ed eterogeneo, caratterizzato da molteplici realtà, culture e costumi. Si potrebbe dire che è uno spazio a sé stante che costituisce la sua unicità. Queste differenze non sono sempre state sinonimo di divisione nel continente. Al contrario, il desiderio di unità africana nella diversità è stato un concetto “endogeno” e apprezzato all’interno delle culture africane, come ci mostra il dottor Cheikh Anta Diop nelle sue opere. Un desiderio che ha portato a un ideale superiore chiamato panafricanismo.

Storicamente, l’Africa ha visto regni e imperi sorgere e prosperare sul suo suolo, vasti imperi che non intendevano imporsi in modo bellicoso (contrariamente a certe caricature storiografiche), ma che miravano a unirsi in confederazioni. Emblematica è, ad esempio, la Carta di Kouroukan Fouga (meglio nota come Carta di Manden presso l’UNESCO) del 1235, che fu una carta dei diritti e dei doveri per unire l’Impero del Mali (o Manden Kouroufa) dopo la vittoria del re Mari Soundiata Keïta a Kirina.

Possiamo anche parlare di personaggi come Shaka Zulu, che ha dedicato la sua vita al desiderio di unire gran parte del Sudafrica, o del re Behanzin a capo del Dahomey, di Samory Touré e del suo impero Wassoulou, ma anche di donne come Kimpa Vita, che hanno dedicato la loro vita alla riunificazione del Kongo Dia Ntotila (meglio conosciuto come Regno Kongo).

Da questi elementi vogliamo tessere il tessuto dell’odierno desiderio di unità africana, cioè di unità continentale. Un’unità che non sarà più limitata ai regni.

Il panafricanismo ieri e oggi: una storia molto lunga

Come indica il termine stesso, il panafricanismo mira a rappresentare l’unità degli africani presenti nel continente o in aree geografiche con una grande diaspora (Caraibi, Americhe, ecc.). Si tratta di un’ideologia soteriologica, cioè di salvezza, poiché il suo obiettivo è liberare i popoli africani sia dai poteri di dominio esogeni sia dall’asfissia socio-politico-economica endogena.

Fin dalla sua genesi, il pensiero panafricanista è stato in contrasto con i confini stabiliti dalla Conferenza di Berlino del 1884-1885, che ha balcanizzato l’Africa e di conseguenza ha creato nazioni artificiali che non sempre hanno rispettato lo status-quo degli africani del continente. L’obiettivo ultimo del panafricanismo è la costruzione di una “Grande Africa” unificata, attraverso la riappropriazione della “sovranità continentale” in tutti i suoi aspetti, e soprattutto l’emancipazione dai mali endogeni che paralizzano il progresso dell’Africa.

Diventa necessario porsi la prima domanda: perché pensare in termini federali? Perché, in questo mondo geopolitico, solo le civiltà che hanno deciso di unirsi in nome di un destino comune e di una matrice che le unisce hanno peso e vengono rispettate. Ad esempio, nell’Europa dell’Est si è diffuso un concetto continentalista come l’eurasiatismo, che è sostenuto, caldeggiato e difeso dall’intellettuale russo Aleksandr Dugin, il quale sostiene che una matrice unisce questo spazio.

Allo stesso modo, in America Latina si ritiene che solo un Sudamerica unito, come auspicava a suo tempo Simon Bolivar, possa portare alla vera salvezza dal dollarismo e dai vincoli endogeni che bloccano il progresso e l’emancipazione di questi popoli. Il panamericanismo latino è un concetto promosso da personalità come Raphael Machado, leader del movimento Nova Resistencia, e da altri rappresentanti continentali e antimperialisti di questo spazio. Se guardiamo alla Cina, essa appare come una somma di diverse province, unite in nome di un destino comune, mentre gli Stati Uniti d’America (anche se possiamo criticarne la politica imperialista) sono una federazione che, dal momento in cui i suoi padri fondatori hanno capito che solo l’unità avrebbe potuto far pesare questo blocco nel concerto geopolitico, hanno abbracciato quello che ritenevano essere il loro destino soteriologico di unità.

Possiamo quindi notare come tutte le nazioni che si sono unite nel corso della storia sono quelle che hanno capito che l’unità sposta l’equilibrio di potere a loro vantaggio. Il panafricanismo è la risposta dell’Africa al concetto globale di unità. Tuttavia, non si può parlare in modo approfondito del panafricanismo e dei suoi reali obiettivi senza analizzare la sua genesi, la sua origine e i suoi patriarchi.

Il marronaggio

Innanzitutto, va sottolineato che il panafricanismo non è nato in Africa, ma nella diaspora afro-discendente delle Americhe, e trova la sua genesi nel periodo della tratta degli schiavi. Le sofferenze che i neri hanno vissuto quando sono stati rapiti dalle loro famiglie, etnie, regni e deportati nelle Americhe hanno portato a un comune senso di maturità sociale. In un contesto di brutalità e oppressione da parte del grande capitale, è nato un movimento noto come “marronage“.

Ma di cosa parliamo quando invochiamo il concetto di marronnage?

Per rispondere correttamente a questa domanda, è necessario contestualizzare il comportamento dei deportati neri. All’epoca della tratta degli schiavi, esistevano tre tipi di persone di colore:

  • l’uomo nero della piantagione che era totalmente sottomesso al suo padrone,
  • l’uomo nero che cerca una maggiore autonomia senza cercare di liberarsi completamente dell’oppressore,
  • e infine il nero che voleva l’indipendenza definitiva dal padrone, cercando la completa autodeterminazione e libertà; un nero che quindi scappava e costruiva villaggi autonomi con i suoi simili, dove poteva essere l’unico padrone del suo destino.

Quest’ultima categoria, chiamata Neg-Marron (o Nèg Mawon), rappresentava quindi i neri pronti a tutto per la loro libertà, in nome di un comune sentimento “pan-negro” (di solidarietà nera).

La rivoluzione haitiana

La cerimonia a Cayman Wood che diede inizio alla rivoluzione haitiana.

Nel corso dei secoli, la coscienza nera si era molto “radicalizzata”, soprattutto durante la Rivoluzione francese del 1789, dopo la quale alcuni neri si resero conto che la libertà non doveva e non poteva essere un concetto a geometria variabile. Da questo evento e da questa presa di coscienza nacque una delle più grandi rivoluzioni nere della storia: il 22 agosto 1791, alcuni negro-marocchini, insieme al sacerdote vudù Dutty Boukman, si riunirono sull’isola francese di Santo Domingo (l’attuale Haiti) per dare inizio alla Rivoluzione di Haiti contro il sistema coloniale schiavista francese. La rivoluzione fu guidata dal generale François Doménique Toussaint Louverture (1743-1803), che, tra azioni più o meno diplomatiche, lottò per riscattare Saint-Domingue dal colonialismo francese, trovandosi spesso a collaborare con gli inglesi o gli spagnoli in chiave antifrancese. Una lotta che durò anni e che fu poi vinta da altri, come Jean-Jacques Dessalines (1758-1806). Coloro che guidarono la rivoluzione riuscirono a disciplinare ed educare gli isolani, uniti contro lo stesso nemico, al punto che Napoleone Bonaparte, temendo che i suoi interessi imperiali venissero turbati, decise di ristabilire la schiavitù nelle colonie (abolita subito dopo la Rivoluzione francese) e di arrestare Louverture nel 1802, che fu deportato in Francia e imprigionato fino alla morte. Con l’arresto di Louverture, l’Impero napoleonico pensò di poter soffocare la rivoluzione haitiana, ma fu un errore: durante il suo arresto, infatti, Louverture dichiarò:

Quando fu arrestato, Louverture disse: “Rovesciando me, a Santo Domingo è stato tagliato solo il tronco dell’albero della Libertà Nera, che ricrescerà dalle radici perché sono profonde e numerose”.

Questa previsione si avverò grazie al generale Dessalines, che prese le redini della situazione e continuò la missione di Louverture fino alla battaglia di Vertières (18 novembre 1803), quando vide scontrarsi i Neg-Marrons e le truppe napoleoniche, sancendo la sconfitta di queste ultime. In seguito alla sconfitta militare della Francia, il 1° gennaio 1804 Saint-Domingue ottenne l’indipendenza de facto. Ribattezzata “Haiti”, divenne la prima repubblica nera della storia.

Da allora a oggi, Haiti è stata destabilizzata e paga il prezzo della sua resistenza e insubordinazione. Ma si potrebbe dire che la rivoluzione haitiana rappresenta il primo sentimento pan-negro e pan-africano.

Pubblicato su Afrique Mere 

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

25 maggio 2022