Il pan-africanismo e i suoi obiettivi: dalle origini alla resistenza contemporanea [2]

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di Sȃa Francois Farafin Sandouno

Il panafricanismo moderno e la decolonizzazione in Africa

Molti intellettuali haitiani, tra cui Martin Robinson Delany (1812-1885) e Benito Sylvain (1868-1915), si sono battuti in vita per un progetto panafricano. Più tardi ancora, fu un giamaicano che osò mettere sul tavolo il progetto unitario panafricano, tra tutte le categorie sociali nere: Marcus Mosiah Garvey (1887-1940), il leader più influente del mondo nero all’inizio del XX secolo. Nato a Saint Ann’s Bay, in Giamaica, Garvey viaggiò molto in tutto il mondo; stabilitosi negli Stati Uniti, nel 1914 fondò la Universal Negro Improvement Association (UNIA). L’UNIA è stata la prima organizzazione nazionalista nera e panafricana basata sull’idea del Grande Ritorno in Africa, dell’autodeterminazione e della totale decolonizzazione del continente. Negli anni Venti del XX secolo, fu il primo a proporre il concetto di “Stati Uniti d’Africa”: Garvey capì che solo un grande blocco panafricano unito poteva resistere al colonialismo esogeno ed essere rispettato nel concerto delle nazioni. A tal fine, Garvey riuscì – attraverso la compagnia di navigazione di sua proprietà, la Black Star Line – a trasportare un gran numero di afro-discendenti in Liberia dal 1919 al 1922. Era diventato una minaccia per gli interessi del governo statunitense negli Stati Uniti e in Liberia (oltre che nelle colonie vicine). Il governo statunitense ha quindi deciso di arrestarlo e di deportarlo in Giamaica. Tuttavia, le sue idee non morirono, perché costituirono l’essenza del Quinto Congresso panafricano del 1945, al quale parteciparono i futuri “nuovi leader” delle neo-nazioni africane, tra cui Kwame Nkrumah, Ahmed Sekou Toure e Jomo Kenyatta. Si tratta di personalità che hanno optato per una “via africana al socialismo” che, unita al panafricanismo, rappresentava l’unico modo (secondo la loro visione) per trovare la salvezza in Africa. Profondamente e fermamente anticoloniale, pose l’urgenza della decolonizzazione africana sulla scena internazionale: grazie a questo Congresso, infatti, e a seguito di una lotta, molte nazioni africane riuscirono a ottenere l’indipendenza negli anni successivi.

Poco dopo l’indipendenza, tuttavia, è emerso un nuovo ostacolo, quello rappresentato dal “neocolonialismo”. Se da un lato il colonialismo consisteva nella schiavitù in patria, l’ovvio saccheggio sul terreno da parte dei grandi capitalisti caucasici, il neocolonialismo, dall’altro, era una forma paternalistica di controllo degli ex-colonizzatori sui Paesi neo-indipendenti attraverso la cooptazione delle élite africane, accordi di cooperazione che consistevano nel dominio unilaterale, nel controllo dei sistemi militari ed economici, attraverso il concetto meglio conosciuto come Françafrique (per quanto riguarda la zona del franco). Il neocolonialismo era diventato una forma più latente di colonialismo: il colonizzatore non si distingueva più per il colore della pelle, poiché alcune élite africane avevano accettato questo nuovo sistema.

Ciò accentuò sempre più il desiderio di unità federale tra i leader cosiddetti “radicali”, che ragionavano più da una prospettiva panafricanista, come Nkrumah, Modibo Keita, Patrice Lumumba, Sekou Toure e Julius Nyerere. Il sentimento federale avrebbe portato alla creazione di un organismo internazionale chiamato Organizzazione per l’Unità Africana (OUA) il 25 maggio 1963, che fu politicamente il precursore dell’attuale Unione Africana (UA). Col tempo, però, il progetto originario di unità africana ha cominciato a essere abbandonato, poiché le élite politiche hanno pensato più in termini di micro-nazionalismi, invece di capire che le neo-nazioni indipendenti erano facilmente attaccabili dall’imperialismo.

I leader panafricani e patriottici che hanno osato opporsi a qualsiasi egemonia esogena sono stati eliminati dall’imperialismo. Molto spesso gli imperialisti hanno collaborato con gli africani per rovesciare i regimi. A questo proposito, non si può non pensare a uomini come il presidente del Burkina Faso, Thomas Isidore Sankara (1949-1987), un panafricanista non allineato che si oppose al debito coloniale e sostenne la piena autosufficienza africana. Non si può non pensare a uomini come il primo ministro congolese Patrice Emery Lumumba (1925-1961), il rivoluzionario camerunense Ruben Um Nyobe (1913-1958), o il panafricanista marocchino Mehdi Ben Barka (1920-1965) e a tutti coloro che hanno voluto e sognato che l’Africa potesse risollevarsi dalla sua condizione.

 

Il panafricanismo nel XXI secolo: da Gheddafi alla resistenza dei cittadini africani

Durante la sua esistenza, l’OUA non è sempre stata in grado di risolvere i problemi interni del continente africano e questo fallimento ha portato allo scioglimento dell’organizzazione, per lasciare il posto all’Unione Africana (formalizzata il 9 luglio 2002).

Ma sebbene quest’ultima si sia presentata come una struttura panafricanista, con le sue scelte politiche è solo una struttura impregnata di neoliberismo in campo economico, che segue quindi l’agenda del globalismo ed è finanziata da forze esogene (Unione Europea, Stati Uniti, tra gli altri). L’Unione africana si trova oggi in uno stato di asfissia, paralisi e dipendenza da altri. Si potrebbe quindi definire – per usare un neologismo impiegato da Kemi Seba nel suo libro “Black Nihilism” pubblicato nel 2014 – questa struttura non panafricanista, ma “para-fricanista”. Se il panafricanismo rappresenta questo pensiero di liberazione e di unità del continente africano, plebiscitato dalle masse popolari, il “PARAFRICANISMO” è, secondo Kemi Seba, una pseudo griglia di lettura dell’unità africana, che consiste nel vedere il continente africano secondo la lente eurocentrica ed elitaria. Perché questa affermazione? Perché se l’africanismo rappresenta lo studio di tutto ciò che riguarda l’Africa, è quasi sempre condotto da una prospettiva eurocentrica. Nella sfera politico-economica, l’UA segue il modello dell’Unione Europea. L’Unione Africana, con le sue numerose carenze, non è stata quindi in grado di risolvere i problemi più fondamentali del continente africano.

Tuttavia, un uomo come Muammar Gheddafi (1942-2011) ha compreso questi problemi e ha considerato l’UA obsoleta e incapace di risolvere i problemi politici, economici e sociali dell’Africa.

Per questo motivo ha deciso, durante la sua presidenza dell’UA nel 2009, di riproporre la questione degli Stati Uniti d’Africa, uniti da un unico governo, un’unica moneta sovrana, un passaporto africano comune e un unico esercito panafricano. Gheddafi riteneva, come i suoi predecessori, che solo un’Africa veramente unita sarebbe stata in grado di superare tutti i problemi che si trova ad affrontare, come la mancanza di sovranità monetaria di 14 nazioni africane, la debolezza degli eserciti nazionali incapaci di far fronte all’avanzata del fondamentalismo islamico, l’impossibilità per gli africani di alcune parti del continente di spostarsi in altre e il basso livello di commercio tra le nazioni africane, troppo dipendente dalle potenze straniere. All’inizio del XXI secolo, questi sono temi che Gheddafi ha affrontato molto quando era in vita. Ha iniziato a Lomé (Togo) nel 2000, quando ha cominciato a proporre l’iniziativa degli Stati Uniti d’Africa, poi a Conakry (Guinea) nel 2007 e successivamente ad Addis Abeba (Etiopia) nell’ambito dell’Unione Africana. L’iniziativa di un’Africa federale è stata ben accettata e condivisa da molti capi di Stato del continente, con la sola eccezione del Sudafrica e della Nigeria, all’epoca meno interessati.

Gheddafi ha lavorato al progetto del dinaro d’oro, sperando di stabilire una moneta unica continentale che sarebbe stata agganciata principalmente all’oro, ma anche alle varie risorse minerarie del continente africano. La Libia era riuscita ad accumulare una grande quantità di oro grazie ai proventi del petrolio e con questo oro voleva liberarsi dalla dominazione imperialista occidentale sul suo territorio. Questa dinamica avrebbe potuto consentire il decollo economico dell’Africa e avrebbe garantito la sovranità di tutte quelle nazioni africane ostaggio del colonialismo economico. Allo stesso tempo, Gheddafi riteneva che l’Africa dovesse avere un Fondo monetario africano e una Banca centrale africana per garantire lo status del futuro dinaro d’oro.

Un’altra questione importante per cui si è battuto è stata la creazione di un passaporto africano. Attualmente, gli africani della zona ECOWAS (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) non possono viaggiare liberamente nei Paesi della zona CEMAC (Comunità economica e monetaria dell’Africa centrale). Un unico passaporto africano avrebbe potuto sradicare per sempre questo problema e rendere reale la libera circolazione, un progetto che Nkrumah sognava all’epoca.

Gheddafi era determinato nelle sue azioni, ma i suoi progetti rappresentavano un grande pericolo per le potenze esogene che vedevano in tutto questo la distruzione dei loro interessi in Africa. Per questo motivo, le stesse potenze imperialiste (Francia, Unione Europea, Regno Unito, Stati Uniti attraverso la NATO) hanno orchestrato l’assassinio di Gheddafi, morto il 20 ottobre 2011. Gheddafi ha rappresentato l’ultima speranza per il processo di unità continentale avviato dai patriarchi del panafricanismo. La sua morte è stata quindi una tragedia, perché rappresentava l’ultimo baluardo della solidarietà, dell’equilibrio e della stabilità africana nel Mediterraneo, un mare che negli ultimi anni è diventato un cimitero a cielo aperto e sta vedendo una “emigrazione talassica” di africani.

Per quanto Gheddafi possa essere discutibile sotto alcuni aspetti, la sua morte è stata un disastro sotto molti aspetti.

Tuttavia, il suo assassinio non ha mai scoraggiato l’indomita gioventù africana alla ricerca della piena sovranità. C’è ora una nuova generazione di panafricanisti, in Africa e nella diaspora, che sono maturi su molte questioni e che hanno capito il pericolo che corre il continente.

Il panafricanismo ha attraversato diverse fasi di cambiamento dalla sua genesi: la resistenza contro la schiavitù nelle Americhe (il cosiddetto marronage), la lotta contro il colonialismo alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la resistenza al neocolonialismo a partire dal 1960, fino ad arrivare all’ultimo stadio rappresentato dall’odierno globalismo neoliberale generalizzato. Un globalismo che soffoca il continente africano ed è la nuova forma di colonialismo di oggi.

Nel secolo scorso, il colonizzatore capitalista caucasico è penetrato in Africa e ha sfruttato i territori che ha incontrato sul suo cammino (spesso con il lassismo e la complicità delle autorità locali che ha incontrato).

Oggi, il colonialista moderno ha capito che per mantenere la sua supremazia deve portare in Africa ONG “talassocratiche” senza Stato (sotto il finanziamento di George Soros) che seguono un’agenda ultra-globalista per introdurle nelle società africane ultra-millenarie radicate nella Tradizione primordiale, per cooptare la radicata società civile indigena e convincerla che la modernità occidentale (che non è altro che l’illustrazione di un concetto metafisico indù sviluppato da Réné Guénon, concetto noto come “kali yuga”, cioè l’era oscura del disordine, del materialismo, dell’individualismo, l’anti-Messia, la stessa che profetizzò il leader spirituale del Congo, Simon Kimbangu, nel 1921 nelle sue profezie) è la loro salvezza, e che tutto ciò che mira ai loro valori tradizionali deve essere superato o demonizzato. In breve, che l’Eldorado è l’Occidente.

È qui che entra in gioco la lotta (se usiamo queste parole in una prospettiva geopolitica) tra le civiltà tellurocratiche (le civiltà multipolari della Terra, della Tradizione, dell’Identità, della Sovranità) contro le civiltà talassocratiche (le civiltà imperialiste che si sono costruite attraverso lo sfruttamento marittimo, il globalismo, il neoliberismo, l’unipolarismo, la modernità kaliyugiana e il capitalismo deregolamentato).

È in questa dicotomia che i giovani africani si trovano oggi a confrontarsi con nuove forze esogene di dominio.

Di conseguenza, queste ONG occidentali globaliste che stanno penetrando in Africa, non approvate da nessuno, rappresentano un pericolo per l’Africa. Kwame Nkrumah nel suo libro “Neo-Colonialismo: l’ultimo stadio dell’imperialismo” ha definito il neo-colonialismo come l’ultimo stadio dell’imperialismo. Si potrebbe dire che oggi il vero nemico è il globalismo (che è il parossismo della globalizzazione). Per questo motivo, oggi esistono movimenti di resistenza africani come “Urgences Panafricanistes” di Kemi Seba, “Yéréwolo: débout sur les remparts” di Adama Ben Diarra (conosciuto come Ben Le Cerveau) e “Yéréwolo: standing on the ramparts” di Bassaro Sylla, o personalità come Nathalie Yamb, tra le altre, che hanno deciso di lottare e resistere di fronte ai nuovi pericoli che l’Africa sta vivendo.

Pubblicato su Afrique Mere 

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

26 maggio 2022