Il paradigma della Fine [2/7]

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di Aleksandr Dugin

Il vero marxismo

La dottrina di Marx è stata così popolare nel ventesimo secolo, che è assolutamente difficile parlarne, specialmente in Russia, dove il marxismo è stato per lunghi decenni proclamato l’ideologia ufficiale. Questo tema è visto allo stesso modo morboso e insaziabile di allusioni e connotazioni anche dagli intellettuali occidentali, per i quali la disputa e i dibattiti su Marx erano il tema centrale dei discorsi filosofici e culturologici. Nessun altro ha influenzato così tanto la storia moderna come Marx, è difficile nominare un pensatore paragonabile a lui per fama, popolarità, circolazione di libri.

L’eccessivo sfruttamento del marxismo, tuttavia, ha portato a un certo punto al risultato inverso: le sue idee e dottrine sembravano essere così universali, che a un certo momento si è smesso di comprenderle, trasformando il marxismo in “dogma”, in gadget, in oscuro cliché, che ha cominciato a essere usato e interpretato in modo assolutamente arbitrario. I marxisti ortodossi hanno bloccato le riflessioni in quella sfera, hanno canonizzato le opinioni di Marx anche nelle sfere in cui erano ovviamente smentite dal corso della Storia stessa (sia economica che politica). Eretici e revisionisti hanno esteso troppo il marxismo, includendovi idee e teorie che, a rigore, non hanno alcuna relazione con il contesto marxista; e dopo qualche tempo ci siamo imbattuti nella situazione paradossale, quando il pensatore più popolare e famoso del presente (impenetrabile) è incomprensibile per la maggior parte delle persone. In definitiva il nodo gordiano del marxismo è stato appena liquidato dalla dichiarazione della filosofia marxista e dell’economia politica come “illusione” e poi dalla rinuncia universale all’ideologia.

L’eccessiva lode e il dogmatismo si sono trasformati allo stesso modo in eccessiva sovversione e relatività e alla rapida velocità tutto ciò che sembrava così impressionante edificio del marxismo è stato improvvisamente liquidato in tutte le parti. Le forze responsabili della creazione del culto dogmatico alienato di Marx furono i liquidatori più zelanti. Tuttavia, oggi i marxisti non hanno praticamente più aderenti, ma non per questo sono diventati meno profondi e sorprendentemente esatti nel risolvere certe questioni. Si sta creando una situazione in cui il marxismo, avendo a poco a poco perso completamente i suoi aderenti, può essere applicato da forze completamente diverse, che si sono tenute lontane dal marxismo nel tempo in cui l’agitazione intellettuale e politica regnava intorno alle sue idee e ai suoi nomi.

Tale distanza e nessun impegno nell’uno o nell’altro campo marxista nella fase precedente della storia intellettuale permette di riscoprire di nuovo Marx, leggere il suo messaggio nel modo che prima era impraticabile. È assolutamente ovvio che la maggior parte dei punti di vista culturali e storici di Marx sono irrimediabilmente obsoleti, e che vari aspetti della sua dottrina dovrebbero essere scartati (respinti) a causa della loro inadeguatezza. Tuttavia, è più importante considerare con imparzialità quegli aspetti della sua dottrina, che viceversa hanno conservato completamente l’attualità e che possono aiutare a comprendere gli aspetti più importanti del paradigma della storia nella sua esposizione economica, sociale e politica. E nessuno può essere paragonato a Marx in questo. È proprio lui che ha formulato il capiente paradigma riduzionista della storia, capace di spiegare i suoi processi e orientamenti essenziali con sorprendente affidabilità, ovvietà e convinzione; non è quindi fuori luogo ricordare la formula marxista dei principi di comprensione della storia. L’approccio di Marx alla storia è dialettico, presupponendo lo sviluppo dinamico delle correlazioni tra i (principali) soggetti degli eventi storici. Insieme a ciò il dualismo fondamentale di questi soggetti è visibile attraverso la sua teoria, esso predetermina la dialettica, è il suo contenuto e la base etica del suo corso.

Questi due soggetti sono stati definiti da Marx come Lavoro e Capitale. Marx considerava il Lavoro come impulso creativo, costruttivo dell’essere, come asse centrale della vita e del movimento, come qualche principio positivo, solare. Usando espressioni darwiniste portatrici di immagini, il marxismo afferma che “il lavoro ha fatto l’umano dalla scimmia”. La questione è che l’elemento della produzione della creazione è quel vettore principale dell’esistenza, che cambia i processi dallo stato orizzontale, interno, a quello verticale, volitivo.

Il lavoro è secondo Marx un principio positivo, luminoso; a parte l’etica biblica, in cui il lavoro è inteso come il risultato della caduta e una sorta di dannazione di Adamo per la violazione dei comandamenti divini (tale atteggiamento nei confronti del lavoro è caratteristico anche di altre tradizioni religiose), Marx ha indubbiamente proclamato il carattere sacro, interamente positivo del lavoro, il suo primato (natura primaria), il suo autovalore e il suo carattere autosufficiente; ma nel suo stato primordiale il Lavoro come impulso primario dello sviluppo e punto di partenza della storia (come l’Idea Assoluta di Hegel) non si realizza ancora, non può realizzare la completezza della sua intrinseca natura illuminante.

Per raggiungere ciò, è necessario il lungo e complicato processo di movimento attraverso i labirinti dialettici della storia. Solo dopo terribili prove e difficili imprese, il lavoro potrà raggiungere il suo stato trionfale e vittorioso attraverso una serie di auto-negazioni dialettiche, per diventare completamente cosciente, felice e libero. Secondo Marx tutta la storia si trova tra il “comunismo delle caverne” – lo stato primordiale, quando il Lavoro era libero, ma non realizzato e non universale – e il comunismo giusto, quando quest’ultimo ritorna al suo carattere luminoso autosufficiente dopo aver percorso il labirinto dell’alienazione, ma è allora alla misura totale, universale e pienamente realizzato. L’uomo è diventato l’umano dopo essere entrato nell’elemento del Lavoro, ma diventa un umano completo solo dopo che è in grado di realizzare il valore assoluto di quell’elemento, liberandolo da tutti i tocchi del principio negativo, cioè nell’epoca del comunismo.

Cos’è dunque il polo negativo secondo il marxismo? Cosa si oppone alla natura illuminante del Lavoro?

Marx lo chiama “sfruttamento”, rivela istintivamente la forma suprema e perfetta di tale sfruttamento nel Capitale. Il Capitale è il nome del male del mondo, secondo il marxismo, il principio oscuro, il polo negativo della storia. Tra il “comunismo delle caverne” dell’umano appena apparso e il comunismo finale c’è un lungo periodo di “sfruttamento”, alienazione del lavoro dalla sua essenza, calvario e privazioni del sole nei labirinti delle tenebre.

Propriamente parlando, questo è solo il contenuto (sostanza) della storia il Capitale non appare subito, si mostra gradualmente man mano che si perfezionano gli strumenti e i meccanismi di sfruttamento dell’elemento di illuminazione del Lavoro da parte delle forze oscure degli usurpatori. Lo sviluppo del Lavoro conduce allo sviluppo dei modelli di sfruttamento.

La complicata dialettica della dinamica costante di correlazione delle forze produttive e dei rapporti produttivi conduce entrambi i poli della storia economica lungo la spirale dello sviluppo; i fini opposti, gli obiettivi e i vettori di attività dei lavoratori e degli sfruttatori promuovono in modo oggettivo l’intensificazione di un processo politico ed economico; le forze produttive sono la struttura interna del lavoro e la sua organizzazione; i rapporti di produzione sono il modello di interazione di quella struttura di base sottomessa con il principio sfruttatore; l’elemento del lavoro è l’elemento dell’abbondanza, il lavoro produce sempre un po’ di più di quanto è necessario per soddisfare i bisogni vitali dei lavoratori stessi. In questo fatto c’è l’essenza del suo principio positivo, creativo, illuminante, solare: il lavoro produce di più. Questo plus, questo surplus è portato via dal polo oscuro, il parassita della storia. I rapporti produttivi si riducono in tutta la storia economica all’espropriazione di qualche sostanza dagli agenti del più da parte degli agenti del meno. Man mano che le forze produttive si perfezionano, si perfezionano anche i paradigmi di sfruttamento, ma già nelle prime fasi della storia dell’umanità si possono svelare i tratti caratteristici di due esseri, che si scontreranno con tutte le loro forze solo alla fine di essa.

L’operaio primordiale è il germe del proletariato industriale. L’élite tribale è il germe del Capitale. Man mano che passano i lunghi millenni della storia dell’umanità, due soggetti del dramma mondiale raggiungono lo stato più puro, pienamente realizzato e che riassume tutte le tappe precedenti. Dal sistema schiavista attraverso le relazioni feudali si forma il capitalismo, la tappa più importante e per molti aspetti escatologica della dottrina marxista. Qui tutta la complicata situazione sociale si riduce a un dualismo assolutamente chiaro: il proletariato come classe è l’incarnazione del risultato dello sviluppo dell’elemento economico e storico del lavoro, e la borghesia è l’incarnazione del polo assoluto, più perfetto, compiuto e consapevole dello sfruttamento. Il polo luminoso finisce il suo tragico cammino attraverso i labirinti dell’alienazione, il polo oscuro si avvicina alla sua completa vittoria. Il Proletariato e il Capitale. Il Lavoro Puro, cioè il proletario non ha proprietà (“se non delle catene”) – e il Capitale Puro, essendo trasmutato da ciò che è posseduto in ciò che possiede, nell’elemento della Pura Alienazione, lo Sfruttamento Assoluto. Marx riduce tutto il resto dei problemi storici, filosofici, culturali, sociali, scientifici e tecnici a questo schema politico ed economico, considerandoli derivati e secondari rispetto al paradigma di base.

Inoltre, Marx proclama che la seconda rivoluzione industriale, significando il raggiungimento da parte del capitalismo del suo apice, è il punto di svolta della storia del mondo. Da quel momento in poi entrambi i soggetti storici – Lavoro e Capitale – diventano non solo giocattoli della logica oggettiva della storia, ma i suoi soggetti coscienti e auto-dipendenti, capaci non solo di sottomettersi alla necessità, ma anche di gestire i più importanti processi storici, prepararli, provocare, progettare, stabilire la propria volontà autonoma. Non si tratta di un individuo o di un gruppo, ma di un soggetto di classe. Il proletariato, diventato classe, diventa la personalità storica, realizzata dal Lavoro, il successore del più in tutte le fasi del suo sviluppo. Il Capitale incarna il meno mondiale, la rimozione, l’alienazione, ma solo allo stato assoluto, libero, volitivo, personale. D’ora in poi è in grado di pianificare la storia, di gestirla. A questo punto il Lavoro e il Capitale passano al livello di idea o ideologia, esiste d’ora in poi non solo nella sostanza oggettiva della realtà, ma anche nello spazio ideologico del pensiero.

L’arrivo di queste due personalità nella sfera del pensiero svela pienamente il dualismo di essenzialità anche in questa sfera – c’è il pensiero del Lavoro e il pensiero del Capitale, c’è l’ideologia del più e l’ideologia del meno. Entrambe queste ideologie ricevono la massima indipendenza e libertà possibile, e tutta la sfera della coscienza si trasmuta dalla sfera della riflessione alla sfera della creatività, della proiezione. L’ideologia del Lavoro (filosofia proletaria) conserva anche qui il suo carattere creativo, crea il progetto. L’ideologia del Capitale (filosofia borghese) rimane essenzialmente negativa – usurpa e ri-produce il vuoto, concettualizza l’immobilismo, congela la vita, postula il momento presente e nega la meta.

La formula suprema e più perfetta del Capitale è, secondo Marx, l’economia politica liberale inglese – soprattutto la teoria del “libero scambio”, “mercato universale” di Adam Smith e dei suoi seguaci. Ma oltre a questa forma più evidente esiste la varietà di costruzioni ideologiche più sottili, complicate, complesse, che coprono il respiro pernicioso e parassitario del Capitale. La filosofia borghese diventa d’ora in poi l’arma più efficace dello sfruttamento, la sua forma superiore.

Per controbilanciare, però, il corpo dottrinale della classe operaia stessa si forma, i contorni principali dell’ideologia comunista diventano sempre più chiari. Marx considerava le proprie opere esattamente in questo contesto. Aveva il presentimento che le sue idee formeranno la “filosofia proletaria”, diventeranno lo strumento più importante del lavoro nella sua ultima battaglia escatologica contro il suo nemico fin dai tempi più antichi.

Marx ha proclamato una sorta di “Vangelo del lavoro”: affermava che il lavoro, trovandosi allora alla svolta della storia politica ed economica, essendo diventato il Lavoro Puro, doveva momentaneamente realizzare se stesso e la sua storia, iniziare a svolgere la funzione di uno dei due poli teleologici della storia, svelare il meccanismo di inganno e di alienazione, che è la base di ogni sfruttamento, smascherare la funzione negativa, vampiresca, negativa del Capitale (attraverso la spiegazione della logica di produzione del plusvalore e di espropriazione) e realizzare la Rivoluzione proletaria, che dovrebbe rovesciare il Capitale nell’abisso dell’inesistenza e sradicare il male del mondo.

Dopo la breve fase di formazione transitoria (socialismo) arriva l'”Eden sulla Terra”, il Lavoro si libera completamente dal principio oscuro. Qui si delinea l’essenza del modello politico ed economico marxista. E si dovrebbe riconoscere (ammettere), che è così persuasivo e affidabile, che non è sorprendente perché il punto di vista di Marx ha catturato una tale quantità di persone nel ventesimo secolo, essendo diventato una sorta di religione, in nome della quale sono stati fatti sacrifici senza precedenti.

In che modo lo scenario di Marx fu messo in pratica? In che cosa era inesatto, in che cosa è stato confutato? Come si deve considerare il contenuto della storia politica ed economica del nostro secolo, se rimaniamo nei quadri delineati dalla filosofia della storia del marxismo?

Ad una soglia del terzo millennio possiamo affermare che il Capitale ha vinto il Lavoro, trasformato per poter eludere la prossima Rivoluzione, dissolvere la manifestazione storica compiuta del Lavoro come soggetto rivoluzionario, scongiurare il pericolo della concentrazione della filosofia proletaria nell’apparato ideologico unitario a pieno titolo. Ma, tuttavia, il Lavoro, ispirato da Marx, cercò di dare “l’ultima e decisiva battaglia” al suo nemico primordiale. Il Lavoro fu sconfitto, ma il fatto della grande battaglia non può essere negato. Questa battaglia è solo il contenuto principale della storia politica e sociale del XX secolo, è tutto secondo Marx, ma con qualche altro risultato (non buono). Il male del mondo ha vinto. Il meno è diventato più forte e più abile del più. Il Capitale avendo preso la forma di soggetto ha dimostrato la sua superiorità sul Lavoro.

Parte 2 di 7

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto: Idee&Azione

10 marzo 2022