Il partito americano, il partito cinese e il partito russo entrano in un bar e…

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di Lorenzo Centini

Gli storici moderni e contemporanei, in particolare chi si occupa di paesi fuori dal perimetro occidentale puro, si imbattono spesso in gruppi politici che si definiscono “Partito di” con una potenza straniera. Con questa formula si vuole definire qualcosa di più di un semplice patrocinio dato a questo o a quell’altro segmento politico da una potenza estera. Si vuole indicare che quel determinato segmento politico (che esonda di molto dal semplice articolato “Partito” e sovente abbraccia rettori, industriali, giornali ecc.) assume un paese come modello di sviluppo tout court.

Gli esempi sono utili. In Grecia tra la metà dell’Ottocento e la fine dello stesso secolo si parlava di “partito inglese” e “partito russo”. Il “partito inglese” non era solo un gruppo trasversale che auspicava la sosta della Grecia sotto il cappello inglese per avere il proprio spazio nel Mediterraneo. Riteneva che l’élites greca, il rapporto tra monarchia e parlamento, la cultura tecnica e la predisposizione alla modernità, finanche la grammatica politica convergesse verso il modello inglese. Il “partito russo” non era soltanto convinto della necessità ellenica di formare un asse ortodosso nei Balcani in funzione anti-ottomana. Era un fervido sostenitore dell’alleanza trono-altare con lessico cesaropapistico, aveva una certa idea di come utilizzare le minoranze etniche greche per industrializzare il paese, che cultura e finanche qualche ubbia e storture potessero essere più funzionali. Gli esempi, che sarebbero pure educativi, sono molteplici. L’Iran fino alla Seconda Guerra Mondiale, l’Iraq fino agli anni ’50, le Filippine, ecc.

Noi in Italia abbiamo già vissuto questa dicotomia. Dall’Unità fino alla Prima Guerra Mondiale i francofili e i prussianofili si combatterono lungamente nel paese, ben oltre il problema delle alleanze internazionali. Rapporto col Sud, segmenti da incentivare, politica con la Chiesa ecc. furono tutti ambiti in cui il riferirsi ad un paese estero era significativo di un modello. L’apparentamento era sentito come più che tattico.

Ovviamente fenomeni del genere sono indice di un paese dipendente, inserito in orbite che per qualche tempo s’offuscano. Un paese con fibra politica, chiari obbiettivi, una classe dirigente presente a se stessa non produce “partiti di”. Inclina certo, predilige sicuramente, ma è il paese stesso a guidarsi, non si riduce mai all’importazione, nemmeno tattica. La Germania è stata attraversata (e lo è tutt’ora) dal dilemma se volgersi ad Ovest o se interpretare una Sonderweg, ma nemmeno negli anni più bui si è mai formato un “partito inglese” o un “partito russo” se non imposto manu militari.

L’Italia nella sua deriva sta sviluppando proprio questo processo. È dal 2018, da quando l’allora governo giallo-verde spendeva le sue dolci parole filorusse (“potremmo vendere i nostri prodotti in Russia”) o cercando intese con la Cina, che in certi ambienti grillini pareva dover diventare nuovo vero modello di civiltà. Questo fenomeno si è palesato anche nel campo occidentale: nel triennio 2016 – 2019 abbiamo assistito anche, in Italia, ad una guerra sotterranea tra un “partito americano” opposto ad un “partito europeo”.

Questa segmentazione si manifesta quando il paese è abbastanza grande da autopercepire la propria grandezza ma non abbastanza cosciente da avere una cornice istituzionale e politica che tenga insieme libertà in politica estera con patriottismo. Quando la classe dirigente dimentica che ogni nazione dovrebbe giocare la propria partita, quand’anche decide di percorrere un tratto a fianco con nazioni più importanti, e a ciò si aggiunge una tradizionale impoliticità diffusa, ecco che si forma la lottizzazione di cui sopra.

Non solo l’insorgenza di questo linguaggio ma il suo uso è conferma di sudditanza e degrado politico. Accusare qualcuno di “partito russo” è già oltre una forma di guerriglia elettorale. Quando il PD e la destra italiana tacciavano il M5S di essere il “partito cinese” in Italia nessuna guerra s’era palesata. È, tutto questo, aver introiettato l’Italia come impossibilitata per costituzione a fornirsi di un modello di sviluppo suo proprio, di aver già condannato l’Italia a vedersi sempre eteroriferita. Il meccanismo si autoalimenta: i “partiti di” cominciano a pensare alla necessità di tirare dentro un altro modello di civiltà e dimenticano le specificità del paese, fino a quando il diventare ideologicamente supini non si distingue più dall’ispirazione.

Rossobruni, non pensiamo da succursali o prestatori di civiltà. Allearsi, parlare, ispirarsi, mai sottomissione ideologica.

Foto: Arianna editrice

29 luglio 2022