Il sottobosco del potere

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di Fabio Bonciani

Cosa sia il “Potere” che gestisce le nostre vite ormai lo sappiamo bene, visto che oltre a portarne i segni sulla nostra pelle, lo analizziamo ogni giorno fino dentro le sue più nascoste sfumature. Invece, quello di cui ancora parliamo poco e del quale sarebbe invece propedeutico prenderne coscienza al più presto, è tutto quel “sottobosco” di informazione più o meno indipendente, che coscientemente o non, rappresenta “l’humus” vitale di cui il Potere stesso si nutre per portare avanti il proprio progetto di dominio sui popoli.

Sto parlando di tutti coloro che in buona fede o meno o per mancanza di conoscenza, presentano a chi li ascolta, i malefici e mortali funghi “amanita phalloides” come pregiati ovoli.

Se vi ricordate, pochi giorni fa, in un mio articolo, ho posto la vostra attenzione su quanto fosse distorto e fuori dalla realtà il messaggio che il ministro Giancarlo Giorgetti, faceva passare in merito al fatto che gli italiani non investissero i loro risparmi nei titoli del nostro debito pubblico, mostrando per questo tutto il suo disappunto, che all’evidenza dei fatti non trova la ben che minima giustificazione.

La maggioranza dei cittadini e delle famiglie italiane, non investe nei Btp, non per snobismo o mancanza di attrattiva, ma per il semplice motivo che non dispongono più di quel risparmio essenziale per farlo. Ed i dati lo dimostrano chiaramente, visto che la percentuale di coloro che lo fanno è ormai consolidata, da oltre due decadi, sul 5% o poco più.

Questo dato ci deve far prendere coscienza di due cose: una che, come detto, il 95% (ovvero la quasi totalità dei cittadini e delle famiglie), non è assolutamente in grado di risparmiare o come minimo creare nuovo risparmio; due, che i titoli del debito pubblico sono detenuti per il restante 95% dal mondo finanziario e dal settore estero (per circa il 30%) – ovvero da coloro che invece sono effettivamente nelle condizioni di possedere il risparmio.

Avendo ben presente questa realtà e girando per il bosco, mi sono imbattuto in un articolo dal titolo super impegnativo ed accattivante (“Governo Meloni, ecco come evitare l’austerity”) a firma Paolo Becchi e Fabio Conditi, pubblicato sul blog ufficiale di Nicola Porro e che vi riporto anche nelle note in fondo. [1]

Attratto dal titolo, lo leggo e ben presto mi accorgo che la direzione in cui i due autori stanno andando è la stessa ed identica direzione di quanto prospettato pochi giorni prima dal ministro Giorgetti. Del resto, perché sorprendersi del fatto che un articolo postato sul blog di un uomo appartenente alla stampa di regime, si allinei a quello che è il pensiero stesso del regime!?

I due partono subito ad ingraziarsi la neo premier del centro destra Giorgia Meloni, che a parer loro pare abbia imparato velocemente la lezione del primo ministro Liz Truss (dimessasi dopo 45 giorni), rea di essersi immolata sul sacro altare del Dio dei mercati, a detta di scrive l’articolo, per il suo infamante desiderio di voler salvare il proprio paese mediante una politica fiscale espansiva.

Continuano i due:

“la Meloni ha dato due indicazioni tra loro complementari su come si possono risolvere i nostri problemi economici. Da una parte ha citato alcuni “fondamentali della nostra economia, che rimangono solidi nonostante tutto”. Infatti, ha ricordato che l’Italia è una delle poche nazioni europee in costante avanzo primario, vale a dire lo Stato spende meno di quanto incassa, al netto degli interessi sul debito”, ma soprattutto che “Il risparmio privato delle famiglie italiane ha superato la soglia dei 5000 miliardi di euro ed in un clima di fiducia potrebbe sostenere gli investimenti nell’economia reale”.

Già con queste parole si drizzano i capelli (a chi, ancora li ha!) – intanto che il costante avanzo primario conseguito per 30 anni, possa essere considerato un dato positivo, è smentito dai fatti e dai dati sul pessimo stato di salute in cui versa la nostra economia, dopo essere stata sottoposta a questa cura devastante. Oltre a questo, sparare un dato generico sull’ammontare del risparmio detenuto dalle famiglie italiane, serve a ben poco, se di pari passo non andiamo a vedere come il sudetto risparmio risulta distribuito. Ed i dati sopra esposti riferiti a come è composta la torta di chi detiene il nostro debito pubblico, mostrano chiaramene che l’equa distribuzione è un puro miraggio a tutto vantaggio della concentrazione.

Un quarto del paese a rischio povertà (fonte Istat) e 6 famiglie su 10 che non arrivano a fine mese (fonte Bankitalia), mostrano chiaramente come i supposti 5000 miliardi di risparmio siano ben lontani dall’essere posseduti dalla maggioranza degli italiani e per logica conseguenza anche i relativi redditi derivanti dall’incasso delle cedole vanno nella stessa direzione di una concentrazione in poche mani, che chiaramente contrasta con l’obbiettivo di espandere i consumi attraverso l’utilizzo di tale misura di politica fiscale.

Finalmente, anche se in contrasto con quanto appena affermato e nonostante la fobia sempre presente di voler ridurre il debito, andando avanti nelle lettura dell’articolo, arriva un briciolo di luce nelle dichiarazioni riportate della Meloni ed in coloro che scrivono:

“la strada per ridurre il debito non è la cieca austerità imposta negli anni passati, e non sono neppure gli avventurismi finanziari più o meno creativi, la strada maestra, l’unica possibile, è la crescita economica duratura e strutturale”. Ovviamente per avere una crescita economica, lo Stato deve spendere più di quanto incassa e questo fino ad oggi è stato impedito dai mercati finanziari, che privilegiano e richiedono l’austerity”.

Quindi, prima si magnificano gli avanzi primari e poi si afferma che per crescere è necessario che lo Stato spenda più di quanto incassa con le tasse. In pratica è come dire oggi mangio in bianco perché ho vomitato tutta la notte e poi invece mi cucino una carbonara con guanciale, pecorino romano, panna e funghi.

Ma la luce dura come una candela in chiesa per gli adoratori talebani dei mercati: “sono loro che vogliono l’austerity” – urlano in coro i due autori puntando il dito sui mercati stessi – ma figurati, noi pensavamo fosse tutta opera della BCE e dei vari poteri europei a cui i nostri politici si allineano per l’interesse di chi li comanda. Vabbè, se per i mercati si intendono le stesse lobbies di potere che comandano i nostri “camerieri” che sono al governo, con beneficio del dubbio gliela lasciamo passare questa affermazione, anche se, a livello di dottrina è del tutto priva di pregio.

A questo punto l’ignoranza in materia economico-monetaria della Meloni ed il costante collocarsi dei discorsi dei nostri politici quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà del paese, forniscono un assist degno della classe di Roberto Baggio a Fabio Conditi (co-autore dell’articolo) ed al suo ormai famoso “Piano di Salvezza Nazionale”.

Un piano da 1.000 miliardi che come ben sappiamo (eccetto che per la parte esigua riguardante i Crediti fiscali proposti da Marco Cattaneo) ricalca in pieno lo “schema-euro”le banche prestano ai privati ed i privati prestano allo Stato. Il tutto in linea con il “dogma” (più volte ripetuto anche dalla Meloni), che la moneta creata dalle banche centrali debba essere considerata un debito che i nostri figli un giorno dovranno ripagare. Del resto questo è lo schema che propone Conditi: le banche pubbliche prestano ai privati ed i privati attraverso i conti di risparmio prestano allo Stato. Io presto a te e tu presti a me, basta che ci sia un debito, tanto poi vince sempre uno: chi controlla la moneta!

Ma uno Stato sovrano, non ha bisogno di farsi prestare i soldi dai privati!

“La soluzione – si legge nell’articolo – può essere convincere le famiglie italiane ad avere fiducia nello Stato, proponendo loro una alternativa più sicura delle uniche due possibilità oggi possibili”:

tenere i soldi depositati nei conti correnti bancari, oggi 1600 miliardi, che non vengono remunerati e sono soggetti al rischio bail-in;

investire i soldi sui mercati finanziari in prodotti prevalentemente stranieri, oggi più di 3000 miliardi, mentre appena 200 miliardi in titoli di stato italiani.

Si prosegue con il disegno “giorgettiano”:

“gli italiani non investono nel debito pubblico italiano, preferendo affidarsi a fondi comuni, polizze assicurative o gestioni patrimoniali, perché i Btp a cedola fissa sono titoli di media-lunga scadenza, soggetti ad ampie oscillazioni del prezzo e quindi idonei anche ad una operatività di tipo speculativo”.

La domanda che ci facciamo, sempre mentre leggiamo l’articolo, e che vorremmo porre ai due: ma di quali italiani state parlando?

Di quel 5 per cento che investono in Btp e che, con molta probabilità, sono gli stessi che dispongono di altro risparmio per andare ad investire altrove alla ricerca del miglior rendimento possibile, oppure di quel 95 per cento di famiglie e cittadini che da trenta anni non riescono più a risparmiare per comprare Bot e Btp, come il 60 per cento di loro riusciva a fare negli anni 80’/90′?

Considerando il fatto che dedotto il 30 per cento in mano straniera ed il 5 per cento in mano alle famiglie extra-ricche che fanno capo ai rentier di casa nostra e quindi il restante 65 per cento del nostro debito pubblico è in mano a Banche centrali e mondo finanziario, non vi sorge il dubbio che tutti questi numeri che sparate di soldi sui conti correnti e nelle varie forme di risparmio da voi indicate, appartengano a tutt’altri soggetti che non alla maggioranza delle famiglie italiane?

Insomma, tanto per rendere più chiara l’idea, quelle 6 famiglie su 10 che non arrivano a fine mese, non è che non investono in Btp perché privilegiano derivati, swap o azioni, ma perché non hanno nemmeno i soldi per pagare le bollette; e le altre 4 famiglie sono in procinto di raggiungerle a breve.

Cari Becchi e Conditi, che suona molto bene con lo “status” reale degli italiani da dopo l’euro: “Becchi e Bastonati”- vi rendete conto che esattamente come il leghista Giorgetti, state parlando ad una ristrettissima parte del popolo italiano e che nello specifico state parlando a famiglie che di cognome fanno Agnelli, Berlusconi e chi più ne ha più ne metta, di soldi intendo?!

Ma, ecco che nelle loro teste torna nuovamente il problema della dipendenza “cronica” dai mercati:

“se lo Stato italiano non individua un sistema alternativo di finanziamento del debito pubblico, più stabile e non soggetto alle fluttuazioni del valore dei titoli, sarà costretto ad indebitarsi a tassi sempre maggiori, con il rischio di drammatiche ristrutturazione del debito o di ricorso automatico al MES, il famigerato Meccanismo Europeo di Stabilità”.

Non sarà mai, che l’unico sistema alternativo e sicuro, per non essere sotto ricatto dei mercati, sia quello di tornare ad utilizzare una moneta che emettiamo e recuperare il controllo della nostra Banca centrale? – chiedo per un amico ai due autori!

Ma sentiamo lo stesso cosa ci propongono! Ecco pronta la soluzione, che i due ci sfornano:

“per evitare il rischio di autoalimentare la spirale del costo degli interessi, il Governo può tornare all’idea che i titoli di Stato servano a “tutelare ed incoraggiare il risparmio degli italiani”, e non a finanziare la spesa pubblica. Le caratteristiche che potrebbero convincere gli italiani sono la stabilità del valore, la rimborsabilità prima della scadenza e la trasferibilità verso tutti”.

Per ora parole al vento senza senso, o meglio un senso lo hanno, si chiarisce almeno che i titoli di stato sono una misura di politica fiscale per dare attraverso gli interessi un reddito ai risparmiatori. Ma la spirale del costo degli interessi come intendono fermarla senza l’intervento della BCE? e la spesa pubblica con cosa la finanziano visto che non intendono utilizzarli allo scopo? Stanno pensando di farlo ancora con le tasse? Ma non avevamo detto che per ottenere crescita economica nel paese, lo Stato avrebbe dovuto spendere più di quello che incassa con il fisco? Mah! andiamo avanti magari c’è la sorpresa finale.

Spiegano i due:

“Utilizzando l’innovazione tecnologica, lo Stato potrebbe creare un conto corrente di risparmio gratuito per tutti i cittadini e le imprese residenti, molto simile ai buoni fruttiferi postali elettronici e rimborsabili, che avrebbe le seguenti caratteristiche”:

il capitale garantito dallo Stato perché il conto fa riferimento direttamente al Tesoro; quindi, non è soggetto al bail-in ed ha un valore stabile, perché non fluttua sui mercati finanziari;

un buon rendimento simile ai Btp a 10 anni ed esente da qualsiasi tassazione;

la possibilità di utilizzarlo in qualsiasi momento come strumento di pagamento tra conti di risparmio, con bonifici online e carta magnetica.

“Il conto di risparmio andrebbe quindi a sostituire l’emissione di Btp quale principale fonte di finanziamento per lo Stato, ma diventerebbe anche uno strumento di pagamento molto simile ad un conto corrente bancario, senza la necessità di disinvestire come avviene oggi con i Btp”.

Quindi, la “genialata”, secondo il duo, consisterebbe nel sostituire via via che scadono i Btp con i Conti di Risparmio, ovvero fare in modo che quel 70% di italiani e mondo finanziario di casa nostra che detengono Btp, migrino i loro risparmi dentro il nuovo strumento finanziario dei conti di risparmio. Sicuramente offrendo un vantaggio remunerativo immagino, altrimenti con cosa li convincono a migrare! E quindi una maggior spesa per lo Stato in interessi, che stando alle regole europee, vuol dire finanziarla attraverso un maggior prelievo fiscale dalle tasche della maggioranza.

Poi mi pare di aver letto, tra i vantaggi offerti, che questi conti di risparmio parrebbero non soggetti alle normative sul bail-in. In soldoni, questo significherebbe che il Tesoro concede una garanzia illimitata su tali depositi che presuppongo, almeno di sorprese finali, denominati nella moneta euro.

Ecco, Becchi e Conditi, a questo punto dovrebbero anche spiegarci a noi ed a chi investe (che poi sono i loro amici dei mercati), a livello tecnico e di dottrina, come il Tesoro italiano possa e con quali strumenti garantire tali depositi, non essendo monopolista della moneta euro!?

Oltre a questi appunti, ricordo che siamo sempre nel campo della sostituzione, ovvero si cambiano mele con pere, ma sempre rimanendo nel campo della frutta. Mentre noi per mangiare e crescere abbiamo bisogno di carne, ovvero soldi netti che entrano nell’economia reale, dei quali, dalla loro esposizione ancora non se ne vede traccia. Vale la pena ricordare ancora, che il debito pubblico sono soldi già spesi dallo Stato e già giacenti nelle nostre tasche e nei nostri conti bancari e che alla luce della storia degli ultimi 30 anni evidentemente, anche per ragioni di ridistribuzione fiscale a senso unico verso l’alto, non sono sufficienti a far girare la nostra economia.

Ma la cosa che ci lascia ancora più perplessi e ci mostra chiaramente che i due hanno bisogno di un bel ripasso della materia per mettere a punto la loro idea (e poi magari abbandonarla!), è la seguente affermazione, su cosa diventerebbe il debito pubblico italiano dopo la loro “geniale” proposta, che ripeto consiste nel trasformare un Btp in un conto di risparmio:

“In pratica diventerebbe una forma di investimento “liquida” che permette al nostro debito pubblico di diventare una “moneta”, circolando liberamente nell’economia reale”.

Concentriamoci un attimo e riflettiamo! Il debito pubblico sappiamo che corrisponde al centesimo alla ricchezza (risparmio) del settore privato. Una ricchezza denominata nella moneta euro che rappresenta tutti i soldi che abbiamo in tasca, sui nostri conti bancari ed investiti nelle più svariate forme di risparmio, quindi stiamo attestando che il nostro debito pubblico è già moneta e Becchi e Conditi, invece ci vengono a dire che non è così, che per farlo diventare moneta e renderlo libero di circolare nell’economia reale dobbiamo trasformarlo in un conto di risparmio.

Proprio non gli entra nella testa! Il debito pubblico, ovvero il risparmio privato, non circola per il suo essere concentrato in pochissime mani e non per il fatto assurdo, che secondo loro, non sarebbe moneta; altrimenti, dal momento che moneta lo è già, ci dicano in quale altra moneta intendono trasformarlo!

Wellcome back to the Lira currency!

Ecco che ora abbiamo anche capito come Becchi e Conditi intendono finanziare i deficit del governo Meloni: con le nuove Lire!

Che furbacchioni! Non ve lo dicono, lo tengono nascosto, ma i nuovi conti di risparmio saranno denominati in Lire, ovvero una moneta che il Tesoro con la sua nuova banca centrale potrà emettere liberamente in regime di monopolio. Se lo scoprono Porro, la Meloni ed i poteri profondi italiani, li rincorrono!

Questo, cari miei è il “sottobosco”, ovvero tutto quell’humus che attraverso la confusione, è più l’acqua che porta al mulino del “Potere” di quella che invece fa arrivare alla fonte dei popoli.

Note:

[1] Governo Meloni, ecco come evitare l’austerity (nicolaporro.it)

Pubblicato in partnership su ComeDonChisciotte

Foto: Idee&Azione

20 dicembre 2022

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