Il tempo di morire

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di Alessandro Rorato

È il titolo di una famosa canzone di Lucio Battisti, i vecchi come me se la ricordano bene, era una di quelle che non mancavano alle feste nei garage primi anni settanta, dove un giradischi e qualche luce colorata e soffusa sapevano creare un mondo parallelo. Quella più gettonata era però Senza luce dei Dik Dik che proponevano in italiano l’immortale capolavoro dei Procol Harum: A witer shade of pale, stravolta nella traduzione di Mogol e messa in bocca al famoso complesso che comunque ci ha regalato una bellissima canzone, un lento strappa mutande che facevamo a gara per ballarlo con la ragazza più bella. Tra le braccia di quella canzone i primi baci ed i primi sussulti erotici ci fecero presagire il motivo per il quale Prometeo rubò il fuoco agli Dei.

Quella di Battisti non è un lento, ma una dirompente invocazione rivolta alla donna, intesa come quel bisogno di altro che da sé che tormenta l’insufficienza dell’uomo; di donare ad essa tutto quello che si ha fino a morire nella sostanza primordiale femminile, liquido mercuriale senza forma dal quale siamo venuti e nel quale torneremo.

È una canzone estremamente attuale, nuda e potente, senza fronzoli, ora che il tempo di morire non serve cercarlo nei libri o nelle sostanze tossiche. È presente adesso in tutta la sua terribile occasione. Non c’è più nulla da temere e nulla da sperare, il salto nel vuoto ci chiama a buttarci nel letto di una puttana molto più esperta di noi, con le gambe spalancate ed il sorriso beffardo di chi attende la nostra morte nel suo grembo.

L’eterno ritorno esige un tempo di morire a se stessi come lascito di tutto quello nel quale ci si identifica: la parvenza, l’immedesimazione, l’attaccamento a quel godimento che guarda al di la dei confini dell’ego ma non osa valicarli. Si capisce quindi che il rischio è altissimo; da un lato l’abbandono di tutto ciò che ipoteca il nostro essere transeunte tende ad amplificare la finitudine dell’io, ma dall’altro la stessa ragione di questo sforzo liberatore rischia di essere risucchiata anch’essa da quel vortice dionisiaco che si alimenta e rafforza assumendo la nostra dubbia volontà di cavalcarlo.

Non si sa quale sarà l’esito, se l’uomo disarcionato dal suo appoggio esistenziale sappia imporsi e rinascere a se stesso, o se tale privazione risulti fatale ad ogni rivendicazione ad essere. Ciò che di sicuro si sa è che nel mondo dove stiamo non vi è più nulla che sappia restituirci qualcosa di vitale; la morte è già qui, dentro le porte di casa, quindi a conti fatti il rischio di abbandonare le sue mura è solo quello di anticipare una ignobile fine assumendoci la responsabilità di decidere il momento dell’epilogo e se con esso vada o non vada al diavolo tutta la nostra realtà.

Così il “tempo di morire” in un mondo “senza luce” sembra il destino più nefasto che mai ci potesse capitare, ma è anche quello dove come non mai vale la pena di rischiare giacché se il salto dovesse risultare troppo corto, non avremmo alcun rimorso ad averci provato.

Foto: Idee&Azione

6 febbraio 2022