Il tentato assassinio di Imran Khan mette in luce il gioco sporco dell’establishment

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di Andrew Korybko

Qualunque di queste tre linee d’azione scelgano di seguire, non si può negare che l’inerzia strategica sia decisamente contro le élite dell’establishment, che hanno già perso la loro guerra ibrida/quinta guerra generazionale (5GW) contro il popolo pakistano. Possono seguire la corrente permettendo finalmente alle masse di scegliere democraticamente il loro leader, oppure ritardare temporaneamente questa inevitabilità continuando a cospirare contro di loro o addirittura rischiando letteralmente un conflitto civile attaccandoli direttamente.

 

Minacce sponsorizzate dallo Stato

L’ex Primo Ministro pakistano Imran Khan, spodestato all’inizio della primavera da un colpo di Stato post-moderno orchestrato dagli Stati Uniti come punizione per la sua politica estera indipendente, è sopravvissuto per poco a un attentato giovedì. Stava guidando la sua promessa Lunga Marcia da Lahore a Islamabad insieme a migliaia di suoi sostenitori per chiedere elezioni libere ed eque il prima possibile. Prima che l’ex premier partisse, il ministro degli Interni Rana Sanaullah ha minacciato di “impiccarlo a testa in giù”.

 

Diffamazione dell’ex premier

Non stupisce quindi che il personaggio politico più popolare del Pakistan, il cui partito continua a vincere tutte le elezioni parziali a cui ha partecipato da aprile, abbia incolpato Sanaullah, il primo ministro Shehbaz Sharif e il capo del controspionaggio dell’ISI, il maggiore generale Faisal Naseer, di aver cercato di ucciderlo. Il primo aveva già manifestato le sue intenzioni nell’esempio precedente e in altri, il secondo ha un ovvio interesse a fermare il suo avversario e il terzo ha evidentemente ricevuto l’ordine di compiere questa azione sporca.

Gli osservatori esterni potrebbero chiedersi perché il capo del controspionaggio del Paese dovrebbe essere incaricato di questo compito, ma in realtà ha senso dal punto di vista con cui l’establishment – che è il gergo pakistano per i potenti servizi di intelligence militare di questo Stato – considera l’ex premier. La narrazione della guerra d’informazione che i suoi vertici hanno incoraggiato i loro media e proxy politici a far credere al pubblico nell’ultimo semestre è che egli sia un “terrorista”.

Dopotutto, Imran Khan è stato ridicolmente accusato ai sensi della “Legge antiterrorismo” del Paese dopo aver annunciato la sua intenzione di intentare cause giudiziarie contro quei funzionari che, a suo dire, avevano abusato di uno dei suoi principali assistenti in custodia. L’ élite dell’establishment ha tentato di incastrare l’ex premier come un cosiddetto “estremista antistatale” che starebbe cospirando per “incitare all’ammutinamento” e starebbe “diffamando” le istituzioni statali. Queste bugie sono state inventate semplicemente perché egli cerca attivamente di invertire il cambio di regime di questa primavera.

 

Dalle fake news a un assassinio fallito

Per essere assolutamente chiari, Imran Khan intende farlo attraverso mezzi puramente pacifici e politici legati ai processi costituzionali del Paese, non attraverso la violenza, il terrorismo o la disinformazione. Tutto ciò che lui e le sue decine di milioni di sostenitori patriottici chiedono sono elezioni libere ed eque il più presto possibile, in modo che il popolo pakistano stesso possa decidere direttamente chi vuole alla sua guida. Questo nobile obiettivo è perfettamente in linea con i più puri principi democratici, eppure è proprio per questo che è una “minaccia”.

I collaboratori interni che hanno colluso con gli Stati Uniti per rovesciare l’ex premier sanno bene quanto sia impopolare il loro colpo di Stato post-moderno, ed è per questo che hanno dovuto ricorrere a mezzi sempre più dispotici, dittatoriali e infine distopici per rimanere al potere. Elezioni libere ed eque il prima possibile annullerebbero il cambio di regime contro Imran Khan, dopo di che i cospiratori sarebbero probabilmente disoccupati nel migliore dei casi o perseguiti nel peggiore, se non fuggono prima all’estero.

Dopo aver perso il controllo completo delle dinamiche socio-politiche (soft security) del Paese a seguito del colpo di Stato post-moderno che hanno contribuito a realizzare e di tutto ciò che ne è seguito, le élite dell’establishment sono andate nel panico e hanno deciso di eliminare Imran Khan. Avrebbero potuto presumibilmente cercare di fare una sorta di accordo con lui per garantire il loro pensionamento anticipato con l’amnistia in cambio di elezioni libere ed eque il più presto possibile, ma probabilmente temevano la reazione degli Stati Uniti.

 

Motivi della legge marziale

Non bisogna dimenticare che i responsabili di questo cambio di regime, tra cui le élite dell’establishment che sono rimaste tristemente “neutrali” e lo hanno quindi “passivamente facilitato”, sono politicamente (e forse economicamente) in debito con gli Stati Uniti. Assecondare la richiesta dell’ex premier senza prima ricevere l’approvazione degli Stati Uniti – che in teoria avrebbero potuto concederla se avessero deciso di ridurre le perdite con elezioni anticipate invece di rischiare la destabilizzazione del Pakistan – potrebbe essere molto pericoloso.

Questo non per giustificare il loro tentativo di assassinarlo, ma semplicemente per spiegare il loro probabile processo di pensiero. In ogni caso, la decisione di eliminare Imran Khan è stata presa una volta che ha iniziato la sua promessa Lunga Marcia, poiché le élite dell’establishment si aspettavano che l’unico altro modo per fermarlo sarebbe stato quello di ordinare l’uso della forza letale contro quelle migliaia di manifestanti pacifici una volta entrati nella capitale. Lo spargimento di sangue che ne sarebbe scaturito avrebbe richiesto la legge marziale e portato all’isolamento internazionale.

Naturalmente, la soluzione più ovvia sarebbe stata quella di far organizzare ai loro procuratori politici elezioni libere ed eque il prima possibile, come valvola di pressione più responsabile, ma questo non è mai stato preso seriamente in considerazione per le ragioni già menzionate. Le élite dell’Establishment si aspettavano che l’ex premier sarebbe stato assassinato con successo, dopo di che i suoi sostenitori si sarebbero prevedibilmente ribellati, creando così il pretesto per imporre la legge marziale senza isolamento internazionale.

In altre parole, la decisione di reimporre formalmente il governo militare sul Pakistan per impedire lo svolgimento di elezioni libere ed eque il prima possibile era già stata presa, anche se i vertici dell’establishment dovevano prima creare un pretesto cosiddetto “pubblicamente plausibile”. In mancanza di questo, e soprattutto nel caso in cui la Lunga Marcia avesse raggiunto la capitale e avesse portato all’ordine di usare la forza letale contro manifestanti pacifici, ci sarebbe stato un isolamento internazionale e forse anche sanzioni.

 

I tre scenari più probabili

La “soluzione” consisteva nell’organizzare l’assassinio dell’ex premier, dare la colpa a un “lupo solitario”, imporre la legge marziale in risposta ai prevedibili disordini dei suoi sostenitori e poi eventualmente mettere fuori legge il suo partito sulla base del fatto che si suppone che siano “estremisti antistatali”. Questo complotto è fallito per un colpo di fortuna, che ora pone l’élite dell’establishment in un dilemma, poiché ha perso l’unica possibilità di creare il pretesto per imporre la legge marziale senza conseguenze internazionali.

Il loro gioco sporco è stato smascherato e il mondo intero ora sospetta che ci sia sotto qualcosa di losco, dato che la sequenza di eventi che tutti si aspettavano sarebbe accaduta nel caso in cui il complotto fosse riuscito è evidente a tutti gli osservatori obiettivi. Dal momento che Imran Khan è sopravvissuto e ha promesso che la sua Lunga Marcia verso Islamabad continuerà a prescindere da tutto, l’élite dell’establishment è ora costretta ad affrontare uno zugzwang, che si riferisce a una situazione negli scacchi in cui tutte le mosse possibili sono svantaggiose.

Possono finalmente fare la cosa politicamente giusta facendo organizzare ai loro procuratori elezioni libere ed eque il prima possibile (anche se a spese dei loro interessi personali, come è stato spiegato in precedenza); cercare di inventare un altro pretesto chiaramente costruito per imporre la legge marziale (anche se questa volta con possibili conseguenze internazionali, dato che ora tutti sono a conoscenza delle loro intenzioni); o semplicemente “andare in escandescenza” usando la forza letale contro i manifestanti pacifici dopo che non gliene frega più nulla di quello che succede.

 

Le élite dell’establishment hanno già perso (anche se non lo sanno ancora)

Qualunque di queste tre linee d’azione scelgano di seguire, non si può negare che l’inerzia strategica sia decisamente contro le élite dell’establishment, che hanno già perso la loro guerra ibrida/quinta guerra generazionale (5GW – Fifth Generation War) contro il popolo pakistano. Possono seguire la corrente permettendo finalmente alle masse di scegliere democraticamente il loro leader, oppure ritardare temporaneamente questa inevitabilità continuando a cospirare contro di loro o addirittura rischiando letteralmente un conflitto civile attaccandoli direttamente.

In ogni caso, le élite dell’establishment hanno perso ogni legittimità dopo il fallito complotto per l’assassinio di Imran Khan. La battaglia per i cuori e le menti è finita dopo essere stata vinta in modo decisivo dall’ex premier e dai suoi sostenitori, che con le loro proteste politiche pacifiche hanno spinto all’angolo i loro avversari istituzionali sostenuti dall’estero, facendoli reagire in modo eccessivo dichiarando praticamente guerra agli stessi oltre 220 milioni di persone che dovrebbero rappresentare.

Lo scenario migliore è che coloro che fanno parte delle élite dell’establishment e che sono responsabili di questa grave violazione della fiducia del popolo, che ha indiscutibilmente oltrepassato la linea rossa di quest’ultimo, accettino la loro sconfitta lasciando che la democrazia prevalga senza continuare a cercare di ostacolarla pericolosamente e invano. Nessun membro sinceramente patriottico dell’establishment rischierebbe di gettare il Pakistan nel pandemonio continuando a cospirare contro il suo popolo, né tantomeno di considerare seriamente l’idea di scatenare una guerra contro di esso.

 

Riflessioni conclusive

Il Pakistan è letteralmente in preda a una rivoluzione politica pacifica guidata da patrioti di base che vogliono liberare il loro amato Paese dal giogo straniero che gli è stato imposto dal colpo di Stato post-moderno orchestrato dagli Stati Uniti. I membri dell’élite dell’establishment che sono responsabili di quel cambio di regime e di tutto ciò che ne è seguito, in particolare del tentato assassinio di Imran Khan, devono fare la cosa giusta per salvare lo stesso Paese che hanno dedicato la loro vita a servire.

Pubblicato in partnership su One World – Korybko’s Substack

Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini

Foto:

5 novembre 2022

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